BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

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Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Mercoledì, 08 Maggio 2019 11:02

Della stessa sostanza del Padre

« Guardate gli uccelli  del  cielo... Osservate come crescono i gigli del campo »:

nell’immagine a sinistra [un click sopra per ingrandirla] la formule di struttura dell’emoglobina e della clorofilla. A parte lo ione ferro nell’emoglobina sostituito da quello di magnesio nella clorofilla dove manacano due gruppi funzionali -OH, la quasi identicità delle due formule sentezia che il sangue che ci scorre nelle vene è come la linfa che scorre negli alberi.

 

 

Sotto la formula di struttura di una molecola di mescalina, quella del peyote che ti va vedere dio, seguita dalla molecola della caffeina del bar sotto casa. Stessi atomi di Carbonio, Idrogeno, Azoto e Ossigeno disposti e legati in modo differente, dove la potenza e l'impotenza non alberga nei mattoni che costituiscono la sostanza ma dal come sono posizionati e interagiscono.

Domenica, 05 Maggio 2019 09:19

I molti volti della sofferenza

In questo mio terzo, stringatissimo, resoconto del FESTIVAL DELLA FILOSOFIA D’A-MARE, preavvisando il lettore di proteggersi dal rischio di crampi mentali procurati dall’oggettiva difficoltà degli argomenti potenziata dalla mia dappocaggine espositiva, elaboro la relazione del filoso Giorgio Gagliano, che digredendo dal titolo dell’incontro «I molti volti della sofferenza» ha, invece, sviluppato un excursus -per certi aspetti più utile- sul come risolvere la sofferenza.

Gagliano ha seguito un flusso concettuale non una mappa, da qui l’impossibilità di ridirlo senza tradirlo, quanto segue è pertanto un resoconto di quanto l’incontro mi ha evocato. La relazione ha operato su due livelli, uno più speculativo con rimandi al neoplatonismo e alle elaborazioni filosofico-teologiche del monaco cristiano altomedioevale Scoto Eriugena, proponendo nel contempo una ortoprassi nel solco della tradizione buddhista. Va ricordato che anche se per Eriugena Dio è, mentre il buddhismo risulta sprovvisto di Dio, le due concezioni sono più contigue di quanto possa sembrare, basta ricordare che Eriugena concependo Dio superiore sia all'essere che al non-essere lo collocava in sfere di indicibilità (in tali sfere permane sostanza?) squisitamente orientali.

In tali tradizioni la sofferenza (duḥkha) deriva dall’equivocare la realtà nella sua totalità con nostre parziali ed errate interpretazioni di essa. Il punto è che per emanciparci dalla confusione urge oltrepassare le ortodossie logiche che abbiamo appreso (stiamo ancora qui ottemperando lo statuto filosofico?) e introiettato, così da abbracciare senza paura il Caos. Nel Gioco di Brahma L’Uno (neoplatonico) si frammenta in pezzi che si riaggregano nell’Uno, un fiume che scorre (impermanenza), dove ogni goccia d’acqua è il fiume e il fiume è ogni goccia. In questo continuo infinito presente dove tutto è interconnesso, dove il particolare è l’universale e viceversa, “la sofferenza contiene [necesariamente] in sé la soluzione”. Il dovere (Dharma) si esplica, dunque, nel raggiungere la precisa visione delle cose per quello che davvero sono nel sempiterno qui e ora, permanendo in tale consapevolezza.

Va da sé che per dire tali concetti il linguaggio arranca e ogni parola che li esprime già li tradisce. Nella tradizione buddhista per raggiungere e permanere in tale consapevolezza sono pertanto indicati dei percorsi pratici. Gagliano ha quindi illustrato la pratica meditativa dell’osservazione (contemplazione) dei "Quattro Pilastri":

‪Corpo, Sensazioni, Mente, Oggetti della mente.‬

Più precettistici e dualistici rispetto a quanto suesposto, i quattro ‪modi o stili di vita,‬ combinazioni temporali di bene e male che partono dalla più dannosa per arrivare alla più proficua:

1 male presente male futuro (uccidi una persona e andrai in prigione);
2 bene presente male futuro (mangio troppo perché mi piace ma poi sto male);
3 male presente bene futuro (atteggiamento della formica rispetto alla cicala);
4 bene presente bene futuro (questo è raro, ma lo si può ottenere se il sacrificio fatto nel presente per ottenere un futuro migliore lo si fa con piacere);

Così ho udito e così, per quanto sono stato capace, ho scritto.

Nell’ultima edizione, la VI, del FESTIVAL DELLA FILOSOFIA D’A-MARE di fine aprile a Castellamare del Golfo (Trapani), il filosofo Orlando Franceschelli ha affrontato la tematica-problematica “Natura umana, biotecnologie e poteri economico-politici”, che provo a condensare liberamente e commentare in scioltezza.

Homo faber ha modificato radicalmente i connotati del mondo apportando modifiche territoriali, strutturali e climatiche, operando una così potente e onnipervadente trasformazione da determinare un’inaspettata epoca geologica: l’antropocene. La scienza e la tecnica hanno indubbiamente aiutato enormemente la civiltà ma nel contempo la minacciano. Di quali nuovi strumenti necessitiamo per decifrare e affrontare queste nuove sfide? Siamo già attrezzati, e da tempo, se socraticamente sappiamo “condurre l’indagine ancora meglio, sul modo per cui bisogna vivere”, in questo solco socratico sorge spontanea una domanda (La domanda) logica ed etica: “ Tecnologia: per fare cosa?”

La Problematica è evidentemente nuova ma ha radici antiche. Come non rammentare l’incipit di Genesi, quando Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra», snodo operativo di tale concezione la troviamo nel tardo medioevo quando Bacone, Prometeo 2.0, prese il fuoco agli dei senza necessità di rubarlo perché autorizzato dal Dio giudaico-cristiano. Ed eccoci ora qui con Dio che è morto e noi col fuoco in mano, poderosi i vantaggi nondimeno i possibili scenari da incubo.

Grazie alle biotecnologie la vita organica dei singoli durerà di più e meglio e forse colonizzeremo altri pianeti se nel nostro le cose si metteranno male. Ma se così sarà (lo sarà?), sarà per tutti o solo per qualcuno? Le tecnologie sono progredite ma la natura umana è sempre la stessa. Non pochi gli indizi profetizzano masse di schiavi che edificheranno, spezzandosi la schiena e lo spirito, piramidi a beneficio di élite di sacerdoti detentori del biopotere, novelli san Pietro con in mano le chiavi del Regno. Il problema non risiede, dunque, nella scienza e neppure nella tecnologia ma nell’uso che ne facciamo:
«Beato chi possiede l'apprendimento della ricerca, non slanciandosi a danneggiare i suoi concittadini né a compiere azioni ingiuste, ma contemplando l'ordine infinito della natura immortale, come si è formato, in che modo; a persone così non si accosterà mai la pratica di azioni turpi.» (Euripide, frammento 910)[1].

Gli astrofisici sentenziano che il mondo sicuramente finirà e di Homo sapiens non rimarrà segno, tutto sommato un motivo in più per non pestarci in piedi nel tempo che ci è dato. Sono e saranno le scelte etiche e politiche che determinano e determineranno il mondo, il progresso della scienza e delle tecnologie, di per sé neutre[2], amplificano e catalizzano nel bene e nel male le conseguenze delle nostre opzioni etiche. Tutto dipende dal nostro personale scegliere per la volontà di potenza così da sopraffare i nostri simili o per l’amore che ne cura le ferite, ed è cruciale implementare una pedagogia che dimostri la ragionevolezza e il vantaggio di volere e sapere curare, fino al coraggio di affrontare la tragicità del dolore irredento, della sofferenza del giusto e dell'innocente.

Concludo con una mia annotazione. Osservando la nostra civiltà con il metro e i tempi degli astrofisici, consideravo che, dato che di Homo sapiens non rimarrà segno, risulta irrilevante sia la volontà di potenza che schiaccia l’altro, sia l’amore per il prossimo e che una pedagogia che qui poggia insegnerebbe che la vita non ha alcun senso. Nel frattempo (qualche miliardo di anni) è comunque conveniente implementare narrazioni (la religione è una di queste, la Costituzione italiana anche) preferibilmente non bislacche, che resistano alla gloria dell’inorganico. Se senso non c’è lo costruiremo noi con correlate pedagogie.

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1 Improbabile che Rotblat, lo scienziato che rifiutò di collaborare nel progetto nucleare Manhattan, conoscesse l’antico frammento di Euripide, ma dopo Hiroshima lo riaffermò con precisione: “Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto.”

2 Per alcuni versi anche scienze e tecnologie sono prodotti culturali, quindi non neutri: «I fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni» (Nietzsche); «I fatti sono carichi di teoria» (Popper); «Così come un popolo sceglie i propri governanti, la teoria conferisce autorità all’osservazione, affinché governi la giustificazione delle teorie» (P. Kosso). Tuttavia tra le tante storie che implementiamo per comprendere il mondo naturale le scienze e le tecnologie permangono tra le più affidabili ed efficienti.

Giovedì, 02 Maggio 2019 13:35

Filosofia d’a-mare. La passione amorosa.

Le conferenze sono agilmente trascrivibili e le lezioni condensabili in bigini, ma se si vuole raccontare l’ultima edizione del FESTIVAL DELLA FILOSOFIA D’A-MARE di fine aprile, svoltosi a Castellamare del Golfo (Trapani), non si ha dove posare il capo. Tutto poggiava sul dialogo filosofico e il dialogo come il pesce è meglio mangiarlo fresco in presa diretta. 

Le quattro giornate sono state architettate in una proficua sinergia di relazioni di filosofi seguite, a caldo, da gruppi di lavoro dei con-filosofanti, partecipanti non filosofi di professione come me, che indagano e pensano autorizzandosi da sé, moderati maieuticamente da altri filosofi. Gruppi di lavoro nei quali i filosofi che avevano precedentemente relazionato stimolando la tematica, partecipavano come semplici con-filosofanti mischiati ai partecipanti. Situazione rara, forse unica nel panorama dei festival filosofici, dove i filosofi relatori il più delle volte si limitano, poco laicamente, a pontificare ieratici dal palco senza interagire con i partecipanti.

Evitando il surgelato della trasmissione in differita provo a scrivere in libertà frammenti del mio diario spirituale di partecipante, una sorta di stream of consciousness che il Festival mi ha attivato, riportando mie comprensioni ed elaborazioni che potrebbero scostarsi dall’originale quanto si discosta, per dirla alla Montaigne, il miele prodotto dalle api dal nettare dei fiori che bottinano.

In questo articolo dirò della tematica affrontata dal filosofo Alberto Giovanni Biuso, notevole per contenuti ed esposizione, argomento “La passione amorosa”, stiamo parlando dell’innamoramento estremo; se è innamoramento è estremo altrimenti è un’altra cosa. Nella passione amorosa irrompono elementi e moti naturali (corpo, leggi di riproduzione) nelle dinamiche culturali (storia, civiltà). Tale irrompere pur favorendo relazioni intraspecifiche le perturba alla radice, la passione amorosa è avvenimento anarchico ed eversivo del socialmente costituito che il potere sociale istituito guerreggia. Come l’angoscia di piombare nel baratro del nulla è risolta kierkegaardianamente dall’inserzione dell'eternità nel tempo operata da Cristo, nell’innamoramento accade esattamente l’opposto: l’irrompere del dio sconvolge il risolto e apre baratri. Nell’abbandonarci all’Altro si svolge un “dramma ermeneutico”, nell’innamoramento l’Altro non è più un individuo con la sua biografia ma entità sacra, separata, irraggiungibile nella sua assolutezza. Per comprendere i territori estremi e tragici che provo ad indicare ognuno può attingere dalla propria esperienza esistenziale, per maggior chiarezza invito a rammentare “I dolori del giovane Werther” del primo Goethe, per chi non lo conoscesse può, in subordine, leggere il testo della canzone “Pugni chiusi” quella dei Ribelli che, rischiando certamente la grossolanità ma favorendo forse la comprensibilità della tematica, riporto:

«Occhi spenti nel buio del mondo
per chi è di pietra come me […]
Perduto per sempre! Non ha più ragione la vita.
La mia salvezza sei tu […] Pugni chiusi non ho più speranze
in me c'è la notte più nera […]
Io come un albero nudo senza te
senza foglie e radici ormai […];
Mi manchi come quando cerco Dio
il dolore è forte come un lungo addio […]
E l’assenza di te è un vuoto dentro me […]
In ogni lacrima tu sarai per non dimenticarti mai.
E mi manchi, amore mio così tanto che ogni giorno muoio anch’io […]
Grido il bisogno di te perché non c’è più vita in me.»

Nell’innamoramento L’Altro ci sconvolge, proiettandoci in una “utopia temporale” un “Sempre” dove amore e morte, freudianamente, si fondono. Ricordo lo psicoanalista Giacomo Contri che aveva implementato la puntuale definizione di “Cielo Infernale”. L’Altro, unico e assoluto, è oggetto ermeneutico dal quale ci rimbalzano addosso le immense forze che gli proiettiamo sopra: “dramma della solitudine”.

Annoto l’importanza di affrontare il dramma dei femminicidi evitando impotenti moralismi, consapevoli dei territori che Biuso additava, così da essere, per quanto possibile, attrezzati nel decifrarli e allenati nel transitarli. Sulla falsariga della lettera di Paolo agli Efesini bonificata dagli effluvi gnostici, si potrebbe qui affermare:

«La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro gli spiriti che abitano nelle regioni celesti».

Nei successivi gruppi di lavoro dei con-filosofanti sulla tematica si è perlopiù virato verso l’affermazione degli aspetti positivi dell’amore, inclusi gli amori amicali e quelli agapici. Divagazioni lecite per i non filosofi di professione quanto è stato lecito, anzi doveroso, per Biuso il suo dire senza digredire. Plausibile che nei con-filosofanti e nei filosofi moderatori si sia attivata una sorta di legittima difesa, quella consigliata nel Libro Dodicesimo dell’Odissea:

«Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D'ossa d'umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s'alza.
Tu veloce oltrepassa».

Lunedì, 22 Aprile 2019 09:40

Qualificazioni

Qualcuno suggestivamente la definisce proprietà transitiva degli affetti e Jung la chiamava sincronicità, ma la definizione tecnica più puntuale e insuperata è ancora quella che avevamo appreso nel catechismo della Chiesa cattolica: corpo mistico.

Domenica, 21 Aprile 2019 18:06

Psicofitologia

Si percorre la fase orale nell’interessarci alle piante solo per mangiarcele, quella fallica nel prestare esclusiva attenzione ai fiori che esibiscono. 

Giusto così, a patto che non ci si fissi più del necessario e si prosegua oltre.

Giovedì, 18 Aprile 2019 10:59

Monoteismo 2.0

Annichilente qualsiasi scelta personale e più dispotica del Dio veterotestamentario quando si alza storto, è la teoria necessaristica, deterministico-meccanicistica[1].

Manco la libertà di bestemmiarla.

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1 Meccanico concatenamento di moti e accadimenti senza intenzione e finalità prodotti da cause anch'esse effetti per lo stesso automatismo.

Mercoledì, 17 Aprile 2019 09:55

Vincolante ordine primigenio

Due persone intelligenti e intellettualmente oneste che, seguendo la logica e i suoi statuti, permangono su posizioni opposte riguardo tematiche cruciali, come ad esempio l'esistenza o l'inesistenza di Dio, sono forse prova che le concezioni che consideriamo giuste non sono determinate soltanto da scelte logiche ma anche da quote di prerazionale: DNA e primissimi anni di vita nei quali abbiamo appreso il mondo attraverso specifiche circostanze.

Accade, e non di rado, che soggetti arguti ed eruditi utilizzino queste loro qualità per riaffermare e giustificare inconsapevolmente[1] quel pre-giudizio primigenio.

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1 «Così come un popolo sceglie i propri governanti, la teoria conferisce autorità all’osservazione, affinché governi la giustificazione delle teorie» (P. Kosso).

Lunedì, 15 Aprile 2019 10:59

Gabbamento

Opporsi al nichilismo proclamando verità assolute è processo che appartiene allo stesso nichilismo, anzi lo catalizza traslando il «Niente è vero, tutto è permesso»[1] al voilà la Verità, (in nome della quale) tutto è permesso[2]. Un esempio, tra i tanti possibili, che dimostra quanto nei processi storici le cose vadano semplicemente dove devono andare, non solo indifferenti al nostro attivo resistere ma utilizzandolo.

L’ho vista in faccia questa onnivora e furbissima entità che determina il mondo, si aggirava nel parcheggio del centro commerciale nel vegetare del Centocchio in una spaccatura nell’asfalto e nei figli che scendevano e salivano dalle auto di coppie scoppiate, quanto procreanti.

È la natura, è la specie, che abbindola il singolo e vince.

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1 Nietzsche - Così parlò Zarathustra.

2 In ogni esaltato, sotto, sotto, c'è un disperato. Trasponendo la metafora di Mao Tse-tung quando scriveva che i guerriglieri devono «nuotare in mezzo al popolo come i pesci nell'acqua», possiamo osservare che nichilista e fanatico nuotano nello stesso lago.

Venerdì, 12 Aprile 2019 10:53

Capienze

Apprendo[1] che alcuni storici della filosofia avevano romanticamente individuato la causa della follia di Nietzsche nell’inevitabile deflagrare della mente individuale se invasa dalla potenza dell’Assoluto. Diagnosi che ricorda la leggenda di Agostino, quando nell'incontare un bambino che provava a travasare il mare in una buca l'aveva avvisato dell’impossibilità dell’operazione, sentendosi replicare che lui faceva lo stesso nel pretendere di far entrare gli immensi misteri di Dio nella sua piccola testa di uomo.

Allegorie utili se tali restano, visto che di fatto coscienza e pensiero non ottemperano le stessi leggi di una bottiglia di birra, ma fluttuanti e flessuosi non hanno misura fissa e, perlopiù, non esplodono per il troppo contenuto ma per perdita di moto e elasticità.

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1 Sossio Giametta, I PAZZI DI DIO, CROCE, HEIDEGGER, SCHOPENHAUER, NIETZSCHE E ALTRI, saggi e recensioni, La Città del Sole.

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