BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Mercoledì, 01 Novembre 2023 22:09

Questo è dilemma

E’ fiorita la Bidens aurea [un clic sulla foto per ingrandirla], le pennellate centrali giallo neon su fondo bianco non le ha date Dio e neppure un demiurgo, causa di se stesse accadono un po’ per caso e un po’ per legge di natura.

A questo punto davanti alla Bidens passiamo noi, vale a dire nessuno dato che al pari delle piante siamo anche noi prodotti da caso e necessità. Il problema è che da dentro il nessuno che siamo sorge spontanea -chissà come? chissà da dove?- l’immediata autoevidenza di essere qualcuno. Questo qualcuno dice: “Ma che belli ‘sti fiori !” E dicendolo informa la pianta di essere bella. Forse alla indifferente pianta la cosa non interessa, forse la pianta lo sa già d'essere bella, comunque sia non c'è dubbio che noi siamo artefici di una informazione consapevole.

Fuori di noi accade un mondo riducibile a leggi meccanicistiche, invece dentro di noi sorge l’evento di una coscienza individuale consapevole di sé e dell’ambiente, coscienza personale libera e imputabile. Se quardiamo il mondo fuori non c'è alcun io e nessun correlato libero arbitrio, ma non appena quardiamo dentro di noi eccoli sorgere nella loro gloria.

Ma da dove viene fuori questa coscienza personale? That is the question[1]. Senza alcun desiderio di antropocentrismo o nostalgia di un Creatore è la ragione che lo chiede.

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1 Un’ipotesi potrebbe essere che siccome noi siamo coscienti anche la natura potrebbe contenere una specie di proto-coscienza, la teoria è chiamata panpsichismo. E' una teoria antica, in effetti la coscienza come sostrato del mondo, che quindi permetterebbe il manifestarsi della materia (pennellate gialle sulla Bidens incluse) è già affermata nel Vedanta. Se escludiamo la possibilità di un Dio creatore che ci ha muniti di coscienza la cosa sarebbe anche da considerare, il problema è che c’è una diffusa preclusione per certe ipotesi, forse ereditata dal "pretesco" materialismo ottocentesco, che nel suo elidere pezzi portanti di effettività è visione inidonea per spiegare la realtà, ma che come un fiume carsico riemerge di continuo precludendo l'indagare. Mi torna alla mente Carlo Rovelli che nel suo bel libro Elgoland, riguardo la possibilità che la nostra coscienza individuale derivi da una proto-coscienza onnipervadente che ci precede, segava l’ipotesi così: “E’ come dire che, siccome una bicicletta è fatta di atomi, allora ciascun atomo deve essere proto-ciclistico”. Rovelli è una bella persona e uno dei migliori divulgatori scientifici, però per uno che sa perfettamente distinguere e agevolmente districarsi nella complessa ontologia corpuscolare e ondulatoria della realtà, equiparare la coscienza a una bicicletta è cosa piuttosto volgare. Rifiutato il panpsichismo di solito il problema della coscienza non viene considerato se non come epifenomeno. La coscienza viene vista come una specie di accessorio, una sorta di sintomo collaterale che emerge dal cervello, senza però dedurre in che modo la materia di cui il cervello è composto estruda questa strana cosa aliena dall'organo che la produce. Insomma della coscienza non se ne parla e quando se ne parla si balbetta.

Martedì, 24 Ottobre 2023 21:32

Alchimia

Dentro di noi abbiamo il mondo della percezione, dell’incalcolabile immaginazione, il mondo del pensiero che fluttuando elabora fantasie, concepisce idee e recepisce quelle che gli arrivano in sorte. Fuori di noi il mondo della materia, quello del colpo d’ascia del boscaiolo e dell'Apollo 11 con masse e spazi, forze e tempi, sì relativi nondimeno misurabili, prevedibili, duplicabili.

Federico Faggin -quello che ha inventato i microprocessori- afferma, metaforicamente, che il mondo interiore sarebbe di natura ondulatoria perciò quantistico, mentre il mondo esteriore di natura particellare (cioè costituito da atomi e molecole), vale a dire materiale. La differenziazione fra l'ontologia ondulatoria della fisica quantistica e l'ontologia particellare della nostra dimensione quotidiana, potrebbe essere una chiave di interpretazione delle biforcazioni e dei dualismi che hanno caratterizzato la storia della filosofia: sostanza materiale/sostanza spirituale, corpo/anima, materia/forma, esistenza/essenza, fenomeno/cosa in sé, apparenza/realtà, quaggiù/lassù, ecc.. Ontologie differenti quella ondulatoria e quella delle particelle, eppure interconnesse come ci ricorda il Rgveda: “Due uccelli, una coppia di amici, sono aggrappati allo stesso albero. Uno di loro mangia la dolce bacca del pippala; l'altro, senza mangiare, guarda”.

Forniti di mente e di corpo viviamo, dunque, nel dualismo onda/particella, gli introversi preferendo abitare nel mondo ondulatorio interiore, gli estroversi frequentando il mondo particellare esteriore, rischiando entrambi di rimanere intrappolati in bolle e idolatrie: chi si attarda nel mondo quantistico interiore perché corre il pericolo di entrare in bolle intellettualistiche, in idolatrie delle parole, dette e scritte, e delle idee che rappresentano una qualche realtà ma che non sono quella realtà. Chi, invece, si perde nel mondo esteriore delle molecole rischia di sottomettersi alla dittatura della materia, del "Se non vedo non credo", del “Vogliamo fatti non parole”, del “Taci e fai!”

Forse l’arte di vivere sta nell’unificare questi due regni, stile Michelangelo che emana sul duro marmo “La Pietà” che gli fluttua dentro, demiurgo che trasforma l’onda in particella, come anche il fruitore di quell'opera che nel goderne ritrasforma le particelle del marmo in onde che gli fluttuano nell'anima.

Mercoledì, 18 Ottobre 2023 21:15

Cliché

Nell’immaginario collettivo lo stereotipo della persona religiosa è quello di un individuo scuola, casa e chiesa, metà Nonna Papera e metà Grillo Parlante, ma le cose non tornano. Dovrebbero essere più scavezzacollo quelli che hanno fede in Dio di quelli che la fede non ce l’hanno, visto che il credente, fiducioso nella divina provvidenza, è portato a tirare dritto senza freni, alla spera-in-Dio, certo di fare bene grazie alla onnipotente e onnisciente regia sovrannaturale che lo ispira. Viceversa lo scettico miscredente, consapevole che quando si butta in aria la moneta nessuno sa se cadrà testa o croce, è portato alla prudenza, al devoto controllo, alla pia prevenzione, ad attuare tutti quei comportamenti e misure che diminuiscano il rischio di andare a sbattere. Insomma chi non ha fede è portato a essere un bravo ragazzo, a differenza dell’entusiasta in missione per conto di Dio, che tira dritto indifferente alle regole socialmente condivise. Lo stereotipo del bravo ragazzo religioso è, probabilmente, un prodotto delle religioni di Stato caratterizzate da una visione del sacro molto addomesticata.

Quando moralisticamente e frettolosamente si giudicano incoscienti e irresponsabili gli incauti e gli avventati, dai guerrafondai ai toreri, dai mafiosi agli stuntmen, bisognerebbe prima indagare se, e quanto, questo loro agire sia innescato da uno spirito religioso. In fin dei conti non esiste un diavolo che sia ateo.

In contesti urbani succede che qualcuno non si accorga dell’esistenza delle piante, qualcun altro delle stelle: cecità botanica, cecità siderale… Ma visto che tali ciechi non vivono poi peggio degli erboristi e degli astrofili vedenti che s’indignano per queste loro cecità, alla fine va bene così.

Ci sono filosofi che dicono che non si può pensare al di là delle parole che conosciamo, e biologi evoluzionistici che spiegano come il linguaggio aumenta le funzioni del cervello, che così migliorato crea ulteriore e più puntuale linguaggio, che a sua volta stimola il cervello rendendolo ancora più performante, e così via. Ma se le cose stanno solo così, com’è che tutti i giorni incontro contadini pugliesi che pensano incommensurabilmente oltre le quattro parole del dialetto che sanno? E intelligenze artificiali sempre aggiornate di tutte le parole del mondo che non pensano nulla? Il contadino pugliese manifesta un quid, se non ontologicamente autonomo o soprannaturale, comunque emergente, forse precedente, che supera la somma delle parti date dal linguaggio e dall'abilità cerebrale.

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1 Il re del mondo, Franco Battiato, 1985

Martedì, 17 Ottobre 2023 16:54

Già e non ancora

Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà” Mc 8,35

Non appena la coscienza entra in presa diretta nell’istante presente senza, dunque, interpretarlo suggestionata dalla memoria personale, in questa nuda consapevolezza d'essere metri e metronomi non servono più[1].

Forse in questo sottrarci alla misura e alla continuità siamo già un po’ eterni.

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1 Talvolta ottemperiamo misure altre volte le oltrepassiamo, qualche rara volta le trascendiamo ottemperandole, come il monaco che nell'hortus conclusus vede l'infinito, o il percussionista che obbedendo al prevedibile metronomo esterna -chissà da dove?- un mood estroso, o il poeta che grazie alla costrizione metrica espande l'orizzonte.

Mercoledì, 11 Ottobre 2023 14:33

Hortus conclusus

I registi sul set, i bambini che giocano sul piazzale, i preti davanti all’altare, i teatranti sul palco, le rockstar nello stadio, i monaci nel chiostro, i calciatori in campo… 

A un certo punto Homo sapiens ha circoscritto una porzione di spazio e ci è entrano dentro con una intenzione, rendendosi presto conto che più quello spazio era chiaramente delimitato e l’intenzione precisa, e più lì dentro accadevano cose migliori, o più interessanti, di quelle che succedevano fuori.

Martedì, 10 Ottobre 2023 16:40

Chi?

La struttura dell’Io è tanto composita e fluttuante che risulta difficile rintracciare il titolare effettivo[1]. Ma allora, chi nasce? Chi esiste? E chi muore?[2]

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1 Senza necessità di far riferimento a sapienze orientali che ci dettaglino la dualità fra il Sé, ātman, e l'Io, aham, che nel contempo ci costituiscono, o agli eteronimi pessoiani, oppure ai personaggi pirandelliani che ci vivono dentro ognuno con la sua maschera, i suoi bisogni, le sue abitudini, i suoi tic, i suoi dialetti e i suoi gusti, o al teatro humeano della mente, dove l’impressione d’essere qualcuno è prodotta dall’affastellarsi di percezioni che passano e ripassano, scivolano e si mescolano, o ai Giani bifronte, ovvero alle scissioni e alle integrazioni psicoanalitiche e alle tante e diverse subpersonalità che ci abitano investigate dalla psicosintesi, basta e avanza l’osservazione empirica della semplice evidenza che possiamo riflettere pensando ciò che stiamo pensando, o che siamo capaci di un esame di coscienza personale dove parti di noi ne giudicano altre, per avere conferma che non è vero che siamo uno ma eclettiche ed eterogenee complessità. Nonostante un così fragile assemblaggio di numerose parti l’Io di solito non si disintegra, sì di tanto in tanto qualcuno scoppia, ma di solito permane aggregato. Verosimile che il mastice che lo tiene insieme sia la nuda e immediata impressione di essere, quella coscienza che al mattino sorge per forza propria quando ci svegliamo e che sempre ci accompagna, è difficile da percepire perché produce all’istante il pensiero: sono io, sono questo, sono quello, che subito la copre. Questa istantanea, naturale e nuda coscienza di essere, che precede e produce l'Io, l’Advaita Vedanta indiano dice che è un substrato onnipervadente, non è, dunque, prodotta dall'individuo ma è una sorta di campo diffuso che lo precede e ingloba. In filosofia lo chiamano panpsichismo ma dalle nostre parti se ne parla poco.

2 Riflettere sulla morte è riflettere sull'Io.

Giovedì, 05 Ottobre 2023 14:56

Separati in casa

Nella Chiesa cattolica dei nostri giorni ci sono momenti e tematiche dove il divario interno, fra tradizionalisti e progressisti, supera di gran lunga quello fra cattolicesimo e le altre confessioni cristiane. Non sarebbe male un bello scisma, così i quattro gatti ancora praticanti potranno optare per la Chiesa che più gli piace: due di qua e due di là. Diciamo “tradizionalisti”/“progressisti” come scrivono i giornalisti giusto per capirci, anche se qui sono definizioni imprecise[1]. Il punto è che, comunque le chiamiamo, lo scostamento fra le parti è diventato una voragine.

L’altro giorno collaborando a una iniziativa curata da un gruppo cattolico aperto, ecumenico, per nulla tradizionalista, impegnato nell’aiutare donne vittime di violenza, avevo partecipato alla messa. Era un bel po’ che non ci andavo così sono riuscito a osservare la cosa come se, arrivando da Marte, vi partecipassi per la prima volta.

Io non so se c’è Dio invece il sacerdote, dell’età di mio figlio, non solo era convintissimo della Sua esistenza ma, nella liturgia della messa, gli parlava direttamente. Parlava con Dio in italiano a tu per tu. Sappiamo che nel cristianesimo grazie all’incarnazione di Dio in Cristo, Vero Dio e vero uomo nell'unità della sua Persona divina, come recita il catechismo, Iddio puoi anche raffigurarlo, venerarne l’immagine e parlargli, perché con la mediazione di Cristo è superata la sacralità che ci separava dall’Onnipotente, quella che faceva togliere i calzari e nascondere la faccia per terra per non essere inceneriti dall’Innominabile Altissimo narrata dalla Bibbia: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.

Pur comprendendo la mediazione operata da Cristo che la Chiesa afferma, mediazione che renderebbe i fedeli figli di Dio, mi faceva strano sentire un giovane parlare faccia a faccia con Chi avrebbe creato l’universo. Mi colpiva il fatto che gli parlava con una noncuranza di fondo, data forse dall’abitudine. Se, come me, non sai se Dio c’è non gli parli, ma se affermi che c’è e gli parli pure mica puoi farlo con quella nonchalance, anche se ti consideri suo figlio. Stavo andando lì per dirgli: Ma sai cosa stai dicendo? Ma lo sai cosa stai facendo? Se l’Entità incommensurabile, inesprimibile, inconcepibile, l’Aldi là di tutto assoluto, l’Uno parmenideo, il noumeno platonico kantiano, il Dio di Spinoza, Il sommo funzionamento, invece di nessuno è qualcuno al quale credi di rivolgerti, mica puoi parlargli senza un minimo sindacale di timore e tremore.

Un po’ più di deferenza dovresti mostrarla, magari con formule solenni dette in una lingua antica, e poi un qualche dispositivo di protezione individuale, come quelli utilizzati per i lavori pericolosi, dovresti indossarlo: un paramento prezioso, un velo omerale per non bruciarti le mani nel maneggiare il Santissimo e poi, nell’armeggiare tale potenza, sarebbe meglio dare le spalle ai fedeli per proteggerli da eventuali deflagrazioni sovrannaturali.

Non ho tanto chiaro se ci sono o ci faccio, se sto facendo lo spiritoso o se nell'inconscio sono un tradizionalista sfegatato invece dell'agnostico che credo d'essere, non possiamo, però, negare che i tradizionalisti -dei quali nel conscio nulla condivido ma molto comprendo- hanno le loro buone ragioni per borbottare della Chiesa di Francesco. Il problema è che le due visioni nuotano in differenti e inconciliabili paradigmi: i progressisti nell’ortoprassi dell’amore per il bisognoso, i tradizionalisti nel sacro che prescegliendo alcuni si rivela nella storia attraverso questi.

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1  Dato che l’etica del buon samaritano, che vede la misericordia e la compassione verso il prossimo fragile e sofferente, chiunque esso sia, è la cifra dei cosiddetti “progressisti”, ci porta a collocarli nella dimensione gesuana delle origini, quindi tradizionale nell’accezione di fedele interprete dell’ortoprassi originaria. Viceversa i cosiddetti "tradizionalisti" sono espressione di sviluppi culturali e dottrinali successivi, che hanno prima trasformato Gesù di Nazareth in Gesù Cristo e poi riformato la Chiesa primitiva nella Chiesa “romana cattolica”, costruendo una lirica dottrinale (dall'ortoprassi all'ortodossia) e una struttura istituzionale estranee alla Chiesa delle origini, in questo senso se non proprio progressisti potremmo definirli novatori.

Martedì, 03 Ottobre 2023 15:12

Incantesimi

Entrato in una metafora non n’è più uscito[1]. Tante esistenze vanno così.

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1 Non so se la Verità assoluta e la Realtà ultima ci sono precluse perché siamo limitati, o perché si muovono così velocemente che non riusciamo a fissarle, oppure perché non esistono. Sia come sia, visto che Verità e Realtà ultime sono pensabili e insieme irraggiungibili non ci resta che indicarle per mezzo di storie, miti, parabole, metafore, immagini, allegorie e simboli. Strumenti potenti e indispensabili, nondimeno insidiosi perché si può sbagliare storia, e ancor di più perché causa di delirio e intrappolamento se equivocati come realtà fisse e di per sé sussistenti, come succede a quelli che vanno in pellegrinaggio a Predappio, o ai i poliziotti morali iraniani che pestano a morte le ragazze che non indossano il velo secondo copione.

Sabato, 30 Settembre 2023 13:04

Pensiero debole, pensiero forte

Nel capitolo Il grande inquisitore de I fratelli Karamazov i protagonisti in scena: l’Inquisitore, il Diavolo -non in scena ma presente attraverso l’Inquisitore- e il Cristo, sono tutti mossi da pensiero forte, da libero arbitrio assoluto e da certezze soggettive totalizzanti. Personaggi fissi, saturi, apocalittici.

Se si proviene dal quel milieu va forse da sé essere belligeranti tirando, tragicamente, dritto.

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