C'è una concezione dell'uomo diffusa nella cultura moderna secondo la quale siamo ciò che facciamo. La nostra persona si costruirebbe attraverso le scelte, le azioni, i progetti: ciò che siamo si determinerebbe progressivamente attraverso ciò che facciamo. È una concezione che ha trovato una formulazione radicale nell'esistenzialismo di Sartre. L'idea che l'uomo non abbia un'essenza prestabilita e debba costruire se stesso ha senso, se riferita all'io biografico. Quello che chiamiamo “me” si configura nel rapporto con gli altri, con l'ambiente, con le esperienze.
Ma c'è qualcosa che precede tutto questo. Prima di poter dire che cosa faccio, che cosa penso, che cosa desidero, prima ancora di poter dire chi sono, c'è un fatto elementare: sono. Tornando ai primi ricordi, mi sembra che questa consapevolezza d'essere non si sia costituita progressivamente facendo delle cose, ma sia spuntata come un colchico d'autunno: a un certo punto della crescita del corpo è semplicemente sorta, con lo sviluppo dell'organismo, prima di qualsiasi costruzione dell'io biografico.
L'immediata consapevolezza “io sono” non è la persona che conosco come me stesso. Non è la mia storia, il mio carattere, il mio ruolo sociale. È la semplice consapevolezza di essere, da cui tutto questo può emergere. Il fare è un modo dell'essere; non è la condizione dell'essere. Anche il pensiero accade nell'esperienza immediata dell'essere. E il pensiero sull'essere non è l'essere. Posso pensare a me stesso, descrivermi, raccontarmi: tutto questo viene dopo quel fatto elementare e misterioso per cui, semplicemente, sono. La consapevolezza di essere è così immediata e vicina che il più delle volte non ce ne accorgiamo, è come cercare gli occhiali dimenticando d’averli già sul naso.
Qui occorre evitare un equivoco. Dire “io sono” non significa sostenere che esiste soltanto la mia coscienza di essere. Non sto facendo una teoria dell'universo. Sto indicando un'esperienza. Non ci siamo fatti da soli. Ci ha fatti la natura e, dentro questo processo naturale, è sorta anche la consapevolezza di essere.
Questo primato esistenziale dell'essere sul fare è liberatorio. Il fare può essere impedito dalle circostanze o dalla perdita delle capacità che davamo per scontate. Possono venire meno molte delle cose attraverso cui abbiamo imparato a definirci. Ma l'“io sono” non coincide con nessuna di esse e non dipende dalla nostra efficienza. Questo non significa che ogni condizione debba essere accettata, né che si debba continuare a vivere a qualunque costo. Significa soltanto che il limite del fare non è il limite dell'essere. Il punto è più semplice e, per me, più radicale: non sono perché faccio, faccio perché sono. E non devo fare qualcosa per meritarmi di essere.