BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Lunedì, 28 Maggio 2012 18:54

intellettuali

Julián Carrón nella sua lettera pubblicata martedì 1 maggio su Repubblica invitava i ciellini alla sequela di don Giussani:
«Chiediamo perdono se abbiamo recato danno alla memoria di don Giussani con la nostra superficialità e mancanza di sequela.»

Luciano Violante scrive contrito: «Un richiamo che deve far riflettere tutti, anche noi politici

Accolgo l'invito dello stimato commentatore. Rifletto e considero:

se nella mia esistenza avessi onorato il richiamo a tanta profondità e sequela oggi sarei ancora lì a obbedire ad Alberto Perego (un giro in Google news per il piacere di conoscerlo e nelle mie memorie per approfondire).

Giovedì, 24 Maggio 2012 17:52

Breve invito ad implementare colonie feline

Se si vive in campagna è proficuo, per il filosofo, accudire una trentina di gatti; siccome, di solito, campano meno degli uomini dopo un po’ qualcuno morirà e nel contempo qualcun altro nascerà. Ciclo che elargisce all'osservatore impressione di immortalità, però, per farne esperienza piena, è preferibile non dare nome ai felini. Quando il corpo del gatto invecchia e non risponde più, lui indifferente si sdraia sotto un cespuglio di lavanda e, mentre altri nascono, crepa.

Anche gli uomini mediterranei delle zone rurali quando il corpo non risponde più non si preoccupano dell’ignoto però, imperfetti, si rattristano dello stato di abbandono degli ulivi e della vigna che non possono più potare e zappare, quasi che il mondo, o almeno un suo frammento, necessiti a oltranza di loro.

Martedì, 22 Maggio 2012 13:33

brand management

Il valore percepito e il valore reale non sempre coincidono, nei profumi per uomo lo scostamento raggiunge il massimo grado: tranquille molecole di terpeni e fenoli attraverso tecniche di brand management si trasformano in fragranze onnipotenti.

La saturazione semantica, allegorica e liturgica degli spot mira ad agganciare lo spettatore ad un "oltre" suggestivo, pura astrazione che per ragionieri di Arezzo e bancari di Caserta diventa realtà assoluta. Ogni mattina se lo spruzzano addosso e finalmente hanno sensazione d’esistere gloriosi.

Il brand management nobilitante patacche viene anche utilizzato per promuovere religioni, innamoramenti, partiti politici, filosofie...

Sabato, 19 Maggio 2012 18:03

Brindisi 19 maggio

La Sacra Corona Unita non colpisce a capocchia. Vuole mettere qualcosa sotto i denti. Evita di inimicarsi il territorio. Questa è roba da idealista perverso o di idealisti perversi.

Avevo scritto di uno di loro otto giorni fa nel racconto LA Cattedra e me lo sono trovato in azione vicino a casa.

Martedì, 15 Maggio 2012 11:37

Giardini mediterranei

Per realizzarli occorre vivere in zone temperate, negli ultimi decenni ne ho implementati alcuni, meglio farli a novembre così si evita di irrigare.

Per un duecento metri quadri si acquistano da vivaisti 10 piante per specie di Salvia, Lavanda, Rosmarino, Lentisco e Terebinto che sono dei pistacchi selvatici, Echium, Timo capitatum e serpillo, Viburno e qualche Frassino ornello.

Cisti vari, Elicriso italicum e la Phlomis herba venti non è facile trovarle dai vivaisti, piante troppo povere non meritevoli di mercato che si potranno agilmente sradicare ai bordi delle strade contigue alla macchia mediterranea, così non verranno schiacciate dalle auto. 

Si piantano a capocchia nello spazio prescelto non curanti che siano troppo vicine e il giardino prenderà consistenza. L’artificio all’inizio c’è, poi tutto accadrà spontaneo: qualche pianta seccherà altre esploderanno in vegetazione. L’anno dopo, mentre il mondo si preoccupa, si passeggerà in mezzo. Finito il giro si avrà l'impressione di aver ricevuto notizie rassicuranti. Antipolitica? Per nulla.

 

Sabato, 05 Maggio 2012 19:22

E così sia

Carrón scrive a Repubblica. Invita i ciellini alla purificazione nell’ emanciparsi da sé stessi per seguire Cristo nel Movimento. Gente speciale gli appartenenti al gruppo perché, ricorda Carrón, affascinati, segnati, plasmati in eterno nelle fibre dell’essere da Cristo stesso, traboccanti di lui. Nessuna incoerenza interna e ostilità esterna potrà mai fermare l’opera dei prescelti.

Una lettera che non si capisce perché indirizzata alla piazza di Repubblica invece che ai ciellini. Osservatori laici plaudono a tanta esaltazione, mistero delle fede. Qualche ingenuo legge un richiamo alla coerenza personale degli appartenenti.

Formigoni invece comprende e risponde alla benedizione:

«Carrón, le tue parole sono un formidabile aiuto per purificarci e ripartire. Grazie don Julián».

E così sia.

MEMORIE DI UN MEMORES COSÌ CL È DIVENTATA “AFFARI”

Gianni Barbacetto

Il Fatto Quodidiano, Milano 24 aprile 2012

Li ha visti da vicino, i ciellini e la loro élite, i Memores Domini. Perché Bruno Vergani era uno di loro.

“Ho incontrato Comunione e liberazione a Carate Brianza, dove abitavo. Avevo 14-15 anni e sono entrato nel movimento. Ero felice: invece di avere due o tre amici, ne avevo trecento. Ma ho preso la cosa molto seriamente e qualche anno dopo ho deciso di fare una scelta di dedizione totale a Dio. Era il 1976, avevo 19 anni. Ne ho parlato con don Luigi Giussani, il prete carismatico che aveva fondato Cl. Mi ha proposto di entrare in quello che allora era chiamato il ‘Gruppo adulto’ di Cl e che poi si è chiamato ‘Memores Domini’. Prima di entrare, ho fatto un anno di noviziato. Ero il novizio più giovane d’Italia. Poi sono finalmente entrato nella Casa e dopo un altro anno ho fatto la ‘promessa’: i tre voti di povertà, obbedienza e verginità, in linea con la tradizione monastica. Eravamo in effetti una comunità monastica ispirata alla regola di San Benedetto e formata da piccoli nuclei dislocati in anonimi appartamenti metropolitani. All’interno di ogni Casa un responsabile, il capo Casa. A coordinare le Case un direttivo guidato da don Giussani. La mia Casa era a Concorezzo, vi abitavamo in cinque e capo Casa, o priore, era Alberto Perego”.

Qualche anno dopo, Perego diventerà uno dei collaboratori più stretti di Roberto Formigoni, il titolare di conti all’estero (“Paiolo”) e di società offshore (Candonly, Fondazione Memalfa) su cui affluiscono soldi misteriosi. Sarà anche il compagno di viaggio di Formigoni nelle vacanze del capodanno 2009, a Parigi e poi all’Altamer Resort di Anguilla, nelle Piccole Antille, a spese del faccendiere della sanità lombarda Piero Daccò.

“Ma allora Perego era solo un ragioniere che lavorava in uno studio di Milano. Avrebbe dovuto essere la guida anche religiosa del mio gruppo, ma era molto modesto. Eppure a lui dovevamo obbedienza assoluta. Obbedire a lui era come obbedire a Dio. Perché per la teologia di Cl, l’Ente supremo s’incarna in Gesù Cristo e poi nella Chiesa: ti prende fisicamente nel pezzo di Chiesa che tu hai incontrato. Dovevamo rifiutare la fede intimistica, per una fede concreta. Don Giussani lo chiamava ‘processo analogico’. Per me, dunque, il Dio incarnato era Alberto Perego!”.

Vergani non regge a lungo.

“Ero scisso tra i grandi ideali della fede e la infinita tristezza della vita quotidiana. Nel 1980 me ne sono andato”.

Oggi è stupito dei soldi che circolano nelle mani degli uomini di Cl.

“Allora ciascuno della Casa metteva il suo stipendio nella cassa comune, da cui si attingeva per pagare le spese. Ognuno prendeva poi per sé un piccolo contributo: io ci compravo i sigari e le scarpe. Facevamo vita sobria: avanzavano sempre dei soldi che erano messi a disposizione del direttivo dei Memores, che li utilizzava per far crescere il movimento, comprare altre Case, ingrandire la corporazione... Ricordo don Giussani: aveva i pantaloni sempre un po’ lisi, viveva in un modesto appartamento in via Martinengo a Milano. E ora leggo che Perego compra ville in Sardegna... Eppure sono convinto che questo esito era già scritto nella teologia di don Giussani: Perego e Formigoni non tradiscono, ma realizzano il pensiero del fondatore”.

Don Giussani era animato infatti dall’ossessione della “presenza”: i cattolici, contro una visione intimista e individualista della fede, devono mostrarsi nel mondo, costruire cose visibili.

“Sì, il problema è l’ontologia di don Giussani. Noi uomini siamo strappati dal nulla che ci incombe addosso, incontrando Cristo nella forma specifica che lui ha scelto: la Chiesa cattolica, luogo in cui si fa presente. Nella concretezza, incontrando Cl. Il singolo uomo è in sé insignificante, è nulla. Per poter essere, deve diventare cellula appartenente alla corporazione ecclesiastica, come le api e le formiche sono nulla senza il loro gruppo organizzato. Anzi di più: per l’uomo la dipendenza ontologica è totale, come i buchi nel formaggio. Dio presceglie un gruppo di uomini, Cl, e questi lo rappresentano in Terra. Chi è scelto è tutto, in quanto appartiene (cioè obbedisce) al gruppo. Chi è fuori è nulla. È una teologia tribale”.

Il successore di don Giussani, Julián Carrón, come l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, sembrano prendere le distanze dalla deriva affaristica di Cl.

“Ma hanno la medesima teologia del fondatore. Carrón ne ha ripreso proprio l’ontologia, negli esercizi spirituali dei giorni scorsi a Rimini”.

Alcuni ciellini provano disagio per lo stile di vita di Formigoni. E la ciellina Carla Vites, moglie di Antonio Simone (in carcere, come Daccò, per le indagini sui milioni sparita alla Fondazione Maugeri), ha avuto parole durissime nei confronti del presidente della Lombardia.

“Carla Vites invitava Cl a ‘un sussulto di gelosia per la propria identità’. Ma Formigoni non ha tradito quell’identità, l’ha realizzata. Chi è dentro Cl è in missione per conto di Dio, può tutto, le regole sociali e il codice penale non contano più. La presenza di Cristo che vive nella storia coincide con Cl, come pure il senso della storia e il bene pubblico. Questa è la vera patologia, non le camicie a fiori di Formigoni”.

Giovedì, 19 Aprile 2012 18:10

Gentile Carla

Carla Vites, moglie del ciellino Antonio Simone recentemente arrestato, scrive al Corriere della Sera. Gesto che rispetto e apprezzo nel metodo ma non nel merito, in una lettera rispondo in piazza.
 
Gentile Carla,
nella sua lettera al Corriere della Sera invita Comunione e Liberazione a «un sussulto di gelosia per la propria identità, per quello che Giussani pensava al momento della fondazione» e attacca Formigoni, a suo dire, traditore di amici e del pensiero del fondatore.
Perplesso da santificazioni e condanne ritengo invece che il problema alberghi proprio nell’identità ciellina da lei esaltata, della quale il governatore è diretta e congrua espressione.

Pensiero e identità che ben conosco: punto di partenza l’uomo e le sue presunte necessità ontologiche e ideali. Da qui l’urgenza di trovare direzione, senso e realizzazione, in una consapevolezza integrale: il senso religioso. Questo il valore e da qui i valori. L’urgenza che, dunque, avvertiva Giussani era che il potere politico dovesse tutelare questo senso religioso integrale; nella fattispecie che favorisse il consolidarsi e l’ingrandirsi della corporazione-istituzione ciellina fino agli estremi confini della terra.
Per il pensiero di Giussani chi è Gesù Cristo? Dov’è? Nella Chiesa? Non proprio. Cristo è concettualmente nella Chiesa, ma di fatto si manifesterebbe in quel pezzo di Chiesa che il ciellino ha incontrato: CL stessa. In questa teologia tribale, squisitamente giussaniana, il senso della cose, la morale, la cosa pubblica non sono tematiche da affrontare con imparzialità e confronto dialettico con l’Altro, in quanto si presume di possedere, perché prescelti dal destino, il significato ultimo di tutto e tutti in maniera integrale e indiscutibile: la presenza di Cristo che vive nella storia attraverso la compagnia di appartenenza.
Cristo coinciderebbe con CL, la verità anche, il senso della storia e il bene pubblico pure. In questa autoreferenzialità sta l’equivoco, ben più patologico e pericoloso delle «orrende camicie fiorate» del governatore, da lei ricordate.

E’ evidente che chi, all’interno di CL,  è un minimo sensibile avverte che c’è qualcosa che non va, ma siccome è stato programmato all’obbedienza, invece di dissentire dal pensiero del fondatore reagisce attaccando il “traditore” e stringendosi al gruppo di appartenenza: nel tentativo di sostenere l’inumana fatica di conciliare la drammatica realtà alle credenze tribali il veleno è equivocato per medicina. Difficile per l’appartenente a CL funzionare in modo diverso, così si è lasciato programmare dal pensiero del fondatore.
Cara Carla, l’avevo fatto anch’io, poi un giorno evitando di santificare e condannare chicchessia mi sono semplicemente detto: «Che fesso sono stato».

Auguri signora Carla!

Bruno Vergani

Giovedì, 19 Aprile 2012 11:32

art. 21

«Ogni ufelè al fa ul so mesté» vale solo per pasticceri, neurochirurghi e idraulici per tutto il resto è roba da inibiti.

L'art. 21 della Costituzione stabilisce che: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero…»
Compresi nella fattispecie: bluffare del tuttologo, ammonimento del teologo, iperbole del filosofo teoretico, smargiassata del politico, bugia dell’ipocrita, stupidata dell’idiota, boutade del blogger.

Tutti convinti, con Kant, dell’universalità della propria soggettività.

Lunedì, 16 Aprile 2012 17:02

Gott mit uns

Il processo penale imputando il criminale, sanzionandolo, ingrigliandolo nelle sbarre della cella e delle sistematizzazioni, tenta di rimarginare la ferita sociale procurata dal delitto. E’ iniziato il processo a Anders Behring Breivik, autore del doppio attacco terroristico di Oslo e dell’isola di Utoya, ma la giustizia dei codici penali sembra arrancare.
L’imputato entra nel tribunale di Oslo e ostenta braccio destro teso e pugno chiuso ai familiari delle vittime poi, devoto e fiero, se lo mette al cuore. Aveva scritto che quel saluto esprime «la forza, l'onore e la sfida ai tiranni marxisti».
Valutato, nell’ultima perizia, capace di intendere e volere si presenta impeccabile, pulito, ben vestito per esordire con una dichiarazione di non imputabilità: «Riconosco i fatti ma non mi riconosco colpevole». L’avvocato difensore ha annunciato che il suo assistito potrebbe esternare nel dibattimento insoddisfazione per non aver procurato un numero maggiore delle 77 vittime e 42 feriti gravi raggiunti.
Anders Behring Breivik soggetto idealista, a suo dire «salvatore del Cristianesimo», riferisce che ha compiuto la strage per dare un «messaggio forte al popolo, per fermare i danni del partito laburista» e la «decostruzione della cultura norvegese per via dell'immigrazione in massa dei musulmani».

I gangster agiscono per mettere qualcosa sotto i denti, non curanti di ideali e Teorie mirano al profitto procurando sofferenze estreme, eppure gli olocausti non li hanno fatti loro ma i bravi figli, i bravi lavoratori, i bravi patrioti, i bravi padri; bravi nazisti, bravi stalinisti. Gente idealista. Gente pulita. Gente ordinata. Gente pura. Gente che perseguiva oceanico onore nell'ineffabile ordine. Anders Behring Breivik nei suoi scritti cita il filosofo John Stuart Mill: «Una persona con una fede ha la forza di 100.000 che hanno solo interessi».

Nell’ interrogatorio al nazista Eichmann, responsabile tecnico della deportazione e genocidio sistematico di ebrei, nomadi, omosessuali, il giudice istruttore gli domandava: «Ritiene di essere stato un perfetto servitore dello stato, ligio alla legge?»
Eichmann: «Ma io sono kantiano; io obbedisco alla legge, non all’ordine,
perché il Fuhrer era il principio stesso della legge. Io sono stato educato alla scuola di Kant».

Può essere molto più pericoloso un idealista di una gang di delinquenti.

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