BLOG DI BRUNO VERGANI

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Mercoledì, 23 Settembre 2015 20:56

Massimo Borghesi, Luigi Giussani

Scritto da 

Il saggio monografico del filosofo Massimo Borghesi «Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno», analizza il pensiero di Luigi Giussani (1922-2005) dipanando con approccio filosofico e teologico le categorie fondamentali del pensiero giussaniano, oltre ad esporre l’inedito approccio “tomistico esistenziale, moderno, libero e aperto” e la correlata dialettica culturale e storica - all’interno della Chiesa cattolica e della società civile, dagli anni Cinquanta del Novecento fino alla sua morte - e connesse accuse di modernismo e di integrismo, tutt’oggi presenti, che Borghesi agilmente risolve in favore del protagonista.

Una articolata illustrazione delle categorie della tradizione cattolica ri-attualizzate da Giussani e insieme del suo “pensiero sorgivo”, aventi come punto di partenza il “senso religioso” - categoria attinta da Montini -  inteso, con taglio ontologico ed esistenziale, come il peculiare e insopprimibile anelito umano al significato dell’esistere, del vivere e del morire. Senso religioso che per implicita universalità favorisce il dialogo con qualsiasi uomo e cultura.

Per temperamento su questo punto simpatizzo con l’approccio di Giussani e Borghesi constatando che, pur non definendolo necessariamente “senso religioso”, l’umano pensiero, da sempre, affronta tale dato di “mancanza” elaborando, come testimoniano estesi tratti della storia della filosofia, percorsi d’emancipazione. Tuttavia nel contempo non possiamo omettere di affrontare possibili ipotesi d’infondatezza riguardo tale supposta mancanza, specialmente in un volume che, estraneo allo stile agiografico devozionale, espone il pensiero di Giussani con rigore filosofico. Nel merito di questa ipotesi di infondatezza riguardo la categoria della mancanza esistenziale, cito il famoso frammento 30 di Eraclito, che per nulla insoddisfatto dimostra che l’uomo, oltre a essere esistenzialmente “capace di Dio” per sanare oceaniche insoddisfazioni, è anche abile in tutt’altro: «Quest’ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini, ma sempre era, è e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura».

Teoria della mancanza anche poggiante su forme latenti, consapevoli o meno, di nichilismo e connessi esistenzialismi: da quelle parti se immenso sarà il buco di congrua quantità dovrà risultare la sostanza per chiuderlo. Mancanza che in chiave psicoanalitica viene talora interpretata conseguenza della totale dipendenza del neonato dall’Altro incistata nell’adulto. Languore esistenziale che, al pari e a maggior ragione di quello gastrico, esigerebbe indagine accurata, che l’Autore invece pone, senza dimostrarlo, come dato di fatto acquisito e inconfutabile.

Nel porre a fondamento tale presupposta mancanza sorgerà immediata la domanda corrispondente, posta la domanda corrispondente irromperà la risposta conforme, che Giussani indica nel sorgere dell’Avvenimento cristiano in quanto risposta esauriente e concreta nell’incontro-esperienza di Cristo nella Chiesa cattolica, più precisamente nel pezzo di Chiesa denominato Comunione e liberazione, "conoscenza amorosa" nella relazione dell’io con un “tu” verità risolutiva “cercata dal soggetto ma imposta dall’oggetto”, dove l’io troverebbe, finalmente, corrispondenza compiuta con la realtà. Concezione che armonizzerebbe ontologia (quella dell’Essere con la maiuscola) con realtà fenomenica.

Proposta legittima personalmente verificata anni fa apprendendo in presa diretta le categorie giussaniane dalla viva voce “del più grande educatore del '900”, oltre a trovarmi su sua perentoria e precisa indicazione a praticarle obbedendo, come a Cristo in terra (letteralmente), a tale oggi a processo per presunta associazione a delinquere insieme a altri ciellini. Forse c’è qualcosa che non va.

Non intendo universalizzare la personale e circoscritta fallimentare verifica sul campo per criticare un libro in numerosi passaggi valoroso, meritevole di rilettura e di congrua recensione ben oltre a queste stringate annotazioni a caldo, ma rilevare che le categorie di pensiero di Giussani - e di chicchessia - di per sé mere scatole vuote, più precisamente più sono grandi più risultano vuote, andrebbero dettagliate con precisione riguardo i contenuti: omettendo la fattispecie sembra si dice ma invece si tace. La generale categoria di verità “cercata dal soggetto ma imposta dall’oggetto” va bene per Hitler e per san Francesco perché vuol dire tutto e niente, così quelle di “fatto”, “esperienza” e “incontro”, che se monche di circostanziati contenuti di metodo e prassi vanno bene allo studente per passare l’esame, ma risultano vane al personale vivere.

Massimo Borghesi,
"Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno" Edizioni di Pagina, Bari, 2015.

Ultima modifica il Giovedì, 24 Settembre 2015 07:33

3 commenti

  • Link al commento Bruno Vergani Sabato, 07 Novembre 2015 19:14 inviato da Bruno Vergani

    Martin Heidegger avrebbe manifestato precise perplessità nei confronti di coloro che valutano Giussani “il più grande educatore del '900”, riguardo all’educazione e alla cura analizzava in “Essere e tempo” alcuni errori educativi:
    “L’aver cura può in un certo modo sollevare gli altri dalla cura, sostituendosi loro nel prendersi cura, intromettendosi al loro posto. Questo aver cura assume, per conto dell’altro, il prendersi cura che gli appartiene in proprio. Gli altri risultano allora espulsi dal loro posto, retrocessi, per ricevere, a cose fatte e da altri, già pronto e disponibile, ciò di cui si prendevano cura, risultandone del tutto sgravati. In questa forma di aver cura, gli altri possono essere trasformati in dipendenti e in dominati, anche se il predominio è taciuto e dissimulato”.
    Puntuale istantanea della concezione e del metodo educativo giussaniano caratterizzato da esautorazione e infantilizzazione del soggetto.

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  • Link al commento Delia Lunedì, 05 Ottobre 2015 08:56 inviato da Delia

    Caro Bruno, come ben sai, vivo in una roccaforte di CL e ciò costituisce veramente una disgrazia, non solo per me, ma per la Lombardia.
    Capisco l'anelito tardo adolescenziale di trovare una riposta che riempia un vuoto, subito e definitivamente, no con domande, insicurezza, tentativi di conoscenza, ma con l'appartenenza a un qualcosa di totalizzante, appagante e deresponsabilizzante (grazie alla regola dell'obbedienza).
    Non leggerò il libro. Perché se 20 anni fa qualcuno poteva attribuire (buona)fede a Giussani e i suoi addetti (che oggi mi verrebbe da chiamare complici), trovo omertoso e fuorviante tessere un qualsiasi elogio, dedicare un qualsiasi tempo a un fenomeno che si è rivelato degno solo di essere preso in considerazione dai Giudici per le indagini preliminari e discusso nelle aule dei Tribunali.
    L'autore del libro ha speso molte parole parlando di Dio, fede, Chiesa... Dovrebbe rileggersi quel passaggio del Nuovo Testamento (non ricordo di quale Apostolo) in cui i discepoli chiedono a Gesù come distinguere i buoni dai cattivi maestri. "Dai loro frutti li riconoscerete..."
    Tutto il resto è fuffa.

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  • Link al commento Bruno Vergani Venerdì, 25 Settembre 2015 07:58 inviato da Bruno Vergani

    Alessandra Piccinini commenta il post con la seguente considerazione:
    «Caro Bruno,
    io mi sono sempre chiesta (anche se troppo tardi), come mai don Giussani, che ha fatto dell'obbedienza all'autorità il punto cardine della sua "predicazione", non abbia lui per primo obbedito all'autorità della sua Chiesa ma se ne sia in parte discostato creando lui in prima persona la sua piccola (poi mica tanto) "sottochiesa" inizialmente guardata con sospetto dalla sua madre millenaria. A volte ripensando a me adolescente ciellina mi sento un po' vittima inconsapevole della sua irrimediabile incoerenza.»

    Cara Alessandra premetto che quando i presupposti di affidabilità, dopo verifica sul campo, hanno avuto esito negativo (ex), è comunque conveniente emanciparsi da presunzioni di inintenzionalità personale, da visioni di sorte avversa e da vittimismi per accettare, invece e finalmente, una imputabilità personale. E' da qui, non dalle querimonie, che inizia ogni libertà.
    Nel merito osservo, concordando con quanto scrivi, che significato e prassi dell'obbedienza alla e nella "Compagnia sacramentale" di CL sono espressi da Giussani su due binari: all’interno del gruppo l'obbedienza è regolarmente intesa totale, assoluta, pragmatica, diretta e precisissima: autorità cielline anfibi terro-celesti con una zampa nella finitudine e l’altra nell’eterno, uomini che per processo “analogico” (analogia entis) rappresentano Iddio stesso per i subalterni: «Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbedire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati», struttura gerarchica dove l'appartenente alla comunità obbedisce ad univoco superiore, sacra autorità concatenata al sottoposto per diretta prossimità, capo che all'interno del gruppo a sua volta obbedisce, senza deviazioni, ad un suo superiore. Nel rapporto di CL nei confronti del Magistero il coincidere dell'autorità Istituzione-Cristo tende invece a stemperarsi e a chi indicava l’autentificazione della autorità ecclesiastica come segno e garanzia di verità per CL, Giussani replicava: «Non sono d’accordo […] perché uno in coscienza deve essere perfettamente certo, anche se la Chiesa non si è ancora pronunciata. Perché quando la Chiesa si pronuncia su una cosa… obbedisco. E lì cessa il mio carisma.» Emerge, dunque, una analogia con Cristo autoreferenziale - e francamente un po’ esaltata - che nel guidare esige obbedienza, ma nell’essere guidato reclama autonomia. Ritornando alla concezione giussaniana di dipendenza all'interno di CL - “Dipendenza” è parola tipicamente giussaniana -, va precisato che al dipendente è chiesto di fare proprie le ragioni dell’autorità, individuando e accogliendo l'informazione di fondo che esprime il "Superiore" per farla diventare intimamente propria sentendone il valore, in quanto l’autorità è ritenuta Cristo presente, individuo di per sé effimero eppure veicolante l'Assoluto. Per il subalterno urge, dunque, che indifferente al grado di sensibilità, onestà e verità del Superiore, lo interiorizzi per presupposta sacramentalità da lui espressa e significata. Un processo di infantilizzazione evidentemente devastante.

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