BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Venerdì, 18 Settembre 2015 10:35

Diario clinico di un disabile

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Il divorzio era stato devastante e per distrarmi frequentavo amici e specialmente amiche. Uomo single dal carattere conciliante. Tale Brigitte mi aveva contattato da Parigi, aveva sentito parlare del mio lavoro d’erborista da amici comuni e desiderava collaborare con me. Ero stato da lei e poi lei da me e senza accorgermi me n’ero innamorato. Il bacio alla francese non era una leggenda, esisteva davvero: arcani movimenti rotatori e aspiratori che mi facevano perdere i sensi, come i ladri del medioevo che mettevano di nascosto i semi di datura nel vino della vittima e quando si addormentava la derubavano. Avevo creduto per un momento d’essere felice, invece l’innamorarmi aveva coinciso con una malattia, una febbre che mi rendeva severamente disabile.

La fidanzata parigina era più sana e equilibrata nella relazione rispetto a me, anche se piuttosto stronza: nutriva un affetto vago confuso all’interesse per il mio lavoro. Senza di lei l’attesa era insopportabile, un avvento continuo come aspettare Gesù Bambino. Avevo bisogno di lei, il fatto era che se lei non mi amava io morivo, quindi invece che morire era meglio le mi amasse e per farmi amare io diventavo come lei voleva, mi conformavo e ingurgitavo a fatica la zuppa di soia condita col tamari che aveva cucinato, noncurante del voltastomaco le dicevo che era superba, da perfetto deficiente glie lo dicevo in francese: senza farmi notare inspiravo più che potevo e un po’ ancora, poi emettevo dal profondo dell’anima una lenta espirazione per far uscire una erre roulant eterna che esprimesse la mia devozione assoluta per lei. Partiva e io rimanevo lì, fermo ad aspettarla, senza fiato con la brodaglia esotica sullo stomaco, pietrificato dall’angoscia.

Se era a Parigi mi mancava, ma quando tornava iniziava il supplizio perché era malata delle teorie del benessere: tre ore di yoga alla mattina, strane pratiche d’inspirazioni d’acqua nel naso come un elefante e poi le nevrosi sul cibo: il carboidrato, la proteina, e mangia così e mangia cosà e respira così e respira cosà. Quando andavo io a casa sua era ancora peggio, aveva i fornelli elettrici perché quelli a gas, a suo dire, potevano perdere e mentre dormivi ti ammazzavano. Quando lavavo i piatti dovevo utilizzare poco detersivo altrimenti inquinavo tutto il pianeta e solo qualche goccia d’acqua perché altrimenti tutta la terra moriva di sete per colpa mia. Vietato fumare. Avevo fumato lo stesso il Toscano extravecchio al freddo del suo balcone, ma un po' di fumo, a suo dire, era penetrato nell’immacolato appartamento contaminandolo, così avevo smesso di fumare anche per poterla baciare senza che si lamentasse per l’alito che sapeva di tabacco. Era allergica al glutine, addio cucina italiana. Tiroide fuori uso come di moda per le donne moderne, di lavoro però curava gli altri e quando avevo chiesto un caffé aveva sobbalzato come se una goccia di caffeina potesse uccidermi. Poi ritornavo in Italia e invece di realizzare che era una poveretta mi sentivo perduto. Visti i presupposti sei mesi di massacro. Alla fine mi aveva mollato lei e in un paio di mesi ero guarito dalla psicosi e forse anche immunizzato. Trascorsi dieci anni, pur risposandomi, nessuna ricaduta.

Ultima modifica il Martedì, 20 Ottobre 2015 07:49
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