BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Venerdì, 09 Marzo 2012 11:00

o/o - e/e

Fellini affermava che lui faceva film e gli altri (critici, psicanalisti, intellettuali, pubblico) glie li spiegavano. Dunque un realizzarsi della persona che attinge spontanea dal suo intimo indifferente al pensiero razionale.  

Neri Pollastri indica invece la personale realizzazione in direzione opposta:
« Far sì che le persone filosifino è permettere che gli individui […] recuperino il loro senso di essere al mondo, la stima nelle possibilità di agirvi, la fiducia nelle loro stesse capacità di pensiero. Cercando la comprensione della realtà (si potrebbe dire, cercando la verità) troveranno anche loro stessi: perché non si cercheranno autisticamente nella propria intimità, ma si ricollocheranno autonomamente nel mondo che avranno ripreso a frequentare col pensiero.»
[Filosofia praticata Di Girolamo editore pag.32].

A bene vedere l’apparente contrapposizione “o/o” [o così oppure il suo contrario cosà] del pensiero razionale rivolto alla realtà esterna alternativo all’intuizione che emerge dall'intimo, è fittizia. Di fatto, lontani da funzionamenti binari, viviamo mischiando il pensare all’intuire. Un e/e invece di un o/o.
 
Gian Luca Barbieri, docente di Psicologia Dinamica e ricercatore presso la Facoltà di Psicologia di Parma, giustamente osserva che:

«il ragionare sul proprio IO implica che per ottenere questo obiettivo, si utilizzino gli strumenti che lo stesso IO ci mette a disposizione. Non è un circolo vizioso? Non è questa una logica autoreferenziale che si giustifica per forza? Guardarsi dentro e guardarsi fuori è poi così diverso? Dato che tutto viene filtrato dal proprio IO?»

Lunedì, 05 Marzo 2012 10:35

“Quasi amici” ( Intouchables )

Il ricco Philippe bianco e tetraplegico, assume come badante il povero Driss nero e pregiudicato, a dire di tutti - all’inizio della storia anche da Driss stesso - la persona meno indicata per quell’incarico. L’entourage di Philippe gli consiglia di licenziarlo, dalla sua sedia a rotelle risponde:

«Quella gente è senza nessuna pietà. E io così li voglio, senza pietà.»

Il film è tutto lì e non è poco. Ognuno dei due protagonisti vuole mettere qualcosa sotto i denti, nessuno ha intenzione di fare il “buono” o di imporre la propria coscienza morale all’altro. Il reale, quello che c’è, quello che si incontra, diventa per loro fonte di morale che attiva una proficua relazione di partnership. I poveri e i ricchi, i malati e i sani rimangono, dall’inizio alla fine, reciprocamente Altro eppure tutto cambia. Nessuna teoria presupposta, ideologica, sulla povertà e sulla sofferenza, nessuna Madre Teresa di Calcutta che, come affermava Christopher Hitchens, «Non amava i poveri, ma la povertà».

L’improbabile connubio dei protagonisti ha risvolti comici esilaranti e la commedia è stata vista in Francia da venti milioni di spettatori, in Germania è stato il film francese più visto in assoluto ma questa è un'altra storia, quella che conta è lo scostamento dalla narrazione per immagini (e nell’immaginario) che imperversa nei media italici. Quella dell’intervista al cassaintegrato disperato con le bolletta insoluta in mano, seguita senza stacco da quella al ricco sdraiato sullo yacht. Divide et impera e gli spettatori si dividono nelle opposte tifoserie: quella dei convinti che “ognuno ha quello che si merita” contro gli irriducibili de “la classe operaia va in paradiso”. Come arbitri tecnici asettici, governanti schematici, che un po’ ricordano il «lo vide e passò oltre» [il povero] del sacerdote e del levita, raccontati nella parabola evangelica del buon samaritano.

Quasi amici (un brutto titolo l’originale era Intouchables), ispirato a una storia vera, è scritto e diretto da Olivier Nakache ed Eric Toledano. Non a caso francesi. A noi Verdone con «Posti in piedi in paradiso» commedia di Viagra e vitelloni.

Mercoledì, 29 Febbraio 2012 17:47

Il Dio dei leghisti

Raduno della Lega Nord. Umberto Bossi arringa il popolo bergamasco.
«… Stavolta abbiamo subito anche il Presidente della Repubblica che è venuto a riempirci di tricolori sapendo bene che il tricolore non piace alla gente del nord…altro che democrazia!»
Sotto il palco i militanti latrano compatti: «Vergogna!»
Bossi : «Eh certo!»
Pubblico : «Usciamo dall’Italia! Andiamocene via!»
Bossi : «Mandiamo un saluto al Presidente della Repubblica!» E fa le corna.
«D’altra parte nomen omen… si chiama napoletano… Oh no! Non sapevo che l’era un terùn!»
I militanti leghisti esultano: «Roma ladrona la Lega non perdona!... Monti Monti vaffanculo! Monti Monti vaffanculo!»
Bossi : «E magari gli piace, cazzo!»
Il pubblico in delirio applaude il capo. Qualcun altro invece lo denuncia per vilipendio al Capo dello Stato, tra questi il regista Ermanno Olmi.

Cattolica, gran parte, di quel pubblico esultante. Cattolico il regista che denuncia.  Qualcosa non torna. Cosa? Era la fine di dicembre del 2011 e la risposta era in stampa: “Il Dio dei Leghisti” di Augusto Cavadi oggi in libreria.
Chi è il leghista? A quale tipologia umana appartiene? Chirurgico l’Autore, filosofo e teologo, ne delinea il “codice culturale”. Appare un tipo umano aderente ad una ideologia semplificata, un Leninismo temperato dall’oratoria efficace e popolana. E’ reattivo: avverte la globalizzazione una minaccia alla sua identità e per difendersi si attacca alle tradizioni, alle radici popolari e mitiche, del suo territorio. “Tribalismo ipermoderno” che mai ironico difende i suoi miti provinciali per non essere fagocitato da socialismi o liberismi omologanti o sopraffatto dal diverso, dallo straniero.
I suoi principi etici sono elementari, primo fra tutti l’“idiotismo apolitico”: prima io poi gli altri. E’ un gran lavoratore, quasi eroico. Orgoglioso della sua virilità talvolta è ossessivamente omofobo. Tronfio della sua ignoranza diffida degli intellettuali.

Il libro è generoso di citazioni; alcune appaiono irreali. Borghezio, come prova provata di non essere razzista sentenzia:
«Le nere le ho provate quando sono stato in Africa, nello Zaire. Ah, le katanghesi! Le katanghesi! Prodotto notevole. Mica come le bruttone nigeriane che battono da noi. Quello che ho assaggiato li' era proprio un prodotto locale notevole».
Cavadi mantiene calma, profondità e lucidità: non scrive contro qualcuno, ma per comprendere e agire per migliorare le cose.

Fotografato il tipo umano veniamo informati delle sue concezioni teologiche: un panteismo naturalistico mischiato ad un cristianesimo ideologico, dove la religione è collante sociale e identitario. Il simbolo del Crocifisso, ostentato nei locali statali, esprime e sintetizza il patrimonio religioso ed etico padano. E a quel punto il lettore sente emergere chiara e forte dal profondo una domanda. La domanda. Si può essere cattolici e votare Lega? Com’è possibile conciliare il pensiero profetico, agapico, rivoluzionario, universalistico di Gesù di Nazareth - dove gli ultimi saranno i primi e i nemici amati invece che combattuti - con quel mix di panteismo naturalistico cristianista-egocentrico della Lega Nord? Qui l’Autore analizza il punto di incontro tra Chiesa cattolica e Lega: i “Valori non negoziabili” e nel confrontarli con il pensiero espresso da Gesù di Nazareth ne indica le incongruità. Questo è il problema e molti cattolici, di base e non, si sono accorti. Altri no: richiede fatica di pensiero relativizzare la propria visione del mondo quando la si considera unica ed esclusiva. Quando ci si ritiene depositari del bene assoluto si  tende, a gloria di Dio e talvolta in buona fede, a relativizzare il temporale. Così, dalle alte sfere, indifferenti a quello che i comuni mortali si ostinano a chiamare ancora bene e male, si tira dritto per rafforzare l’istituzione salvifica. Tutto fa brodo per ingrandirla e difenderla, Borghezio che “prova” le katanghesi incluso.

Il Dio dei leghisti
Augusto Cavadi
Edizioni San Paolo
Prezzo copertina: € 14,00

Giovedì, 23 Febbraio 2012 18:57

Dammi tre parole: sole, cuore e amore

Quali sono gli interessi prioritari degli uomini moderni?

L’archivio di Google, nonostante le insidie insite all’ontologia semantica del WEB, qualche dato bruto ce lo regala grazie a miliardi di pagine in costante progressione.
Non sempre i nomi “dicono” le cose tuttavia ‘Love’ primeggia, ‘Sex’ imperversa e ‘God’ con quasi due miliardi di risultati rimane fanalino di coda dei colossi, tra questi ‘World’ e ‘Money’.

In GoogleFight  il rischio di prendere lucciole per lanterne aumenta, perché non disambigua. Se non si ha nient’altro di più importante da fare merita, tuttavia, una visita: si scrivono due stringhe di testo e si lancia la ricerca. Il programma risponde indicandoci, anche graficamente, quale delle due stringhe (lemmi) raggiunge più risultati. Potremmo digitare ‘Sex’ e ‘God’, se appassionati ai pettegolezzi di provincia ‘Sesso’ e ‘Dio’ per vedere chi “vince”. Chissà?

googleBATTLE è più spartano e privo di grafica però somma i risultati delle due stringhe e fa bene, alcune parole sono così disinvolte che si accoppiano col primo che passa anche se apparentemente agli antipodi, ad esempio ‘Amore’ può intrattenersi agilmente con ‘Dio’ e ‘Sesso’.

Gli interessi prioritari degli uomini moderni appaiono un po’ prevedibili e vecchi: “amore sesso religione”. Nomi diversi ma forse sotto, sotto, più conniventi di quanto sembra. C’è da rimpiangere sesso, droga e rock n' roll? Forse no: ‘Think’ è inaspettatamente ben posizionato.

Venerdì, 17 Febbraio 2012 10:44

secrezioni

Il principio attivo allucinogeno del fungo Amanita muscaria si espelle dai reni. Nell’antichità, quando il prodotto scarseggiava, le scorte erano ingurgitate solo dagli sciamani e dai nobili. I poveri del villaggio, desiderosi di raggiungere l’estasi, dovevano bergli le urine e così facevano.

In coda dal tabacchino osservo quelli che danno i numeri al Lotto, sono in tanti, qualcosa me li fa associare ai bevitori di piscia. So di esagerare e che il collegamento è più psichico che logico.

Tutta colpa del «Lasciatemi sognare, con la schedina in mano. Lasciatemi sognare, sono un italiano», lo spot del Superenalotto che mi ha fatto rivoltare lo stomaco, quello  che invita i poveri cristi a rimanere tali, immobili nella personale miseria, lì fermi senza intraprendere, fiduciosi che un Mandrake celeste favorirà, se spendono quel poco che gli resta nel dare i numeri, un destino benevolo.

Eppure molta Italia è davvero così, se fosse stata diversa non avremmo avuto i governanti da sogno degli ultimi vent’anni.

Giovedì, 16 Febbraio 2012 19:11

Paludi

«L'esistenza è fondamentalmente misteriosa e non desidera che i suoi misteri vengano svelati dalla parola. La superficie della vita di cui si può ed è concesso parlare è molto sottile; al resto, alle radici della vita e forse all'essenziale, si addicono le tenebre sotterranee.» P. A. Florenskij, Ai miei figli, p. 103.

Il profondo mi affascinava e un frammento come questo mi avrebbe portato, senza che neppure mi accorgessi, nei luoghi del mistero, del silenzio e dello stupore. Oggi diffido dell'indicibile e dell'occulto. Non mi piacciono le radici ficcate nelle incommensurabili profondità perché puzzano d'acqua paludosa.

Due amici di Roberto Formigoni membri dei Memores Domini [associazione di Comunione e Liberazione di persone vocate alla dedizione totale a Dio vivendo nel mondo] sono stati, in primo grado, condannati per aver mentito al pubblico ministero. Storia di tangenti, di fondi neri, di trasferimenti di denari che gli imputati non sono riusciti a giustificare.

Gianni Barbacetto da Il fatto Quotidiano commenta puntale:
«Una piccola pena, ma con motivazioni durissime: appare “desolante l’atteggiamento menzognero adottato nei confronti della pubblica autorità”, scrive il giudice della settima sezione penale del tribunale di Milano Mauro Gallina, “da persone appartenenti ad ambiti sociali portatori di elevati ideali”…
Resta dunque impenetrabile, scrive il giudice, la “permanente nebulosità circa i reali motivi che ne hanno determinato la condotta” ».

Gli specialisti del diritto non si raccapezzano, non riescono a comprendere come persone dedite a “elevati ideali” possano relazionarsi con l’autorità pubblica come mariuoli di provincia.
Giornalisti e politologi invece leggono nella vicenda un ulteriore tassello al “dura minga” di Formigoni e gran parte dell’opinione pubblica si indigna nell’immaginare i due monaci gaudenti spassasserla grazie ai fondi illeciti, mentre loro son lì in difficoltà nel pagare il mutuo.
Riteniamo utile integrare ricordando che il caso, se approfondito, non rientra in dozzinali vicende d’umana debolezza e che per dipanare il groviglio occorra andare alla sorgente. L’errore sta proprio nel manico: la concezione teologica, dottrinale, ecclesiologica, antropologica e sociale dei Memores.

«Se non c’è risposta a quel che sei, sei un disgraziato!» Da una conversazione di Giussani con un gruppo di Memores Domini Tabiano, 1 ottobre 1995.
La risposta a “quel che siamo” sarebbe  per Giussani il Mistero (Dio) incarnato nella comunione di quel pugno di uomini che, graziati dal destino, rappresenterebbero Dio stesso nella storia, nella fattispecie l’avanguardia ecclesiastica dei Memores, tutti gli altri disgraziati.
Come uno schiacciasassi continuava:
«Immaginate di andare in piazza Duomo a Milano alle sei di sera, d’estate, o in primavera, o d’autunno, d’autunno presto. Piazza Duomo è quasi piena, gente che va di qui, gente che va di là; ma osservate che c’è qualcosa che non va: sono tutti senza testa! Immaginate di essere lì: sono tutti senza testa, solo voi avete la testa! La vita è così, il mondo è così».
La piazza del Duomo con da una parte quelli con la testa (lui e i suoi amici) e dall’altra i disgraziati acefali (gli abitanti del mondo, magistrati compresi) è metafora precisa della concezione sociale giussaniana. Visti i presupposti non meraviglia che gli imputati, nel tentativo di obbedire al quel Dio tribale invece che alle regole sociali del diritto, si siano difesi con una goffaggine imbarazzante. Come potevano spiegare al giudice che il problema era per loro ontologico e non etico? Che la loro morale coincide con l’ingrandire e rafforzare, a qualsiasi costo e indifferenti al codice penale, la corporazione divina alla quale appartengono, unico bene in un mondo smarrito?

Non disperiamo comuni mortali acefali, nell’incipit del messaggio di Giussani per il XXV Pellegrinaggio a Loreto, ci viene offerta una chance di salvezza:
«Quando ci si mette insieme, [il popolo di Dio “ciellino”, Memores Domini in prima fila, ndr] perché lo facciamo? Per strappare agli amici – e se fosse possibile a tutto il mondo – il nulla in cui ogni uomo si trova».

Visto il manico non ci si meravigli che il coltello ciurli di brutto.

Lunedì, 13 Febbraio 2012 19:06

Sindrome di Korsakoff

Anche oggi l’universo non ha senso e a me è passata la voglia d’inventargliene uno, dice il nichilista dalla sua palude nella quale sono rimasto impantanato anch’io per cinque minuti al risveglio, poi agilmente emancipato da un caffé.

Nel saggio di Oliver Sacks:
«L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello»
l’Autore rendiconta le sue esperienze cliniche di neurologo descrivendo comportamenti di pazienti con danno cerebrale.
Le implicazioni filosofiche sono interessantissime: casi estremi che fotografano non la patologia di pochi ma la condizione umana di tutti. Un giro in Google per credere. Anzi incollo sotto così facciamo prima.

da Wikipedia

Una questione d'identità

Il caso del signor Thompson, un altro paziente afflitto da sindrome di Korsakoff come Jimmie G. (Il marinaio perduto), è un esempio della reazione totalmente differente di due persone alla stessa malattia. Jimmie G., privo della memoria degli ultimi trent'anni della sua vita, e non essendo in grado di riconoscere il suo male, si era chiuso in uno stato perenne di smarrimento che lo aveva completamente tagliato fuori dal mondo esterno; il signor Thompson, invece, percepiva chiaramente questo vuoto nella sua coscienza, e per farvi fronte si armava della sua inesauribile parlantina e «creava di continuo un mondo e un sé in sostituzione di ciò che andava di continuo dimenticato e perduto». Sacks descrive così la patologia di Thompson:
    « Non ricordava nulla per più di qualche secondo. Era costantemente disorientato, costantemente sull'orlo di abissi di amnesia che però scavalcava agilmente lanciandosi in chiacchierate e fantasie di ogni sorta. Ma per lui non erano fantasie, bensì il modo in cui all'improvviso vedeva o interpretava il mondo. Non potendone tollerare, o ammettere, nemmeno per un istante, il flusso e l'incoerenza intrinseci li sostituiva con questa strana e delirante quasi-coerenza, e con il suo fuoco di fila di invenzioni sempre nuove, incessanti, inconsce, improvvisava di continuo un mondo attorno a sé».
    
L'autore prosegue ipotizzando lo stato d'animo del paziente:
    « Come vive questa situazione il signor Thompson? A un giudizio superficiale, lo si direbbe un personaggio dalla comicità effervescente. La gente lo trova « un comico nato ». Ed effettivamente [...] la situazione è comica, ma oltre che comica è anche terribile. Poiché ci troviamo qui di fronte a un uomo che in un certo senso è disperato [...] Il mondo scompare continuamente, perde significato, svanisce - e lui deve cercare un senso, costruire un senso, disperatamente, inventando di continuo, gettando ponti di senso sopra abissi di insensatezza, sopra il caos che si spalanca incessantemente sotto di lui».

Venerdì, 10 Febbraio 2012 12:14

Musica, Maestro!

Conosco e diffido dell’euforia nei riti di appartenenza di scuole, seminari, congressi, manifestazioni di piazza, Facebook e concerti rock live, che si espande dalla pancia del partecipante a tutto il corpo e forse anche più in là, rendicontata dal Salmo 133:

«Ecco, com'è bello e com'è dolce che i fratelli vivano insieme! È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull'orlo della sua veste…»

L’ipnosi di “dolce bellezza” nei riti collettivi necessita di due ingredienti base per emulsionare: un falso maestro seduto dietro una cattedra (va bene anche in piedi su un palco) e il “suo” gruppo ad ascoltarlo. Musica, Maestro! Lì, talvolta, prende vita una dinamica bizzarra: la cosa cantata, detta o insegnata diventa sempre più irrilevante, primario invece il godimento che gli allievi procurano al maestro e viceversa. Il cuore collettivo inizia a scaldarsi e si desidera che la liturgia continui ad oltranza, che si conservi come un pollo nel freezer, perché al cessare dell’incantesimo si rimarrebbe ontologicamente persi come quando da adolescenti, a fine agosto, si doveva dare l’addio alla fidanzatina tedesca conosciuta in riviera.

Se dovesse capitarci è altamente probabile che dietro la cattedra o sopra il palco ci sia un falso maestro, quelli veri si mollano agilmente.

Martedì, 07 Febbraio 2012 17:46

Picosecondo

La legge n. 62 del 07 marzo 2001, quella del tormentone:

“Questo blog non rappresenta in alcun modo una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità”,

contiene rovesciato il comandamento del sano esistere: aggiornamento periodico dove la scadenza-appuntamento dovrebbe essere il picosecondo. Faccenda di pensiero, di vita. Forse la malattia origina da ritardo.

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