Quanti e spiritualità: note su un intreccio
Sempre più spesso filoni spirituali citano la fisica quantistica a sostegno delle proprie visioni. Di rimando, anche alcuni fisici o divulgatori si spingono a costruire ontologie e metafisiche a partire dalle teorie dei quanti, passando — talvolta senza dichiararlo — dalla fisica teorica a visioni complessive della realtà, compresa la dimensione spirituale, espressa a volte in toni confortanti, a volte in toni nichilistici.
In alcune interpretazioni ispirate alla fisica quantistica, il mondo non è più pensato come insieme di “cose”, ma come interconnessione o emergenza da strutture matematiche astratte. In questo intreccio tra fisica teorica e spiritualità vi sono possibili sinergie, ma anche disinvolti sincretismi che, a ruota libera e a tutto campo, producono nebulosità, forzature e fraintendimenti.
Il tanto diffuso attingere di certe spiritualità dalla fisica quantistica fa ipotizzare che, prima o poi, possano istituirsi forme di religiosità “quantistiche”, delle vere e proprie Chiese. Il risultato rischia di essere un curioso miscuglio che espone a un triplice pericolo: cattiva spiritualità, cattiva scienza, cattiva filosofia. Non esistono, almeno per ora, religioni istituzionalizzate fondate sulla quantistica; esiste però un sottobosco diffuso di pratiche e interpretazioni. Un esempio emblematico è la cosiddetta “guarigione quantistica”, sviluppatasi soprattutto negli Stati Uniti alla fine del Novecento: presenta l’essere umano come campo di energia e informazione e attribuisce alla coscienza un ruolo diretto nei processi fisici e biologici.
Il punto critico è che queste ibridazioni non sono semplicemente false. Contengono anche elementi parzialmente fondati, come l’unità mente-corpo o l’interconnessione della natura. Ma da qui si compiono spesso salti indebiti: dalla possibilità alla prova, dal modello alla realtà, dalla metafora al fatto. È proprio questa mescolanza di intuizioni valide e forzature concettuali accattivanti a renderle persuasive a uno sguardo superficiale. Un caso tipico, talvolta avanzato in ambito di “teologia quantistica”, è quello del cosiddetto “cervello cosmico”. Da una vaga somiglianza tra il funzionamento delle galassie e quello dei neuroni si conclude che il cosmo sia un enorme cervello. Come metafora narrativa può avere un valore simbolico; come ipotesi metafisica può essere discussa. Ma quando viene presentata come tesi scientifica diventa una forzatura: non vi sono evidenze che autorizzino a descrivere l’universo come un cervello.
Questo non significa che tali contaminazioni vadano semplicemente respinte. Le domande ultime — sul senso del cosmo, della vita, della coscienza — appartengono a quella zona di confine in cui scienza, filosofia e spiritualità inevitabilmente si incontrano e talvolta si mescolano. Ognuno, a livello personale, cerca risposte come può. Il punto non è giudicare queste ricerche, ma evitare le confusioni di piano. Distinguere non significa separare rigidamente, ma evitare equivoci e paciughi. Ogni ambito possiede infatti un proprio statuto epistemologico: occorre chiarire di che cosa stiamo parlando — se di descrizione scientifica, di interpretazione filosofica o di simbolo spirituale. Quando questa distinzione si perde, nascono equivoci. Quando invece viene mantenuta, anche gli intrecci più arditi possono diventare occasioni di riflessione. E, in fondo, solo l’arte è davvero autorizzata a confondere tutti i livelli senza fare danni.
Sul marciapiede
“Per ogni cosa deve esserci una causa o ragione, sia del suo esistere sia del suo non esistere.” (Baruch Spinoza, Etica, Parte I, Proposizione 11, scolio e passaggi correlati).
Imperversa la metafora del “sognare” come desiderare, aspirare, progettare. Ai giovani, soprattutto, viene ripetuta come un imperativo — “sogna, ragazzo, sogna” —: tira dritto e, noncurante della situazione di fatto, insegui ciò che ti piacerebbe essere nel mondo che preferisci immaginare.
La concezione è così diffusa da apparire ovvia e universale; è invece circoscritta e recente. L’equivalenza tra sogno e desiderio prende forma quando l’interiorità diventa criterio e l’Io si pone al centro. Prima della fine del Settecento non struttura il lessico occidentale; altrove — in Oriente e nelle culture indigene — non diventa mai principio normativo.
Il problema non è solo che questo invito moltiplica la probabilità dell’urto con il reale; è che il fantasticare di “diventare altro” può oscurare una competenza elementare e decisiva: riconoscere dove si è, e se quel luogo — relazionale, simbolico, concreto — è abitabile. Il sogno, elevato a programma, introduce una distanza sistematica tra vita e aspettativa.
E tuttavia il reale non è soltanto attrito. Anche dentro contraddizioni, storture e difficoltà, vi sono baluginii che sfuggono a uno sguardo interamente proiettato altrove. La natura, in particolare, non viene meno: resta nella sua immanente evidenza. Un cielo che c’è, un fiore di Veronica persica tra le mattonelle del marciapiede. Guardarli richiede un’attenzione che il sognare a occhi aperti spesso sottrae. Forse, più che insegnare a inseguire sogni, avrebbe senso indicare un’altra direzione: riconoscere dove si è a casa.
Punto Alfa
Vi sono escatologie religiose migrate nel secolare. Siamo impregnati di imperativi che ci ingiungono di raggiungere un punto omega.
Ma potrebbe anche essere che “il compiuto” non sia l’esito del nostro fare, né dell’evoluzione naturale o cosmica, ma l’inizio che fa tutte le cose: un punto alfa immanente da cui tutto emerge come dev’essere.
Non è un invito all’inattività o alla rassegnazione, bensì una constatazione ontologica: l'accadere della natura ci precede, ci include e ci eccede, e il nostro agire vi si inscrive senza esserne l’origine.
Sabato santo
Oggi, dopo il lungo inverno, la rana grida — risorta senza meritarselo, senza desiderio di salvare alcuno.