BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Martedì, 31 Marzo 2026 13:19

Etica del giardino

In qualche modo la biodiversità ha il suo corrispettivo etico nel pluralismo sociale: gigli, rovi e margheritine, cigni, rospi e ornitorinchi, santi, fascisti e qualunquisti.


Ma com’è allora che il giardiniere decide — seleziona, piantuma, estirpa? Forse è un prepotente; o forse biodiversità e pluralismo restano, appunto, celebrazioni teoriche.


“Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel proprio essere” (Baruch Spinoza, Ethica, III, prop. 6). E persevera secondo la propria potenza: in natura non c’è armonia garantita, ma un equilibrio dinamico di forze. Il pesce grande mangia il pesce piccolo, e in questo non c’è scandalo, ma necessità. Forse il giardiniere non è altro che una di queste forze.

Pubblicato in Erbario
Sabato, 28 Marzo 2026 17:27

Ancora, ancora!

Si può avvertire sé stessi e il mondo come incompiuti, e da questa mancanza trarre la spinta a trasformarli: è la postura tipica dell’Occidente, dove il desiderio è tensione, direzione, progresso. All’opposto, si può percepire che nulla manchi davvero, che ogni cosa sia già al suo posto, inscritta in un ordine compiuto, e che il desiderio personale sia una distorsione: un’intuizione che attraversa molte tradizioni orientali.

Schopenhauer, guardando a Oriente, formula una diagnosi radicale: ogni desiderio esaudito somiglia a un’elemosina — placa per un momento, ma prepara il ritorno della fame. Anche la psicoanalisi, da Sigmund Freud a Jacques Lacan, mostra che il desiderio non si esaurisce mai nel suo oggetto: si sposta, si trasforma, si riaccende. Non desideriamo semplicemente qualcosa: desideriamo continuare a desiderare. È un loop che non raggiunge meta: nella forma erotica è l’“ancora, ancora!”; in quella tragica è la voce di Rockaby di Samuel Beckett — una vecchietta che, dondolando, ripete ancora, ancora: consumata, ma non disposta a smettere di esserci.

Su un piano diverso, Friedrich Nietzsche e Baruch Spinoza portano questa intuizione a chiarezza filosofica: il desiderio non è un problema morale, ma la forza che ci costituisce. Non è attesa di questo o quell’oggetto, ma impulso originario a perseverare nell’essere. In termini psicologici, Alfred Adler ne coglierà un’eco nella sua idea di tensione all’affermazione e al superamento, più temperata ma affine alla volontà di potenza nietzscheana.

Non desideriamo perché ci manca qualcosa, ma perché esistiamo. Il desiderio non è la risposta a un vuoto: è l’espressione della vita stessa. Se questo è vero, allora la questione non è eliminare il desiderio — cosa impossibile — né soddisfarlo definitivamente — cosa altrettanto impossibile. Il desiderio è biologico: è la vita che insiste. Finché esistiamo, desideriamo. Il problema è credere che il desiderio abbia una fine, ma Il desiderio non ha una meta finale. Ha una natura. E coincide con la nostra.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Mercoledì, 25 Marzo 2026 19:54

Simultaneo

Arriviamo tardi e il treno è partito. I fatti si succedono, le cose si spostano da qui a lì. Questo è il nostro mondo.

Ma forse, sub specie aeternitatis – e per eternità non si intende una durata infinita, ma la negazione stessa della durata – la realtà, nella sua totalità, segue altri funzionamenti. Forse tutto è compresente in un eterno presente.

Il linguaggio qui arranca. È nato, giustamente, dentro il tempo e porta con sé il tempo: successione, divenire, prima e dopo. Eppure si può tentare. Forse, a livello assoluto, ogni cosa non accade, ma è. Simultaneamente nasce, vive, muore. I treni sono tutti partiti e insieme arrivati. E tuttavia, nulla è “già” e nulla è “non ancora”. Queste sono espressioni del nostro linguaggio e forme della nostra esperienza. Servono per non perdere il treno, non per dire l’essere. 

I due livelli non si escludono. Si attraversano. Nel primo viviamo, scegliamo, arriviamo in orario o in ritardo. Nel secondo, tutto è così come è. Confonderli è errore. Separarli è illusione. Questa metafisica di un immanente onnipresente, dove eterno e divenire si attraversano si può pensare. Forse, a tratti, anche vedere. Ci sono istanti in cui il fluire si sospende. Non perché il tempo si fermi, ma perché smette di essere il nostro unico sguardo. A me talvolta accade osservando la quercia dietro casa. Non va da nessuna parte, eppure è. Perfetta. E ciò che accade, semplicemente, è.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Sabato, 21 Marzo 2026 17:55

Morale, amorale, extramorale

Se bene/male e giusto/ingiusto sono categorie umane, ogni attribuzione etica alla natura è una nostra proiezione. Il problema è che questa proiezione non è neutra: se portiamo nel cosmo la categoria del bene, portiamo per implicazione anche quella del male. Non appena nobilitiamo la natura, la drammatizziamo.

“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” non è, in senso stretto, una dichiarazione di corrispondenza tra cosmo e morale. In quella formula si affiancano due ordini distinti: la necessità della natura e la libertà della legge morale. Eppure, nel modo in cui la percepiamo, quella frase suggerisce facilmente un’armonia, una consonanza, quasi che le meccaniche celesti partecipino della nostra esigenza di bene e di giustizia.

Ma bene e male, giusto e ingiusto, per quanto reali, consolatori o laceranti, sono solo roba nostra: circoscritta e passeggera. Fuori dal paradigma umano non esistono. La natura non conosce tribunali: non assolve, non condanna. E questo ridimensiona — senza negarlo — il nostro dramma. Homo sapiens è un episodio minimo. Il sole si spegnerà, la Terra finirà, e con essa le nostre categorie etiche. Per un istante, su un frammento di materia, degli animali hanno chiamato “ingiusto” qualcosa che accadeva. Poi il corso naturale delle cose.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Giovedì, 19 Marzo 2026 19:16

Assoluzione del reale

Ciò che è, tu e il mondo, vanno bene così come sono.

Lo so: dalle nostre parti è una frase esposta a fraintendimenti facili — alibi per la passività, giustificazione dell’inerzia, del disinteresse. Eppure, dopo secoli di confronto incessante tra essere e dover-essere, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, forse potremmo permetterci una pausa.

Cinque minuti, soltanto. Non di resa, ma di sospensione.
 Cinque minuti in cui nulla deve essere corretto, migliorato, redento.
 Cinque minuti in cui il reale non è sotto processo.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Lunedì, 16 Marzo 2026 19:20

Dint' 'e 'vvene

Le biografie dei filosofi interessano più di quelle degli ingegneri. L’ingegnere umanamente cattivo può progettare un buon motore; invece il non risolto del filosofo percola strutturalmente nella sua filosofia.

Per questo alcune filosofie hanno poco ossigeno: o prescrivono troppo, o soffrono troppo, altre invece fanno circolare il sangue nelle vene.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Mercoledì, 11 Marzo 2026 10:34

Metafisica di strada

Non lo vedo con gli occhi, non lo deduco col ragionamento, e tuttavia sento e so che là sotto c’è qualcosa. Ma come faccio a saperlo? Può darsi che, per un istante, sensi e mente coincidano con il loro fondamento, ma forse è soltanto un’illusione dell’intelligenza: un’immaginazione, un sentimento psicologico che prende la forma di un’intuizione metafisica.

Non lo so. Però è bello l’istante in cui si sfiora il nucleo dell’essere, o si creda di farlo. 
 

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Sabato, 07 Marzo 2026 15:24

Sole a catinelle per tutti

Nel Vangelo secondo Matteo (5,45) troviamo una delle immagini più semplici e forti del Discorso della Montagna. Gesù di Nazareth invita ad amare i nemici a imitazione di Dio, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». La tradizione cristiana legge in questa scena un segno dell’amore universale di Dio: i beni fondamentali della vita non sono distribuiti secondo il merito.

Ma proviamo per un momento a guardare soltanto ciò che accade, senza interpretarlo. Il sole sorge. La pioggia cade. E accade per tutti. Non per premiare qualcuno o punire qualcun altro. Semplicemente accade. La natura funziona così, secondo regolarità che non distinguono tra buoni e cattivi. Molto più tardi Baruch Spinoza riassumerà questa idea con una formula famosa: Deus sive Natura, Dio cioè la natura.

Qui emerge un punto interessante: lo stesso accadimento — il sole e la pioggia che raggiungono tutti — può sostenere due metafisiche opposte. Nel Vangelo questa universalità diventa il segno dell’amore di Dio. In Spinoza diventa il segno dell’ordine impersonale della natura, indifferente alle nostre vicende e ai nostri giudizi morali. Lo stesso fenomeno, due modi diversi di comprenderlo.

Forse questo accade perché mescoliamo osservazione e interpretazione. Il fatto è semplice: il sole sorge e la pioggia cade. Dire che Dio fa sorgere il sole è già un passo oltre il fenomeno. Ma a ben vedere anche dire “Dio cioè la natura” è un passo ulteriore: significa dare un nome e un fondamento all’ordine che osserviamo. In entrambi i casi facciamo qualcosa di più che descrivere ciò che accade. Il punto è che per abitare il mondo dobbiamo pur interpretarlo. 

Alla fine, forse, quello che conta non è solo ciò che osserviamo, ma da dove osserviamo.

Pubblicato in Filosofia di strada
Mercoledì, 04 Marzo 2026 18:14

L’Io?

Possiamo pensare la maschera come un assetto funzionale: una fisionomia di atteggiamenti, linguaggi, posture emotive e cognitive adatta a uno specifico contesto relazionale. Cambia il contesto — cambia la maschera.

L’idea più intuitiva è che questo alternarsi di maschere avvolgano il volto stabile di “qualcuno”.

Ma se, invece, la maschera non coprisse nessun volto?

Pubblicato in Pensieri Improvvisi

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