BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

contatti@brunovergani.it

URL del sito web: http://www.brunovergani.it
Venerdì, 17 Luglio 2026 10:58

Stamm' sott' 'o cielo

È naturale prendere iniziativa per migliorare le cose, ma facendo memoria che stamm' sott' 'o cielo. Non siamo il centro del mondo, apparteniamo a un ordine della realtà che ci precede e ci supera. Non è rassegnazione, ma accettazione attiva. Chi si rassegna smette di prendere iniziativa, chi accetta attivamente agisce fino in fondo, ma senza pretendere che il mondo obbedisca ai propri desideri. Fa tutto ciò che può, sapendo che non tutto dipende da lui.

Oggi questa posizione appare quasi controcorrente. Viviamo immersi in un modello culturale antropocentrico, fondato sull'idea che volere è potere. La forza di volontà sembra poter superare ogni ostacolo. Lo si vede anche nel linguaggio con cui affrontiamo le malattie gravi. Si parla di leoni, guerrieri, battaglie, nemici da sconfiggere. Una retorica che attribuisce alla volontà un potere che spesso non ha. La volontà personale conta, ma conta ancora di più che esistano un medico, un infermiere, una terapia, un ospedale. Dietro ogni guarigione c'è quasi sempre un patrimonio di conoscenze costruito da altri. L'autosufficienza volontaristica, anche qui, è un'illusione.

La consapevolezza dello stare sotto il cielo può sembrare una posizione di nicchia. Qualche vecchio contadino che guarda il cielo prima di seminare, qualche credente che si affida al buon Dio, filosofi in via di estinzione. Ma basta allargare lo sguardo alla storia del pensiero perché questa impressione si capovolga. Lo stoicismo invita a vivere secondo il Logos del cosmo. Il taoismo insegna ad agire senza forzare il corso delle cose. Il buddhismo vede nella pretesa di trattenere ciò che cambia una radice della sofferenza. L'induismo propone l'azione senza attaccamento al risultato. Il cristianesimo mistico parla di abbandono alla volontà di Dio. Il sufismo unisce l'impegno personale all'affidamento. Spinoza invita a comprendere la necessità del reale invece di ribellarsi ad essa. Persino Nietzsche, apparentemente lontanissimo da queste prospettive, con l'amor fati propone di dire sì al proprio destino.

Tradizioni, epoche, continenti diversi. Fondamenti metafisici spesso incompatibili. Eppure convergono su un punto: la volontà umana non è la misura dell'universo. Quando culture così lontane arrivano, per strade indipendenti, a una conclusione simile, vale almeno la pena prenderne atto. Forse non sono queste tradizioni ad avere una concezione insolita dell'esistenza. Forse l'eccezione siamo noi. Abbiamo preso una verità parziale e l'abbiamo trasformata in una verità assoluta. È vero: possiamo modificare molte cose. La medicina, la scienza e la tecnica lo dimostrano ogni giorno. Ma da questa verità siamo passati all'idea che tutto dipenda dalla nostra volontà.

Per legge di natura arriva, per tutti, il momento in cui si vuole ma non si può. Si vuole guarire e non si guarisce. Si vuole trattenere una persona amata e la si perde. Si vuole fermare il tempo e il tempo passa. Si vuole vivere e si muore. È lì che il volere è potere incontra il proprio limite. Finché funziona alimenta entusiasmo. Quando smette di funzionare può lasciare spazio al risentimento verso il reale, come se il mondo fosse colpevole di non essersi conformato ai nostri desideri.

Le grandi tradizioni sapienziali non hanno rinunciato all'azione. Hanno semplicemente descritto un'altra possibilità: agire senza attribuire alla volontà un potere che non possiede. Stamm' sott' 'o cielo.

Lunedì, 13 Luglio 2026 21:15

L'estratto di Dio

Per gli alchimisti medievali la quintessenza era il principio più puro, sottile e incorruttibile presente negli elementi. Il termine derivava dalla quinta essentia aristotelica, il quinto elemento o etere, ma nell'alchimia indicava la parte più nobile e perfetta di una sostanza materiale. Estrarre la quintessenza significava portare alla luce ciò che in quella materia vi era di più autentico e prezioso. Questa concezione sembra presupporre che nella materia esista un elemento privilegiato, più puro e potente del resto, individuabile e isolabile, come quando si estrae l'olio essenziale dalle foglie di menta.

Eppure proprio qui nasce un interrogativo filosofico. Perché l'alchimista, una volta ottenuta l'essenza, continuava a distillarla ancora e poi ancora per raggiungere la quintessenza? Che cosa cercava realmente? Una sostanza sempre più raffinata? Oppure, inconsapevolmente, qualcosa di ancora più radicale: il principio stesso per cui ogni cosa è?

Se così fosse, la ricerca alchemica potrebbe essere riletta come il tentativo di raggiungere non una materia sublime, ma il fondamento stesso della realtà. È una domanda che, con strumenti e linguaggi incomparabili, riaffiora ancora oggi in qualche speculazione spiritualistica della fisica teorica e in alcune interpretazioni neoplatoniche della fisica quantistica: esiste un principio unitario dal quale è emanata la realtà?

Ma se esiste un principio primo, causa immanente delle cose, il tentativo alchemico di isolarlo è destinato al fallimento. Quella causa non può essere un nucleo nascosto dentro le cose. Se fosse individuabile e isolabile, cesserebbe di essere il fondamento dell'essere e diventerebbe anch'essa una cosa tra le cose. Qui la metafisica di Spinoza offre una chiarificazione sorprendente. Dio, la sostanza infinita, non è contenuta nei modi, cioè nelle cose particolari, come un nocciolo nel frutto. I modi sono implicazioni della sostanza. L'acqua dell'onda è l'acqua del mare, ma l'onda non è il mare. 
 

Sabato, 11 Luglio 2026 15:19

L'invenzione del Nulla

«Quando ci si mette insieme, perché lo facciamo? Per strappare agli amici – e, se fosse possibile, a tutto il mondo – il nulla in cui ogni uomo si trova». (Incipit del messaggio di Luigi Giussani per il XXV Pellegrinaggio a Loreto). La frase colpisce per la radicalità del presupposto: «il nulla in cui ogni uomo si trova». Ma viene spontaneo chiedersi: quando mai l'umanità intera si sarebbe trovata nel nulla? Da quale esperienza universale dell'esistenza si deduce che l'uomo, prima della fede, sia ontologicamente immerso nel nulla?

Alcuni cattolici fondamentalisti, ma talvolta anche credenti più aperti, accusano di nichilismo chi non crede nel Dio personale e creatore. A ben vedere, però, questo giudizio può essere interpretato come una proiezione. Provo a spiegarmi. Alcuni credenti hanno introiettato esistenzialmente la creatio ex nihilo fino a vivere il rapporto tra Dio e il mondo come un aut-aut radicale: o Dio o il Nulla. Non è la dottrina della creazione in sé a implicarlo, ma una sua particolare interpretazione esistenziale, nella quale la natura, l'umanità e la storia non sono più percepite come realtà dotate di una propria consistenza e capaci di generare senso e valori. Così se viene meno Dio, sembra non restare altro che il nulla.

Da questa premessa segue, quasi inevitabilmente, che chi non riconosce il Dio persona e creatore come fondamento sia destinato al nichilismo. Ma questa è una deduzione interna, circoscritta a quel sistema di pensiero, non una conseguenza necessaria della posizione dell'interlocutore. Il nichilismo ontologico ed etico, che alcuni credenti vedono incombere dappertutto, è anzitutto un rischio implicito della loro concezione teistica, che viene poi proiettato all'esterno. Non si può dire che il teismo detenga il copyright del nichilismo; si può però sostenere che abbia fatto del Nulla il principale antagonista dell'essere e il rischio incombente dell'esistenza.

Non è un caso che questo modo di pensare sia estraneo alla filosofia greca delle origini. Per i filosofi greci che precedettero Socrate, il punto di partenza non è il Nulla, ma la physis: una natura eterna, ordinata e generativa, dalla quale tutto nasce e nella quale tutto trova il proprio posto. Il Nulla non costituisce il grande antagonista dell'essere. È specialmente con la concezione biblica della creazione che il rapporto fondamentale tende a configurarsi come Dio e il Nulla: il mondo esiste perché continuamente fondato da Dio e, senza di Lui, non è più.

È significativo che questa struttura concettuale sia in parte migrata anche nella cultura secolare. Una parte dell'esistenzialismo moderno conserva infatti l'idea che il Nulla incomba sull'esistenza e l'angoscia che ne deriva: un'eredità secolarizzata della concezione teologica giudaico-cristiana. Cambiano le risposte, ma resta la stessa domanda fondamentale: che cosa impedisce all'essere di sprofondare nel nulla? È forse questo il destino paradossale di una parte dell'esistenzialismo novecentesco: ha respinto Dio persona e creatore, ma ha conservato il Nulla, che è un suo derivato, come problema fondamentale.

Lunedì, 29 Giugno 2026 10:44

Il Principio

Ditemi. Com’è cominciato tutto?

Genesi: “Dio disse: ‘Sia la luce’. E la luce fu.” Spiegazione semplice e chiara. L’origine è una scena: qualcuno parla e il mondo accade.

Tao Te Ching: “Il Tao senza nome è l’origine del cielo e della terra; il Tao con nome è la madre delle diecimila cose.” Spiegazione più complicata, l’origine non è un atto e non è una voce. Non è un soggetto che decide, ma un vuoto indifferenziato da cui emergono le forme.

Per Spinoza la causa prima è auto-causata: “Per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza, ossia ciò la cui natura non può essere concepita se non come esistente.” Difficile seguirlo. “Causa di sé” non indica un evento né una produzione, ma un funzionamento necessario.

La Bibbia racconta, il Tao allude, Spinoza definisce, ma alla fine è la risposta biblica quella più performante: la descrizione più inverosimile risulta la più convincente perché immediatamente abitabile.

Nel mondo degli uomini vige una strana legge, quanto più un linguaggio si avvicina alla struttura reale delle cose, tanto più perde presa; quanto più è antropocentrico, tanto più viene accolto come vero.

Sabato, 20 Giugno 2026 19:36

Animali tragici

Non s’è mai visto un acero o un dromedario rimuginare sul passato. Per essi ciò che accade semplicemente accade. Nell’ordine della natura non vi è errore.

Noi invece, oltre all’ordine della natura, ne costruiamo un altro: quello dell’altrimenti possibile, del giusto e dell’ingiusto. Così, quando per necessaria concatenazione delle cause nascono due bambini nello stesso istante, uno nel Principato di Monaco in una famiglia ricca e protetta, l’altro in Nigeria in una famiglia poverissima, affetto da una grave malattia genetica, non riusciamo semplicemente a dire: “va bene così”. Per la natura non c’è differenza. Per noi c’è. Ed è qui che nasce la frattura.

Siamo animali tragici. Non possiamo eliminare la tensione tra necessità e libertà, tra natura e storia, tra ciò che accade e ciò che (secondo noi) dovrebbe accadere. Possiamo soltanto abitarla con lucidità. Forse la pace non nasce dal cancellare una delle due verità, ma dal riuscire a sostenerle entrambe: nulla poteva essere diverso da ciò che è stato, e tuttavia qualcosa in noi continua a dire che avrebbe potuto esserlo. È questa contraddizione che ci rende umani.

Martedì, 16 Giugno 2026 20:46

Il mito della coscienza al vertice

La coscienza è tornata al centro del dibattito scientifico e filosofico. Il cosiddetto “problema difficile della coscienza” -come e perché una realtà fisica produca un’esperienza soggettiva- rimane tuttora irrisolto. Alcune correnti filosofiche, come il panpsichismo, hanno persino ipotizzato che la coscienza non emerga dalla materia in un momento preciso dell’evoluzione, ma che una forma elementare di esperienza sia una proprietà fondamentale della realtà.

Certo, la consapevolezza di sé e del mondo è un evento cruciale, ma lo è per noi, non necessariamente per la natura. La visione antropocentrica costruisce infatti una gerarchia del reale a propria immagine: alla base colloca la materia inorganica; appena sopra gli organismi unicellulari; più in alto gli animali dotati di sistemi nervosi via via più complessi; fino ad arrivare, in cima, ai Sapiens, ritenuti il punto in cui, all’apice dell’evoluzione, la natura prende consapevolezza di sé.

Ma chi stabilisce questo primato della coscienza? La natura stessa o un nostro parametro arbitrario? Può essere benissimo che la coscienza non stia al vertice della natura, ma sia soltanto una delle sue infinite espressioni, accanto ad altre a noi totalmente inaccessibili. Il Dio di Spinoza non sa di essere.

Giovedì, 11 Giugno 2026 17:12

Primo comandamento

La vocazione naturale di ogni individuo, che sia umano, animale, pianta o insetto, è esserci e perdurare. Prima di ogni progetto, prima di ogni scelta, prima d’ogni “cosa” da realizzare, c’è questo fatto elementare: la vita tende a conservarsi. Il primo comandamento della natura sembra essere: vivi. Il “cosa” vivere viene dopo.

Eppure per noi esseri umani il semplice esserci non è una condizione facilmente abitabile. Il puro “sono” è raro e sconosciuto, forse lo sperimentano, in giornata buona, i santi d’Oriente nella meditazione profonda. E quando affiora, non porta solo quiete: porta anche una piccola vertigine. Si allentano, anche solo per un attimo, le strutture che normalmente ci reggono: compiti, ruoli, obiettivi, narrazioni su di noi.

Noi non ci limitiamo a essere. Noi “esistiamo per”. Per qualcosa, per qualcuno, per un compito, per una direzione. Nel fare sappiamo chi siamo. Abbiamo coordinate. Siamo situati dentro un sistema di senso. Nel semplice essere, invece, cosa rimane? L’Essere di Parmenide - unico, immobile, perfetto, indipendente dal mutamento- è una delle grandi costruzioni della filosofia. Ma la vita concreta sembra dire altro: ciò che vive cresce, cambia, si espande, si adatta. Un essere senza divenire forse non potrebbe sussistere. Il fare, allora, non è necessariamente un tradimento dell’essere: può esserne una forma.

Domenica, 07 Giugno 2026 08:26

Quiete post-egoica



Al risveglio dall’intervento provavo una sensazione confortante: se fossi morto sotto anestesia non sarebbe successo nulla. Essere vivi o morti appariva praticamente lo stesso.

Venerdì, 05 Giugno 2026 13:18

Il gap

Nel supermercato un bambino frignava di brutto.
 Motivo? Lo stesso di tutti: il mondo non corrispondeva ai suoi schemi. In fondo molti problemi dei Sapiens sono riconducibili al gap tra “come le cose sono” e “come vorremmo che fossero”.

Da sempre abbiamo architettato strategie per gestire questo scarto: trasformare il mondo, accettarlo, oppure cercare di distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che ci eccede. Ma il problema permane.
I bambini nascono e frignano.

Forse il peccato originale esiste davvero: per una qualche frizione cosmica gli esseri umani stentano a coincidere pienamente con il presente.

Per oltre quarant’anni ho lavorato come erborista preparatore, Parallelamente ho costruito in Puglia un orto botanico dedicato soprattutto alle specie mediterranee. Ogni giorno lavoro nell’orto oppure semplicemente passeggio tra le piante. E quasi ogni giorno accade qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare.

Il corpo si distende come se riconoscesse un ambiente originario, poi arriva una sensazione precisa: un piacere profondo, fisico e mentale insieme, una sorta di appartenenza a un funzionamento più grande, armonioso, potente, eterno. Per anni ho cercato il termine giusto. Non è semplice felicità. Non è pace. Non è neppure contemplazione estetica nel senso del romanticismo naturalistico. La parola che più si avvicina è forse “erotica”. Una forma di intensa partecipazione sensoriale alla vita. Una corrente di piacere diffuso. Come se il confine tra il corpo e il mondo diventasse meno rigido. Non ci si sente più davanti alla natura. Ci si sente dentro.

Nel tempo ho monitorato i visitatori del giardino per capire se anche loro provassero questa esperienza erotica. Alcuni restano frigidi. Le piante per loro sono sfondo, arredamento biologico. Sono affetti da una specie di cecità botanica. Altri reagiscono con una smania tassonomica: “Come si chiama questa? E quest’altra?”. Catalogano, classificano, nominano. È forse un modo per tenere l’esperienza a distanza di sicurezza. Poi esiste un terzo tipo di persone. Quelle che a un certo punto si fermano in silenzio. Cambia il loro volto. Restano più a lungo del necessario davanti a una pianta. Non sanno spiegare cosa stanno provando, ma io lo riconosco immediatamente: sono entrati nell’incantesimo del vivente.

Che il rapporto con il mondo vegetale abbia effetti profondi sul benessere psicofisico non è soltanto una fantasia poetica. Recentemente il King’s College Hospital di Londra ha inaugurato la prima terapia intensiva su terrazza, con un giardino terapeutico integrato. L’idea è semplice e rivoluzionaria insieme: piante, luce naturale e spazi aperti aiutano i pazienti a ridurre stress, isolamento e sofferenza, migliorando i tempi di recupero.

Forse il mondo vegetale agisce sul sistema nervoso molto più profondamente di quanto immaginiamo. Forse conserviamo ancora una memoria biologica della nostra appartenenza alla natura. Oppure le piante fanno crollare, almeno per qualche minuto, l’illusione moderna di essere creature separate dal resto della vita. Qualunque sia la spiegazione, una cosa mi sembra certa: quella sensazione è reale, condivisa e antichissima. Forse ci mancano soltanto le parole per dirla: sensualità vegetale, estasi biologica, oppure, più semplicemente, l’esperienza erotica dell’appartenenza al vivente.

Pagina 1 di 169

Copyright ©2012 brunovergani.it • Tutti i diritti riservati