Bruno Vergani
Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.
Sostanza e Io
Il concetto filosofico di sostanza[1] ha assunto molte forme.
All’estremo dell’immanentismo, come in Spinoza, la sostanza coincide con la natura impersonale: infinita, senza fine prestabilito, priva di intenzione morale. All’estremo opposto, nella religione teistica, la sostanza è un Dio personale e creatore, distinto dal mondo e sovrano su di esso.
Tra questi due poli esiste un’ampia gamma di posizioni intermedie. Qui, Dio–sostanza è inteso come principio che si rivela e agisce nel tempo, animato da uno slancio vitale cosciente e creativo, orientato a un fine. Dio non è separato dal mondo, ma lo accompagna e lo guida, e in certo modo “diventa” insieme ad esso. Il cosmo appare così come un processo spirituale.
Queste visioni intermedie introducono rispetto al naturalismo due elementi chiave:
1. Finalità – il mondo non è un flusso indifferente, ma un cammino verso un compimento.
2. Persistenza personale – l’io non si dissolve del tutto nella totalità, ma conserva una sua identità, una continuità nella vicenda cosmica.
L’immanentismo radicale dice: sei un’onda nell’oceano, e l’onda si spegne pur restando oceano. Il teismo classico dice: sei una creatura distinta, custodita da un Dio sovrano. La “terza via” dice: sei un’onda, ma con un nome, e l’oceano sa che esisti.
Il motore di queste posizioni non è solo speculativo: è anche esistenziale. Per un pensiero che ha sempre concepito l’io come centro e misura, l’idea di una sua dissoluzione totale appare intollerabile. La filosofia intermedia diventa così un compromesso: salvare l’unità del reale senza sacrificare del tutto il soggetto personale.
____________________________________
1 In Occidente siamo abituati a spiegare l’essere e l’accadere delle cose tramite catene lineari di causa ed effetto. Questo schema funziona per i fatti quotidiani, ma si inceppa quando cerchiamo di spiegare il tutto. Procedendo a ritroso – dal tavolo al legno, dal legno all’albero, dall’albero al seme – la mente sembra rifiutare una regressione infinita e cerca un punto d’appoggio assoluto: la sostanza, fondamento unico e necessario. È probabile che l’idea di Dio, nella sua forma personale, sia una proiezione di questo bisogno: la personificazione e l’elevazione soprannaturale di una causa prima immanente.
L’alleanza con il flusso
La natura decide il nostro nascere e il nostro finire, e tra questi due eventi ci dona e ci sottrae di continuo. È un flusso che non possiamo controllare, ma che possiamo accogliere, stringendoci con esso in un’alleanza. In questo “ometterci” per conformarci al funzionamento naturale, i problemi si sciolgono.
Non è facile, forse neppure del tutto possibile questo conformarsi, perché come individui siamo portati a volere il nostro bene personale, che non sempre coincide con i movimenti della natura che ci determinano. Si tratta piuttosto di un atteggiamento di fondo: se accade come io desidero, bene; se va diversamente, bene lo stesso. Si continua a desiderare e ad agire, ma senza l’illusione di poter forzare l’ordine delle cose.
Chi non convinto che la potenza dell’individuo cresca nella misura in cui si accorda alla potenza infinita della Natura, può sempre tentare la via opposta: affrontare, alla maniera di Nietzsche, un corpo a corpo con il funzionamento naturale. È la volontà di potenza che gioca con le stesse forze che ci costituiscono, forzandole a generare forme nuove.
Allearsi al flusso naturale porta a non aggrapparsi troppo a ciò che ci piace, e saperlo lasciare andare. È un non rifiutare in modo assoluto ciò che non ci piace, e saperlo accogliere. Alla fine, si tratta di non trattenere neppure se stessi: riconoscere che la nostra individualità, sorta spontaneamente, allo stesso modo cesserà.
(Excursus: il paradosso del ridimensionare l’io) Una cosa è l’atto ragionato che conduce al decentramento ontologico di sé; altra cosa è l’imperativo categorico di rinunciare a sé. Il primo nasce dalla comprensione, il secondo da uno sforzo volontaristico — e qualsiasi sforzo, anche quello di ridimensionarsi, alimenta l’io. Da un punto di vista filosofico, il paradosso è inevitabile: ogni distacco dal sé parte comunque dal sé. È la mia ragione che coglie la necessità universale, è la mia esperienza che constata il valore del lasciare andare. Il soggetto non può abolirsi, ma può trasformare il proprio modo di esistere. Così, anche il distacco diventa un modo del sé: un atto che, pur nascendo dall’io, ne muta la natura.
Permane la differenza fra etica prescrittiva e descrittiva, tra lo sforzo morale di rinuncia (che potenzia l’io proprio mentre lo combatte) e il decentramento ragionato di sé, che nasce dalla consapevolezza del funzionamento naturale. È quest’ultimo che ci fa capire che la mente non è il centro del reale, ma parte di una necessità infinita. Quando questa necessità è intuita con chiarezza, il reale appare come non-poteva-essere-altrimenti: ciò che accade è espressione di essa. È una contemplazione razionale che “molla l’osso”, lasciando cadere l’asfittico tentativo di controllare il mondo.
L’accettazione abbraccia un orizzonte più ampio, che include la nostra connessione necessaria con tutto. In questo modo l’io si amplia, si armonizza con la natura e diventa parte di un ordine più vasto.
Ognuno a suo modo può giungervi, anche solo constatando, empiricamente, che lasciare andare le cose fa vivere meglio che restarci aggrappati.
Transfert
Mentre zappavo una lucertola continuava a seguirmi così determinata da farmi immaginare una misteriosa amicizia tra noi, stile san Francesco con i passerotti. Invece mi seguiva per trangugiarsi gli insetti che si alzavano dalla terra appena smossa, più mi si avvicinava più ne mangiava. La misteriosa amicizia era solo nella mia testa e da lì la proiettavo sulla lucertola.
Nel fare transfert su cose inanimate e animate produciamo feticismo e animismo se trasliamo sull’intera realtà produciamo panpsichismo, così la natura può apparirci amorevole o matrigna non perché lo sia ma perché lo siamo noi, anche proiettarle addosso indifferenza, o qualsivoglia aggettivo, risulta incongruo; gli aggettivi van bene nel paradigma umano, fuori da lì non hanno più significato.
Il problema è che se fosse solo e sempre così, ogni arte e tutte le espressioni del sacro che sono scaturite dal nostro rapporto con la natura, dalla preistoria ai giorni nostri producendo civiltà, sarebbero convinzioni non corrispondenti alla realtà, “delirio” è il termine tecnico. Va da sé che questo “tutto qui” è riduzionismo meccanicistico ottocentesco superato da tempo, oggi la scienza vede meglio e di più. Non esiste al mondo astrofisico tanto fesso da uscire dalla sua cornice per invadere quella del poeta, invitandolo a finirla di delirare quando contempla il tramonto, perché quel cielo di fuoco è niente di più di raggi solari che angolano la luce in una atmosfera più densa, che lascia passare solo le frequenze rosse.
Il punto è che siamo animali strani, mossi dall’istinto a indagare e dall’istinto a narrare, entrambi favoriscono il conoscere e non possiamo escludere che è grazie all’esserci del poeta che l’astrofisico non si sia estinto, e viceversa. Siamo Homo sapiens e Homo fictus (“Uomo finzionale”, che si costruisce poggiando sull'invenzione narrativa).
Che mentre zappavo si era originata una amicizia fra me e la lucertola non è vero alla lettera, eppure è metafora che evoca possibilità che non sappiamo dire, forse di imperscrutabili transfert che la natura nottetempo fa su di noi.
Panpsichismo rurale
Già Talete sosteneva che “tutte le cose sono piene di dei”[1], oggi li ho visti in una piantagione di melograni stracarichi di frutti d’una bellezza mozzafiato.
Nel ripensarci emergono due punti sovversivi. Il primo è che il massimo della trascendenza sta nel massino dell’immanenza, il secondo è che questi momenti epifanici sono regolati da una legge strana: più l’Io si riduce più la percezione si espande.
________________________________
1 Testimonianza di Aristotele, De Anima, 411 a7.
Manco Dio
Nelle teologie cristiane il termine Kenosis dice lo svuotamento che Dio opera di se stesso per assumere la condizione umana in Gesù, fino a essere servo, ultimo tra gli ultimi.
Così, per processo imitativo Francesco d'Assisi si spogliava in piazza, il prete operaio andava in fabbrica e la ragazza di buona famiglia a Calcutta, nelle Missionarie della carità.
Tutti fallivano, anche Dio.
Il problema è che permane, comunque, uno scarto incommensurabile fra le loro condizioni e quelle dei poveracci, perché la compartecipazione sia genuina bisogna essere dentro quella condizione senza volerlo e con il desiderio incontenibile di venirne subito fuori, altrimenti non vale.
Sprazzi di Dio
Per avere sprazzi di Dio aiuta sfasarci dai quadri teorici che abbiamo introiettato, praticare sport estremi favorisce il processo.
In subordine possiamo beccheggiare con ciò che ci accade proprio come ci accade, così da dimenticarci un poco di noi per affidarci al sommo, affidabile, funzionamento. “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa”.
Mutazioni molecolari
Non so se, e quanto, l’lo esista, però l’altro giorno mi era parso d’averne due. Nel far lezione di erboristeria la prima ora avevo parlato di erbe, la seconda sollecitato dai partecipanti avevo raccontato la mia storia personale. In quel uscire dal ruolo, in quel cambiar registro, avevo fatto l’esperienza plastica che nella prima ora ero uno, nella seconda un altro. Prima uno e poi un altro nella percezione di me, nei pensieri, nella voce, nel respiro, nella postura.
Passa qualche giorno e l’amico Orlando Franceschelli parlandomi delle differenti fasi personali che si susseguono in una esistenza, fa riferimento alle “mutazioni molecolari” formulate da Gramsci. In una lettera dal carcere, in un momento drammatico della sua esistenza, così Gramsci prevedeva ciò che a breve gli sarebbe accaduto:
“L’intera personalità sarà inghiottita da un nuovo ‘individuo’ con impulsi, iniziative, modi di pensare diversi da quelli precedenti”[1].
Che con il passare del tempo, col mutare dell’ambiente e delle circostanze, si presentino nella nostra scena psichica e corporale eteronimi pessoani e personaggi pirandelliani è constatazione che, con un minimo di attenzione, facciamo tutti, non solo perché “Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante”, ma anche perché siamo costituiti da “fasci o collezioni di differenti percezioni che si susseguono con una inconcepibile rapidità, in un perpetuo flusso e movimento”, perché “la mente è una specie di teatro, dove le diverse percezioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano con un’infinita varietà di atteggiamenti”, a dirlo così è Hume.
Ma allora io chi sono, e se sono dei tanti quale sono? In questa strana situazione c’è un nucleo stabile che faccia da regia, da àrbitro, da contenimento? Sia come sia cogliere questo pluralismo interno è un buon modo per viverlo anche fuori, consapevoli che le “nostre” concezioni sono intrinsecamente provvisorie e parziali, e poi ci si stacca da noi stessi con tutti i vantaggi del caso.
____________________________________
1 Per chi volesse approfondire: Antonio Gramsci quelle mutazioni molecolari.
Queer
Oramai è superata la battuta da ranocchia d’acquasantiera, quella che nessuno sa, né in cielo né in terra, quanti ordini di suore ci sono, quanti soldi hanno i salesiani e che cosa pensa veramente un gesuita, soppiantata dal sommo e inestricabile quesito: cosa significa davvero il termine Queer, quello della “Q” nella sigla “LGBTQIA+”. Nessuno, esponenti inclusi, è mai riuscito a spiegare l’identità Queer con poche e semplici parole, più ci si impegna per spiegarlo e più il concetto diventa ingarbugliato e nebuloso.
Penso che il problema derivi da una contraddizione intrinseca che innesca cortocircuiti a raffica. Il nodo strutturale è dato da un nucleo schizofrenico catafatico-apofatico insito nella concezione Queer, che propone una forte e precisa identità con tanto di bandiere per dire al mondo: noi siamo questo mica quell’altro[1], ma nel contempo la cifra e la ragion d’essere di questa identità è abbattere alla radice i concetti stessi di identità e di distinzione. Se le cose stanno così va da sé che risulti intricato rendere ragione di un'identità che nel porsi si elide.
Contraddizione irrisolvibile ma comprensibile, se nel nostro mondo non fossero esistiti luoghi e circostanze discriminatore nei confronti delle minoranze di genere, non ci sarebbe stato alcun bisogno di formulare l’identità Queer e neppure la sigla “LGBTQIA+” da parte dei non etero, che avrebbero condotto la loro libera esistenza senza necessità di definirsi con insidiose modalità tassonomiche.
La tassonomia è scienza necessaria per inventariare le cose, ma ingabbiante e riduttiva per i singoli viventi, elementi unici non raggruppabili in un catalogo. Non è mai esistito coleottero che abbia avuto beneficio dall’essere stato catturato in volo e infilzato in una teca per scrivergli sotto il nome. L’unione fa la forza e che minoranze di genere discriminate definiscano la propria appartenenza ad uno specifico genere, potrebbe rivelarsi a breve termine tattica proficua, ma nel lungo imprigiona di sicuro[2].
________________________________________
1 Proclamare identità forti è sempre problematico, perché è vero che non siamo uguali agli altri, ma nondimeno senza gli altri non saremmo noi.
2 Michel Foucault già cinquant’anni fa aveva colto queste insidie tassonomiche nelle identità di genere, segnalo a riguardo un articolo interessante di Damiano Fina: Michel Foucault: potere e sessualità. Critica al coming out all’epoca del Pride.
Quota fissa
Nel fare l’erborista mi è capitato che qualche naturopata mi abbia tolto il saluto, perché sostenevo che è saggio far riferimento alla comunità scientifica, o per il fatto che non trovavo differenza qualitativa fra due farmaci con molecola identica, una prodotta artificialmente in laboratorio l’altra estratta da una pianta, giacché il naturopata valutava spazzatura quella sintetica e miracolosa la naturale. Ho anche conosciuto persone, e non poche, che sono morte perché, diffidenti verso la scienza, hanno optato per cure alternative. Per arrivare a tanto deve esserci sotto qualcosa di importante. Constatando le tante persone con concezioni ideologiche esaltate su tematiche non cruciali, mi è venuto d'azzardare una teoria:
quando in massa si andava a messa la domenica mattina, certe posizioni erano rare, ma più Dio moriva più si attivavano concezioni moralistiche e manichee su tematiche minori. Verosimile che siamo costituiti da una quota intrinseca e persistente di sacro, che necessita di continuo alimento e espressione. Se lo scenario disponibile non ci offre circostanze congrue allo svolgersi assoluto e totalizzante che il sacro reclama, le si pompa di valenze simboliche, di sovrappiù di significato, dimodoché affermandole e difendendole l'irriducibile quota di sacro che ci abita possa trovare alimento e espressione.
Nel frattempo
Più sono gli anni che osserviamo ciò che ci accade intorno più abbiamo prova dell’impermanenza di tutte le cose, Buddha aveva ragione.
Visto che questa consapevolezza di complessiva provvisorietà ci preclude qualsiasi meta, demotivandoci e finanche paralizzandoci, tendiamo per legittima difesa a rimuoverla eternando noi e il mondo, dimodoché da quando nasciamo a quando moriamo possiamo, nel frattempo, muoverci combinando qualcosa. Il problema è che questo rimosso, per sua intrinseca natura, torna e tornando ci rode dentro instillando nichilistiche mestizie, che anestetizziamo con distrazioni ad hoc.
Può essere che funzioni meglio vivere appieno il momento presente insieme alla consapevolezza che niente dura, percepita come dimensione di fondo del nostro esistere. Sfondo che ci libera dal mondo e da noi stessi, dalla ventura del mondo pur avendola a cuore; dagli esiti del nostro vivere pur cercando di vivere al meglio.
Forse esiste una giusta misura fra essere e non essere e si ottiene emulsionandoli.