BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Mercoledì, 11 Ottobre 2023 14:33

Hortus conclusus

I registi sul set, i bambini che giocano sul piazzale, i preti davanti all’altare, i teatranti sul palco, le rockstar nello stadio, i monaci nel chiostro, i calciatori in campo… 

A un certo punto Homo sapiens ha circoscritto una porzione di spazio e ci è entrano dentro con una intenzione, rendendosi presto conto che più quello spazio era chiaramente delimitato e l’intenzione precisa, e più lì dentro accadevano cose migliori, o più interessanti, di quelle che succedevano fuori.

Martedì, 10 Ottobre 2023 16:40

Chi?

La struttura dell’Io è tanto composita e fluttuante che risulta difficile rintracciare il titolare effettivo[1]. Ma allora, chi nasce? Chi esiste? E chi muore?[2]

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1 Senza necessità di far riferimento a sapienze orientali che ci dettaglino la dualità fra il Sé, ātman, e l'Io, aham, che nel contempo ci costituiscono, o agli eteronimi pessoiani, oppure ai personaggi pirandelliani che ci vivono dentro ognuno con la sua maschera, i suoi bisogni, le sue abitudini, i suoi tic, i suoi dialetti e i suoi gusti, o al teatro humeano della mente, dove l’impressione d’essere qualcuno è prodotta dall’affastellarsi di percezioni che passano e ripassano, scivolano e si mescolano, o ai Giani bifronte, ovvero alle scissioni e alle integrazioni psicoanalitiche e alle tante e diverse subpersonalità che ci abitano investigate dalla psicosintesi, basta e avanza l’osservazione empirica della semplice evidenza che possiamo riflettere pensando ciò che stiamo pensando, o che siamo capaci di un esame di coscienza personale dove parti di noi ne giudicano altre, per avere conferma che non è vero che siamo uno ma eclettiche ed eterogenee complessità. Nonostante un così fragile assemblaggio di numerose parti l’Io di solito non si disintegra, sì di tanto in tanto qualcuno scoppia, ma di solito permane aggregato. Verosimile che il mastice che lo tiene insieme sia la nuda e immediata impressione di essere, quella coscienza che al mattino sorge per forza propria quando ci svegliamo e che sempre ci accompagna, è difficile da percepire perché produce all’istante il pensiero: sono io, sono questo, sono quello, che subito la copre. Questa istantanea, naturale e nuda coscienza di essere, che precede e produce l'Io, l’Advaita Vedanta indiano dice che è un substrato onnipervadente, non è, dunque, prodotta dall'individuo ma è una sorta di campo diffuso che lo precede e ingloba. In filosofia lo chiamano panpsichismo ma dalle nostre parti se ne parla poco.

2 Riflettere sulla morte è riflettere sull'Io.

Giovedì, 05 Ottobre 2023 14:56

Separati in casa

Nella Chiesa cattolica dei nostri giorni ci sono momenti e tematiche dove il divario interno, fra tradizionalisti e progressisti, supera di gran lunga quello fra cattolicesimo e le altre confessioni cristiane. Non sarebbe male un bello scisma, così i quattro gatti ancora praticanti potranno optare per la Chiesa che più gli piace: due di qua e due di là. Diciamo “tradizionalisti”/“progressisti” come scrivono i giornalisti giusto per capirci, anche se qui sono definizioni imprecise[1]. Il punto è che, comunque le chiamiamo, lo scostamento fra le parti è diventato una voragine.

L’altro giorno collaborando a una iniziativa curata da un gruppo cattolico aperto, ecumenico, per nulla tradizionalista, impegnato nell’aiutare donne vittime di violenza, avevo partecipato alla messa. Era un bel po’ che non ci andavo così sono riuscito a osservare la cosa come se, arrivando da Marte, vi partecipassi per la prima volta.

Io non so se c’è Dio invece il sacerdote, dell’età di mio figlio, non solo era convintissimo della Sua esistenza ma, nella liturgia della messa, gli parlava direttamente. Parlava con Dio in italiano a tu per tu. Sappiamo che nel cristianesimo grazie all’incarnazione di Dio in Cristo, Vero Dio e vero uomo nell'unità della sua Persona divina, come recita il catechismo, Iddio puoi anche raffigurarlo, venerarne l’immagine e parlargli, perché con la mediazione di Cristo è superata la sacralità che ci separava dall’Onnipotente, quella che faceva togliere i calzari e nascondere la faccia per terra per non essere inceneriti dall’Innominabile Altissimo narrata dalla Bibbia: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.

Pur comprendendo la mediazione operata da Cristo che la Chiesa afferma, mediazione che renderebbe i fedeli figli di Dio, mi faceva strano sentire un giovane parlare faccia a faccia con Chi avrebbe creato l’universo. Mi colpiva il fatto che gli parlava con una noncuranza di fondo, data forse dall’abitudine. Se, come me, non sai se Dio c’è non gli parli, ma se affermi che c’è e gli parli pure mica puoi farlo con quella nonchalance, anche se ti consideri suo figlio. Stavo andando lì per dirgli: Ma sai cosa stai dicendo? Ma lo sai cosa stai facendo? Se l’Entità incommensurabile, inesprimibile, inconcepibile, l’Aldi là di tutto assoluto, l’Uno parmenideo, il noumeno platonico kantiano, il Dio di Spinoza, Il sommo funzionamento, invece di nessuno è qualcuno al quale credi di rivolgerti, mica puoi parlargli senza un minimo sindacale di timore e tremore.

Un po’ più di deferenza dovresti mostrarla, magari con formule solenni dette in una lingua antica, e poi un qualche dispositivo di protezione individuale, come quelli utilizzati per i lavori pericolosi, dovresti indossarlo: un paramento prezioso, un velo omerale per non bruciarti le mani nel maneggiare il Santissimo e poi, nell’armeggiare tale potenza, sarebbe meglio dare le spalle ai fedeli per proteggerli da eventuali deflagrazioni sovrannaturali.

Non ho tanto chiaro se ci sono o ci faccio, se sto facendo lo spiritoso o se nell'inconscio sono un tradizionalista sfegatato invece dell'agnostico che credo d'essere, non possiamo, però, negare che i tradizionalisti -dei quali nel conscio nulla condivido ma molto comprendo- hanno le loro buone ragioni per borbottare della Chiesa di Francesco. Il problema è che le due visioni nuotano in differenti e inconciliabili paradigmi: i progressisti nell’ortoprassi dell’amore per il bisognoso, i tradizionalisti nel sacro che prescegliendo alcuni si rivela nella storia attraverso questi.

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1  Dato che l’etica del buon samaritano, che vede la misericordia e la compassione verso il prossimo fragile e sofferente, chiunque esso sia, è la cifra dei cosiddetti “progressisti”, ci porta a collocarli nella dimensione gesuana delle origini, quindi tradizionale nell’accezione di fedele interprete dell’ortoprassi originaria. Viceversa i cosiddetti "tradizionalisti" sono espressione di sviluppi culturali e dottrinali successivi, che hanno prima trasformato Gesù di Nazareth in Gesù Cristo e poi riformato la Chiesa primitiva nella Chiesa “romana cattolica”, costruendo una lirica dottrinale (dall'ortoprassi all'ortodossia) e una struttura istituzionale estranee alla Chiesa delle origini, in questo senso se non proprio progressisti potremmo definirli novatori.

Martedì, 03 Ottobre 2023 15:12

Incantesimi

Entrato in una metafora non n’è più uscito[1]. Tante esistenze vanno così.

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1 Non so se la Verità assoluta e la Realtà ultima ci sono precluse perché siamo limitati, o perché si muovono così velocemente che non riusciamo a fissarle, oppure perché non esistono. Sia come sia, visto che Verità e Realtà ultime sono pensabili e insieme irraggiungibili non ci resta che indicarle per mezzo di storie, miti, parabole, metafore, immagini, allegorie e simboli. Strumenti potenti e indispensabili, nondimeno insidiosi perché si può sbagliare storia, e ancor di più perché causa di delirio e intrappolamento se equivocati come realtà fisse e di per sé sussistenti, come succede a quelli che vanno in pellegrinaggio a Predappio, o ai i poliziotti morali iraniani che pestano a morte le ragazze che non indossano il velo secondo copione.

Sabato, 30 Settembre 2023 13:04

Pensiero debole, pensiero forte

Nel capitolo Il grande inquisitore de I fratelli Karamazov i protagonisti in scena: l’Inquisitore, il Diavolo -non in scena ma presente attraverso l’Inquisitore- e il Cristo, sono tutti mossi da pensiero forte, da libero arbitrio assoluto e da certezze soggettive totalizzanti. Personaggi fissi, saturi, apocalittici.

Se si proviene dal quel milieu va forse da sé essere belligeranti tirando, tragicamente, dritto.

Mercoledì, 27 Settembre 2023 19:23

L’indigerito

A farci digerire e metabolizzare la pasta al forno ci pensa il funzionamento naturale, invece per tutto ciò che l’esistenza ci dà in sorte dobbiamo pensarci noi.

Con tutta probabilità pezzi di civiltà significativi sono stati costruiti per metabolizzare eventi indigesti, nello stuolo dei rimedi eupeptici primeggiano quelli religiosi, indicati per mandare giù le sofferenze ingiuste e il mattone sullo stomaco d'essere-per-la-morte.

 
Venerdì, 22 Settembre 2023 16:25

Ululati metropolitani

Forse la coda alla cassa del supermercato ce le regala il destino per farci osservare, con calma e a distanza ravvicinata, campioni rappresentativi di Sapiens. Questa mattina ho visto un barese attempato appena dietro a una giovane inglese longilinea piuttosto bruttina, quella bruttezza particolare di cui solo gli inglesi sono capaci. Tutt'e due nello stesso istante e metro quadro, ma monitorando i loro occhi era chiaro che avessero un’immagine diversa del mondo che li circondava.

Ognuno vede il mondo che elabora a partire da quello che gli hanno raccontato, dicono di aver trovato, accuditi da cani, ragazzi selvaggi che ululavano e camminavano a quattro zampe. Tarzan aveva una sua ermeneutica e Weltanschauung e io mi racconto che le femmine mediterranee sono più belle delle anglosassoni.

Viviamo lo stesso mondo ma ognuno se lo racconta a modo suo, il punto è che a parità di luoghi, circostanze e condizioni, chi si racconta il mondo malamente lo vive peggio di chi se lo racconta bene, se le cose stanno così siamo vocati a una continua e sempre più puntuale riscrittura.

Mercoledì, 20 Settembre 2023 13:06

Campi di coscienza

La realtà è talmente poliedrica che per accedervi bisogna farsi in quattro, di solito percorriamo la via della ragione, perciò partendo da un registro descrittivo: “Le cose stanno così”, approdiamo a uno prescrittivo: “Se stanno così bisogna agire in questo modo”, via a conti fatti abbastanza affidabile.

Altre volte la ragione non basta, allora accediamo alla realtà percorrendo la via della fede, del sentimento, dell’intuizione, dell’azione, dell’immaginazione di cose viste che ricreiamo e di cose mai viste che fantastichiamo.

Qualche volta capitano anche momenti dove viviamo senza razionalizzare, senza immaginare, senza intuire, un po’ come accade nel sonno profondo anche se siamo svegli, in quel vuoto possono apparire immagini fugaci che arrivano chissà da dove, pensieri improvvisi, strani figuri e parole che dicono di mondi dimenticati.

Venerdì, 15 Settembre 2023 16:39

L’insegna

Robert Walser (1878 -1956) nel suo racconto La passeggiata descriveva il disgusto procuratogli dalla “squillante insegna dorata” di un fornaio.

“Ha davvero bisogno un fornaio di mettersi così vistosamente in mostra, di risplendere e scintillare al sole col suo pazzesco annuncio, come una dama vanesia ed equivoca? [nel 1907 si diceva così, oggi si direbbe “come una puttana”]. Farebbe meglio a cuocere e impastare il suo pane con modestia proba e assennata!”

E’ una costante diffusa quella di far apparire ciò che si è, e si fa, migliori di quanto non siano realmente[1]. Pensiamo all’automobile sovente di un modello un poco superiore al portafoglio del proprietario[2]; ai corpi esageratamente abbelliti "perché tu vali" come recita la pubblicità; all’industria culturale piena di scatole molto più grosse del contenuto[3]. Forse tutto questo accade perché Homo sapiens se appena dopo nato non fosse accudito perirebbe, pertanto ha un bisogno vitale di emergere, farsi notare, essere riconosciuto e personalmente valorizzato. Siamo intrinsecamente fragili, limitati, insicuri e l’esistenza si svolge nel continuo superamento di questa primigenia inferiorità attraverso atti e volontà di potenza[4].

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1 Ricordo che dopo aver consegnato la stesura di una mia autobiografia ai responsabili di un corso che avevo frequentato, mi arrivò uno scritto con le valutazioni. Tutta la prima parte si dilungava nel comunicarmi la meraviglia di aver ricevuto un testo stampato col PC su dei fogli A4, pinzati alla buona. Il lettore diceva che quelle pagine esprimevano una povertà monacale per come si presentavano fisicamente, non per quello che c’era scritto dentro che passava in secondo piano, cosa singolare in un corso di scrittura. Il corso era tenuto da gente di valore, il problema è che, a fine corso, erano abituati a ricevere le autobiografie dei partecipanti stampate su carta pregiata, con rilegature di lusso e copertine piene di orpelli.

2 L’automobile è un oggetto di metallo e plastica che serve ad arrivare rapidi, comodi e sicuri a destinazione. Oggetto-strumento al pari di una forchetta, di una pinza o di una ramazza, per i quali l’utilizzatore chiede funzionalità, affidabilità e talvolta una estetica accettabile. Così nell'acquistare una vettura si chiede, compatibilmente al proprio reddito, che soddisfi specifici requisiti di potenza, sicurezza, economia e affidabilità.  Tuttavia, a differenza di una ramazza, l’automobile è oltre che strumento anche simbolo per l’idea che l’oggetto rappresenta ed evoca del suo possessore. Già Schopenhauer sentenziava: “Il mondo è mia rappresentazione” e che l’automobile sia uno status symbol non è una novità. Che cosa l’automobile rappresenti simbolicamente lo possiamo cogliere osservando il plus che alcune vetture offrono oltre al realistico utilizzo che di fatto svolgono. Ci riferiamo a quegli oggetti bizzarri, grandi, ibridi, un po’ gipponi un po’ berline di lusso, che imperversano in città. Li chiamano SUV (Sport Utility Vehicles) e sono caratterizzati da cilindrate e dimensioni superiori agli autoveicoli normali. Capaci grazie alle sovradimensionate quattro ruote motrici di attraversare agilmente la Mauritania, vengono invece utilizzati dalle mamme per accompagnare i bambini a scuola per poi recarsi dalla parrucchiera. Talvolta però, nel fine settimana, riescono ad utilizzare quasi un quindici per cento della loro cilindrata e potenza complessiva, quando il papà, ingrossato da quella protesi che lo circonda, porta la famigliola sulle Prealpi bergamasche; l’ottantacinque per cento mai utilizzato non "serve" a nulla, se non ad esprimere significati. I significati espressi attraverso le funzioni simboliche dell'oggetto SUV sono sintattiche, pragmatiche e semantiche: funzione sintattica, ovvero la relazione ad altri simboli, nella fattispecie delle altre autovetture e guidatori: “Io sono più grande, più importante di te”. Funzione pragmatica: “Spostati rapido altrimenti io ti schiaccio.” Funzione semantica, ovvero la relazione simbolica diretta al significato che esprime l’oggetto SUV, che grida al mondo per il suo possessore: “Io non sono più povero, ma ricco”, funzione simbolica comprensibile, visto che è maleducato, umiliante e osceno andare in giro col portafoglio aperto per far vedere quante banconote ci sono dentro che il SUV si presti a surrogare il gesto. In Gran Bretagna l’hanno compreso da tempo, così l’ultima moda dei VIP londinesi è di spostarsi in bicicletta. Si sa loro sono eccentrici, noi pittoreschi. 

3 Titoli furbescamente accattivanti, recensioni esageratamente benevole, presentazioni sopra le righe, ecc..

4 Volontà di potenza non come la intendeva Nietzsche ma Alfred Adler, fondatore della Psicologia Individuale Comparata, probabilmente il più preciso nel descrivere e affrontare la condizione di fragilità che caratterizza i cuccioli dei Sapiens, che determinerà l'intera esistenza di ogni individuo. Da qui l'importanza di appartenere alla comunità umana per emanciparci dalla fragilità individuale valorizzandoci reciprocamente. Così la salute psichica si manifesta nella capacità empatica e di cooperazione con gli altri, nella capacità di sentimento sociale. Di Adler non sapevo nulla, stranamente dalle nostre parti è poco conosciuto ed è un peccato, quel che conosco lo devo tutto a Domenico Barrilà psicoterapeuta e analista adleriano.

Giovedì, 14 Settembre 2023 21:19

Moira

Credere e affidarci alla provvidenza[1] ammansisce le cose che non dipendono da noi, non perché grazie alla provvidenza le cose che non possiamo governare diventano prevedibili o ci vanno sempre per il meglio[2], ma perché nell’affidarci alla provvidenza qualsiasi cosa accada ha una causa definita e identificabile. Vuoi mettere prenderci un colpo tra capo e collo architettato da una regia nota e onnisciente da uno che ci piomba addosso a cazzo non si sa da dove?

Forse meglio lasciar perdere la provvidenza e far affidamento alla natura e al suo ordine, anche se un po' differisce dal nostro.

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1 Che sia di Dio che sovrintende il mondo o di un logos immanente alla natura.
2 Come presumono le credenze magiche e superstiziose.

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