BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Giovedì, 28 Maggio 2015 11:02

Inferno - Canto quindicesimo

Nell’esaminarne la biografia simpatia spontanea per Carlo Michelstaedter, forse perchè da giovane gli assomigliavo, non in valore, intelligenza, erudizione e sensibilità, ma perché frequentavo i medesimi territori, così ho letto del giovane scrittore, filosofo e poeta, «La Persuasione e la Rettorica» tesi di laurea a taglio filosofico e ho visto il mondo abitato da dannati danteschi destinati a correre nudi senza sosta verso irraggiungibili mete. Pochissimo citati, ma onnipresenti, Schopenhauer e Nietzsche che Michelstaedter utilizza per predicare una universale irresolubile, atroce, insoddisfazione.

Forte il sospetto che l’insoddisfazione fosse tutta sua e precisi gli indizi che da sé la espandesse al cosmo intero con disprezzo per i soddisfatti che una qualche meta l’avevano invece raggiunta. Li ammazza tutti quanti sparandosi a 23 anni.

Freud, anche se contemporaneo, era lontano. Fosse stato vicino? Forse un sano in più e un poeta in meno.

Giovedì, 28 Maggio 2015 07:48

Salmo 115- 2.0

Hanno microfoni a interfaccia digitale e altoparlanti al plasma e non parlano,
hanno telescopi gamma a raggi X e non vedono,
hanno antenne radioastronomiche e non odono,
hanno gascromatografi a spettrometria di massa e non odorano.
Hanno microscopi a forza atomica e non palpano,
hanno endoreattori e non camminano;
dalla gola non emettono suoni.

Sabato, 23 Maggio 2015 14:05

I Corvi

Dentro la gravina di Riggio la macchia mediterranea è presente quasi tutta, la classifico preciso: mancano solo ornielli e terebinti probabilmente mangiati dalle capre. Ambiente naturalistico mozzafiato eppure gli affreschi della chiesa rupestre informano che, fin dal X secolo, agli abitanti del luogo non bastavano cielo e terra, acqua e fuoco, animali e piante.

Nel risalire incontro tracce d’insediamenti neolitici, sicuramente anche in quel periodo qualcuno avrà piantato un qualche palo, una qualche pietra dritta e grande, un qualche yupa a simbolo di un regista occulto artefice dell’universo naturale.

Un corvo reale indifferente a classificazioni botaniche, noncurante di me e registi occulti, volteggia in silenzio poi gracchia soddisfatto, forse beffardo. La sanno lunga, i corvi.

Mercoledì, 20 Maggio 2015 09:09

Quel cornuto che aizza all’essere

In un testo teatrale avevo scritto e anche detto:

«Sono mortale? Sono immortale? Che importa? Io sono e non sono. E’ il diavolo che mi sussurra: tu esisti…tu esisti… tu esisti.»

Non ho ben capito perché nella volontà di esserci e perdurare ci scorgevo il diavolo, forse un qualche motivo ci sarà se anche De Sanctis, interpretando Schopenhauer, lo tira in ballo proprio sul medesimo punto:

«[Il Wille (il volere)]se se ne stesse quieto, sarebbe un rispettabile Wille; ma come ha de' ghiribizzi, gli viene spesso il grillo di uscire dalla sua generalità e farsi individuo. Principium individuationis […]  Potrebbe dire: non voglio vivere, e sarebbe Dio; ma quando gli viene in capo di dire: voglio vivere, diventa Satana.»1

1 Francesco De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi
Morano - Saggi critici - Opere di F. De Sanctis, vol.V.

Domenica, 17 Maggio 2015 11:44

Praxis? Bis

La visione gramsciana dell’identificare il filosofo reale con l’uomo politico abile nel modificare attivamente l’ambiente afferma, implicitamente, che il pensiero, in sé, non è atto e neppure fatto.
Se così sarebbe necessario individuare il confine preciso, di luogo e di tempo, dove il pensiero da astrazione diventa atto: nel suo declinarsi in parola? In attività muscolare?

Giovanni Gentile affermando il primato del pensiero personale non vedeva separazioni tra pensare e fare interpretando l'intera realtà come manifestazione del soggetto pensante (autoctisi);

anche la visuale cristiana non scorge confini: “peccato di pensiero, parole, opere e omissioni”;

il diritto neppure1 in quanto la premeditazione (mero pensare senza - ancora - fare) costituisce di per sé circostanza (fatto) aggravante (artt. 577 n. 3, 585 c.p.).

 

1 l'ho appreso da Giacomo B. Contri.

Sabato, 16 Maggio 2015 11:55

Praxis?

«Si può dire che ognuno cambia se stesso, si modifica nella misura in cui cambia e modifica tutto il complesso di rapporti di cui egli è centro di annodamento. In questo senso il filosofo reale è e non può non essere altri che il politico, cioè l’uomo attivo che modifica l’ambiente, inteso per ambiente l’insieme dei rapporti in cui ogni singolo entra a far parte» (Gramsci, Quaderni del carcere).

Non ho erudizione per affrontare nel merito gli studiosi che si sono confrontati col pensiero di Marx riguardo la filosofia come prassi, distaccandosi o aderendovi, in Italia nel primo gruppo Croce e Gentile, nel secondo Labriola e Gramsci,

però un pensiero ce l’ho preciso: non mi piace definire “filosofo reale” chi partecipa all’assemblea di condominio e io acchiappanuvole quando ieri nel piantare la salvia ascoltavo il vento.

Vento evocante un recente intervento di Augusto Cavadi che, attingendo un po’ da qui, contestava l’antropocentrismo di Fichte, Hegel e Marx, utilizzando la metafora di decine di migliaia di volumi di migliaia di pagine ciascheduno che rappresentano la storia naturale del mondo nelle quali l’uomo, anche se fiorire unico e sorprendente, è citato nelle due righe finali dell’ultimo volume.

Martedì, 12 Maggio 2015 10:56

L’adrenalina perduta

Giorni fa avevo sentito Serge Latouche riferire di amici che nel loro impegno politico avevano combattuto e resistito: tutti ricordavano quel ciclo come il più bello di tutta la loro vita. Oggi leggo Giacomo B. Contri che nelle recenti celebrazioni del 25 aprile coglie nelle testimonianze del ritorno a casa di reduci dalla Resistenza “pace insoddisfatta”: «pace del ritorno alla “pace” [che] non valeva affettivamente [per ciascuno di loro] il ricordo fresco della guerra.»

Mi ero chiesto perché mi piacessero i film drammatici possibilmente un po’ cruenti, di guerra, polizieschi o di spionaggio. Nell’osservare la nosologica insoddisfatta civilizzazione, «Cultura come rinnegato campo di battaglia» (Contri cita Freud), mia e di gruppo, tutto si chiarisce. In questo pacifismo che rimpiange lo scontro la ricerca di una pseudosoddisfazione perduta prende differenti forme: dall’imperversante dipendenza al gioco d’azzardo alla esaltazione della curva ultras.

Domenica, 10 Maggio 2015 18:49

Perverse vibrazioni

Da trentacinque anni, cinque giorni a settimana, otto ore al giorno, faccio l’erborista e dentro quel tempo sempre più di frequente mi chiedono cose strane: fiori che elargiscono energia positiva, piante contenenti forza vitale, rimedi “vibrazionali”.
Francamente mi sono un po’ stancato e perché non mi occupo di vibratori e perché non faccio il mago ma l’artigiano che, collega del panettiere in piazza, raccoglie le piante e trasforma estraendone i principi attivi:

nulla di trascendentale ma molecole note e reali che i vegetali sintetizzano per attirare insetti o per respingerli, per difendersi da un qualche bacterio o virus, per cicatrizzarsi se lese, insomma che le piante producono per autocurarsi. Da qui, per contiguità biologica con l’organismo umano, la possibile interazione con esso: mica sempre positiva e vitale ma, per alcuni principi attivi, anche negativa e mortale.

Non so se le piante risultate “vincenti” nell’evoluzione fino a che punto hanno prodotto casualmente o “intenzionalmente” tali complesse sostanze, ma ho precisi indizi che questo imperversare New Age che mai si accontenta dell’evidenza, della sana superficie, sempre bisognoso dell’oltre, dell’esoterico, del profondo, dell’occulto, derivi da una rimozione del sacro e correlata irrisione delle religioni, che così tornano perverse nella mia erboristeria.

Potrei mettere un cartello: «Riprendete ad andare a messa la Domenica e finitela di rompermi i coglioni.»

Domenica, 10 Maggio 2015 11:33

Elogio del marginale

Tutto sommato un modo semplice per permanere un po’ indenni all’occidentalizzazione planetaria decolonizzandone l’immaginario di smisurata crescita (Latouche), incistato nella testa, è vivere e operare in un contesto rurale vocato all’agricoltura marginale.

Venerdì, 08 Maggio 2015 08:00

Il genio

Il genio da vecchio è un po’ bizzarro e da giovane mica tanto normale. Sai bene cosa sto dicendo se hai avuto l’occasione di incontrarne qualcuno, in una esistenza non più di un paio per i più fortunati.  

Noto lo scostamento tra il suo ordinario vivere quando, un po’ imbranato, si allaccia le scarpe, si nutre, urina e dorme, da ogniqualvolta che, improvviso, entra nel suo ruolo vocazionale nella materia dove è genio: lì smette di ridere e anche di sorridere, cessa qualsiasi ironia e autoironia, l’occhio da espressivo vira vitreo e un po’ fisso come nella bambina del film L’esorcista. La voce per misterioso ontologico ordinamento gli cade sulla medesima nota come nella salmodia gregoriana per dire preciso come se stesse leggendo un libro, il genio parla come scrive.
Non possiamo escludere che in tanto rigore gli entri nel corpo un qualche nobile predecessore nella materia, anche più di uno, talvolta una legione. Nell’ultima fattispecie scuole di pensiero si mischiano producendo paciughi di tesi che lui meccanico coordina e armonizza senza mai fluttuare. Poi d’improvviso torna normale, o quasi.

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