Bruno Vergani
Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.
Il mito della coscienza al vertice
La coscienza è tornata al centro del dibattito scientifico e filosofico. Il cosiddetto “problema difficile della coscienza” -come e perché una realtà fisica produca un’esperienza soggettiva- rimane tuttora irrisolto. Alcune correnti filosofiche, come il panpsichismo, hanno persino ipotizzato che la coscienza non emerga dalla materia in un momento preciso dell’evoluzione, ma che una forma elementare di esperienza sia una proprietà fondamentale della realtà.
Certo, la consapevolezza di sé e del mondo è un evento cruciale, ma lo è per noi, non necessariamente per la natura. La visione antropocentrica costruisce infatti una gerarchia del reale a propria immagine: alla base colloca la materia inorganica; appena sopra gli organismi unicellulari; più in alto gli animali dotati di sistemi nervosi via via più complessi; fino ad arrivare, in cima, ai Sapiens, ritenuti il punto in cui, all’apice dell’evoluzione, la natura prende consapevolezza di sé.
Ma chi stabilisce questo primato della coscienza? La natura stessa o un nostro parametro arbitrario? Può essere benissimo che la coscienza non stia al vertice della natura, ma sia soltanto una delle sue infinite espressioni, accanto ad altre a noi totalmente inaccessibili. Il Dio di Spinoza non sa di essere.
Primo comandamento
La vocazione naturale di ogni individuo, che sia umano, animale, pianta o insetto, è esserci e perdurare. Prima di ogni progetto, prima di ogni scelta, prima d’ogni “cosa” da realizzare, c’è questo fatto elementare: la vita tende a conservarsi. Il primo comandamento della natura sembra essere: vivi. Il “cosa” vivere viene dopo.
Eppure per noi esseri umani il semplice esserci non è una condizione facilmente abitabile. Il puro “sono” è raro e sconosciuto, forse lo sperimentano, in giornata buona, i santi d’Oriente nella meditazione profonda. E quando affiora, non porta solo quiete: porta anche una piccola vertigine. Si allentano, anche solo per un attimo, le strutture che normalmente ci reggono: compiti, ruoli, obiettivi, narrazioni su di noi.
Noi non ci limitiamo a essere. Noi “esistiamo per”. Per qualcosa, per qualcuno, per un compito, per una direzione. Nel fare sappiamo chi siamo. Abbiamo coordinate. Siamo situati dentro un sistema di senso. Nel semplice essere, invece, cosa rimane? L’Essere di Parmenide - unico, immobile, perfetto, indipendente dal mutamento- è una delle grandi costruzioni della filosofia. Ma la vita concreta sembra dire altro: ciò che vive cresce, cambia, si espande, si adatta. Un essere senza divenire forse non potrebbe sussistere. Il fare, allora, non è necessariamente un tradimento dell’essere: può esserne una forma.
Quiete post-egoica
Al risveglio dall’intervento provavo una sensazione confortante: se fossi morto sotto anestesia non sarebbe successo nulla. Essere vivi o morti appariva praticamente lo stesso.
Il gap
Nel supermercato un bambino frignava di brutto. Motivo? Lo stesso di tutti: il mondo non corrispondeva ai suoi schemi. In fondo molti problemi dei Sapiens sono riconducibili al gap tra “come le cose sono” e “come vorremmo che fossero”.
Da sempre abbiamo architettato strategie per gestire questo scarto: trasformare il mondo, accettarlo, oppure cercare di distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che ci eccede. Ma il problema permane.
I bambini nascono e frignano.
Forse il peccato originale esiste davvero: per una qualche frizione cosmica gli esseri umani stentano a coincidere pienamente con il presente.
Ho fatto l’amore con l’Achillea ligustica
Per oltre quarant’anni ho lavorato come erborista preparatore, Parallelamente ho costruito in Puglia un orto botanico dedicato soprattutto alle specie mediterranee. Ogni giorno lavoro nell’orto oppure semplicemente passeggio tra le piante. E quasi ogni giorno accade qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare.
Il corpo si distende come se riconoscesse un ambiente originario, poi arriva una sensazione precisa: un piacere profondo, fisico e mentale insieme, una sorta di appartenenza a un funzionamento più grande, armonioso, potente, eterno. Per anni ho cercato il termine giusto. Non è semplice felicità. Non è pace. Non è neppure contemplazione estetica nel senso del romanticismo naturalistico. La parola che più si avvicina è forse “erotica”. Una forma di intensa partecipazione sensoriale alla vita. Una corrente di piacere diffuso. Come se il confine tra il corpo e il mondo diventasse meno rigido. Non ci si sente più davanti alla natura. Ci si sente dentro.
Nel tempo ho monitorato i visitatori del giardino per capire se anche loro provassero questa esperienza erotica. Alcuni restano frigidi. Le piante per loro sono sfondo, arredamento biologico. Sono affetti da una specie di cecità botanica. Altri reagiscono con una smania tassonomica: “Come si chiama questa? E quest’altra?”. Catalogano, classificano, nominano. È forse un modo per tenere l’esperienza a distanza di sicurezza. Poi esiste un terzo tipo di persone. Quelle che a un certo punto si fermano in silenzio. Cambia il loro volto. Restano più a lungo del necessario davanti a una pianta. Non sanno spiegare cosa stanno provando, ma io lo riconosco immediatamente: sono entrati nell’incantesimo del vivente.
Che il rapporto con il mondo vegetale abbia effetti profondi sul benessere psicofisico non è soltanto una fantasia poetica. Recentemente il King’s College Hospital di Londra ha inaugurato la prima terapia intensiva su terrazza, con un giardino terapeutico integrato. L’idea è semplice e rivoluzionaria insieme: piante, luce naturale e spazi aperti aiutano i pazienti a ridurre stress, isolamento e sofferenza, migliorando i tempi di recupero.
Forse il mondo vegetale agisce sul sistema nervoso molto più profondamente di quanto immaginiamo. Forse conserviamo ancora una memoria biologica della nostra appartenenza alla natura. Oppure le piante fanno crollare, almeno per qualche minuto, l’illusione moderna di essere creature separate dal resto della vita. Qualunque sia la spiegazione, una cosa mi sembra certa: quella sensazione è reale, condivisa e antichissima. Forse ci mancano soltanto le parole per dirla: sensualità vegetale, estasi biologica, oppure, più semplicemente, l’esperienza erotica dell’appartenenza al vivente.
Alla ricerca di se stesso non trovò nessuno
È verosimile che siamo il risultato di processi: prodotti di relazioni e interazioni di potenza, reti causali che, nel tempo, ci portano a essere ciò che siamo. Non sostanze autosufficienti, ma configurazioni temporanee dell’immenso funzionamento della natura. In questa prospettiva, il sentirsi qualcuno è reale come esperienza, non come sostanza.
Eppure quasi tutti avvertiamo di essere costituiti da un nucleo stabile, da una essenza individuale che sembra precederci e attraversarci lungo tutta la vita, quasi appartenesse a una dimensione trans-biografica. Da qui nasce l’idea che il senso dell’esistere consista nel diventare ciò che, in fondo, siamo sempre stati. Ma forse questo “io” profondo, questo privilegio metafisico che sembra emergere dal funzionamento naturale, non è altro che un effetto dell’immaginazione e della memoria: una costruzione necessaria, psicologicamente utile, ma metafisicamente dubbia. Se è così, allora espressioni come “essere se stessi”, “ritrovare se stessi” o “essere fedeli a se stessi” cambiano completamente significato. Perché non esiste un “me stesso” che mi precede e attenda di essere realizzato.
Esiste piuttosto un processo continuo di individuazione: siamo forme in divenire, non essenze da compiere. E tuttavia gli esseri umani non possono vivere soltanto in termini di metafisica geometrica. Viviamo inevitabilmente anche dentro il simbolico, il narrativo, il poetico, perché siamo animali che organizzano l’esperienza come racconto. Forse una vita completamente anti-narrativa sarebbe più corretta filosoficamente, ma invivibile.
Etica cipressina
Torre medievale con cipresso: immagine rappresentativa del paesaggio italiano classico. Torri e cipressi formano linee verticali che si somigliano, ma la torre è stata progettata da qualcuno, il cipresso da nessuno. La morfologia dinamica delle piante è tutta da indagare, sintonizzandosi sulla potenza che la produce, sui suoi ritmi, rispettando i suoi tempi e immedesimandosi nel suo movimento. Questo perché comprendere fa vivere meglio, e perché si tratta di un'osservazione che porta a conseguenze etiche precise: per qualche strana legge chi indaga le forme della natura tende a non fare del male.
Biofilia
Ricordo un compagno di stanza in ospedale che non era preoccupato della sua condizione, ma del fatto che là chiuso non poteva raccogliere i pomodori che stavano maturando nel suo orto. Avevo anche un amico metalmeccanico che, non appena poteva, coltivava la terra: terminata la giornata in officina cenava di corsa e andava a zappare fin dopo il tramonto, con una torcia in testa stile minatore. Proprio ieri una signora mi raccontava di suo padre, tornitore in arsenale militare, che d’estate s’alzava alle tre del mattino per irrigare l’orto e alle sei e mezza prendeva il pullman per l’arsenale.
Non erano mossi dal bisogno, ma da qualcosa di diverso. Forse in quella frenesia soddisfacevano un insopprimibile piacere originario, come se il crescere delle melanzane li sincronizzasse con un ordine cosmico.
L’oltre
Gli antichi misticheggianti lo chiamavano Assoluto o L'Uno, oggi lo chiamano campo quantico o vuoto fertile. Cambiano i nomi, non l’esigenza. L’esperienza sensibile ha limiti invalicabili, e qualcosa dobbiamo pur architettare per spiegare ciò che ci sfugge.
Si potrebbe anche accettare che il massimo della trascendenza coincida con il massimo dell’immanenza, e vivere sereni. Ma non basta. Insoddisfatti, continuiamo a immaginare un qualcosa che sta dietro le cose, o sopra, o sotto, forse dentro: comunque altrove. Siamo ancora abbastanza platonici da pensare che il visibile non basti mai, e che la verità debba abitare in un secondo piano.
Nel frattempo
C’è chi dice che il mondo è reale e chi invece dice che è apparenza. C’è chi afferma la sostanza dell’io e chi lo riduce a un fascio di percezioni, a un grumo di memorie, a un effetto di forze e linguaggi.
Eppure io sono io e tu sei tu. E questo produce conseguenze nette, verificabili, innegabili. Che l’io sia sostanza o accidente, realtà o illusione, cambia poco: quando emerge, ha una forma. Occupa spazio, dura, agisce, lascia tracce. Così accade per i fenomeni. Vanno e vengono, ma nel tempo in cui sono si impongono con precisione. Come un mandala di sabbia: composto con cura assoluta, sapendo che sarà disperso.
Non permanenza, dunque, ma neppure mera apparenza, piuttosto una consistenza provvisoria, una durata relativa. Ed è lì, in questo frattempo, che noi alberghiamo.