BLOG DI BRUNO VERGANI

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Giovedì, 22 Settembre 2016 17:35

Quello che non vedo di mio figlio

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Come figlio e come padre - sia nell’accezione biologica, che nelle relazioni amicali, affettive o spirituali - non mi sono fatto mancare nulla, talvolta sono stato padre e figlio con profitto mio e dei partner, altre volte dominato o dominante, assente o invadente, impotente o prepotente. Territorio complesso il rapporto padre-figlio, luogo di benessere ma anche di possibili disastri.

«Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza» ammoniva il profeta e Domenico Barrilà, psicoterapeuta e analista adleriano, nel suo ultimo saggio interviene per porre riparo a tale perire. Il volume “Quello che non vedo di mio figlio” con sottotitolo "Un nuovo sguardo per intervenire senza tirare a indovinare", analizza il rapporto maternità-paternità/figliolanza in presa diretta lontano da preconcette teorie e dozzinali sistematizzazioni. L’Autore opera con empatica discrezione sul campo, un “osservare per vedere”, non tanto i “ragazzi” - ente sociologico e della statistica, sovente estraneo alla vita reale, frutto di generalizzazioni e frammentazioni specialistiche - ma, con approccio idiografico osserva e vede quello specifico ragazzo, quel singolare bambino, quel figlio irrepetibile. Osservazione che alla larga da teorici enunciati generali si converte a modalità di accostamento alla persona reale. Barrilà osserva scientificamente e vede empaticamente, evitando buonismi, il punto di vista di quel figlio, di quel ragazzo, nello specifico ambiente familiare e sociale rendicontandolo con chiarezza e semplicità di linguaggio, individuando e smantellando le imperversanti interpretazioni e i diffusi giudizi stereotipati, quanto erronei, di numerosi adulti che pretendono di universalizzare il proprio modo di percepire il mondo. Avvocato difensore del minore che optando per il domandare, invece del giudicare, ne tutela la sovranità personale, un bodyguard della appercezione, del “Sé creativo”(Adler). Operare che osserva e vede nel ragazzo il vocabolario affettivo appreso, i danni del non detto nelle costellazioni familiari, la specifica costituzione ereditaria (DNA), le impressioni soggettive del minore per ciò che lo circonda, altri individui in primis. Quest’ultimo osservare il giovane nelle relazioni allargate è indicato come, semplice ma efficientissimo, “test diagnostico” del benessere del bambino e dell’adolescente; ne consegue che la prima urgenza di ogni educatore dovrebbe essere quella di educare al sentimento comunitario nella “compartecipazione emotiva” (Adler).

Evidentemente un soggetto avente fluttuanti impressioni soggettive non è entità sacra immacolata, pertanto, mai imputabile, ma persona capace di intendere e volere dunque responsabile di sé nel mondo. L’Autore, dunque, oltre a ricordare che non tutto può essere messo in conto ai genitori, nel suo incontrare e conoscere lo specifico ragazzo nella sua totalità, invece degli eventuali “guasti”, illustra e indica tre moti necessari al minore - e a chicchessia - perché la vita sia sana, “compiti vitali” che individua nella capacità del giovane di sperimentare affetto, empatia, amore, per sé e per l’Altro a lui prossimo; nell’abilità di coinvolgimento lavorativo e creativo (giochi, studio); nella fattiva relazione amicale, cooperativa, di partnership e di sentimento comunitario nel mondo. Amare, lavorare, appartenere. Valutazione non giudicante eppure chirurgica, analisi che mantiene la distanza ma tocca l’intimo, che invita alla vicinanza e insieme all’equidistanza, operazione complessa non meno dell’astrofisica e della fisica quantistica, tant’è che Barrilà utilizza con frequenza onde, particelle e campi, per esemplificare passaggi che risulterebbero incomprensibili all’interno di una struttura di pensiero squisitamente binaria.  

L’adolescenza appare come momento conflittuale a causa di un Io in formazione che oscilla tra volontà di completa autonomia mischiata al persistere del desiderio di accudimento, dinamica ulteriormente complicata da modificazioni organiche e ormonali. Condizione che procura oscillazioni talora eccessive, dove può prevalere il sentimento dell’audacia su quello della prudenza, momento evidentemente critico eppure l’intoppo, specie nei casi più difficili, non alberga lì ma nei remoti, eppure cruciali, snodi e nodi dei primissimi anni di esistenza che nel passaggio adolescenziale presentano il conto; adolescenza mera catalizzatrice che evidenzia caratteristiche di un individuo affatto indivisibile in ere geologiche circoscritte e separate, ma determinato dalla “persistenza del passato remoto nel presente”.
Dunque il problema non sarà la ribellione in sé, talvolta legittima difesa nei confronti di associazioni a delinquere genitoriali, non sarà neppure l’eventuale abuso di sostanze psicotrope ma i motivi profondi e remoti che spingono al narcotico, artificiale, evitamento. E la masturbazione? No problem, anzi proficua se non chiusa ma finalizzata a sani incontri affettivi nella realtà concreta. Approcci etero o omosessuali? Irrilevante, garantisce l’Autore, rilevante è l’affetto personale e la vivezza del sentimento sociale. Così, con qualche distinguo non secondario, pure internet e correlate consapevolezza o inconsapevolezza digitale, al quale è dedicato, con taglio divulgativo-tecnico, uno specifico capitolo in appendice.

Cartina tornasole di eventuali latenti intoppi remoti, anche severi, è il momento nel quale il giovane entra autonomo, poggiando tutto sulle sue gambe, nel mondo lavorativo o universitario. Talvolta, in tale non procrastinabile richiesta di responsabilità di sé nel mondo, riemergono prepotenti nodi antichi, che in taluni casi possono innescare angoscia paralizzante. Il saggio rendiconta decine di esperienze, talune drammatiche, dove i tentativi attuati dal giovane per risolvere l’impasse - di per sé circoscritta e risolvibile ma percepita soggettivamente immane - risultano enormemente più dannosi e controproducenti del problema contingente. Il saggio annota tra le cause di tale angoscia giovanile anche la limitata capacità di prevedere per incolpevole scarsità d’esperienza, presente invece nell’adulto. La percezione della personale inadeguatezza verrà amplificata, esasperata, universalizzata, deificata: in tale passaggio il bambino insicuro o mortificato di un tempo emergerà in tutta la sua gloria nel giovane uomo implementando strategie radicali e anche “geniali”: per ben ammalarsi così da sfuggire completamente al mondo - società, lavoro, affetti -, può essere necessario valoroso estro e abile fantasia, oltre che a notevole energia. Tale rendicontare “clinico” - che in alcuni casi l’Autore definisce “ostinati ricordi” per quanto l’hanno umanamente colpito - di tanti giovani che non giocano la partita per non perderla, è accompagnato e alternato da passaggi autobiografici dell’Autore stesso, segno di rispetto e di empatia, dottore e paziente amici di percorso, persone sulla stessa barca e sotto lo stesso cielo.

Riguardo le declinazioni del sentimento comunitario il saggio si attarda preciso in un distinguo importante, differenziando le comunità aperte al prossimo e all’universale dai gruppi autoreferenziali e chiusi, nei quali l’incorporazione del giovane per immersione acritica e annegamento equivale, di fatto, a solipsismo, nella fattispecie tribale invece che individuale, talvolta con conseguenze ancora più gravi a causa dell’autoritaria, sistematica, esautorazione delle personali potenzialità nei confronti dell’appartenente al gruppo.
 
Domenico Barrilà,
Quello che non vedo di mio figlio. Un nuovo sguardo per intervenire senza tirare a indovinare;
Urra Feltrinelli


Ultima modifica il Venerdì, 23 Settembre 2016 10:32

2 commenti

  • Link al commento Bruno Vergani Lunedì, 26 Settembre 2016 07:24 inviato da Bruno Vergani

    Caro Vincenzo con amici di percorso e maestri di scrittura come te potrebbe accadere a chiunque, o quasi.

    Rapporto
  • Link al commento Vincenzo Todesco Domenica, 25 Settembre 2016 16:26 inviato da Vincenzo Todesco

    Bruno: bellissimo, scrittura precisa e da grande autore, la giusta distanza, tu e Barrilà ad osservare insieme, verrebbe voglia di recensire la tua recensione, sguardo profondo e sincero. Mi hai sconvolto. Non ti sapevo giunto a questi vertici. Mi inchino.
    Vincenzo

    Rapporto

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