BLOG DI BRUNO VERGANI

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Sabato, 01 Giugno 2019 20:27

Il Verbo si fece carne

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Può apparire strano ma non poche religioni e tradizioni spirituali giudicano la circostanza di essere persona di questo mondo un incidente di percorso, una caduta procurata da precedenti malefatte personali (karma), o da misteriose ancestrali colpe geneticamente trasmesse (peccato originale). Per numerose concezioni, sia nostrane, sia orientali, l’essere nati, albergare in un corpo, disporre di individualità (handicap perlopiù rilevato dalle religioni e dalle filosofie orientali), è un ruzzolone dove l’unico vantaggio del momentaneo soggiornare in questa valle di lacrime che chiamiamo mondo, è quello di voler liberamente rinunciarvi con ferma volontà, così da ascendere più rapidamente possibile nel posto dal quale eravamo venuti («Attendo una tal alta vita, che muoio perché non muoio», Santa Teresa D’Avila). Nel cristianesimo in un paradiso o in nuove terre e cieli, con l’io integro e pimpante; nelle religioni orientali in un nirvana dove l’io scompare fondendosi con l’Assoluto.

Il punto è che entrambe le concezioni sentenziano che non conviene essere uomo in questo mondo, ma il cristianesimo chiede un discorso a parte per il colpo di scena di una divinità che sceglie, invece, di esserlo. Da una parte, anche nel cristianesimo, l’avvenimento dell’incarnazione di Dio conferma il suesposto svantaggio d'essere uomo, visto che Dio nella sua infinita misericordia raggiunge le creature svuotandosi della propria divinità -kenosis dicono i teologi- per entrare corporalmente nel mondo, così da salvare i disperati che ci vivono sopra. Dall’altra, però, -e qui sta la differenza tra il cristianesimo e le altre religioni- l’incarnazione di Dio eleva all’istante l’individualità di ogni uomo e dunque della storia e della civiltà. Per certi versi il cristianesimo è l’unica religione che afferma la convenienza, finanche il privilegio, di essere uomini, per l’evidenza che Dio ha voluto esserlo venendo al mondo. Non a caso la visione cristiana a differenza delle altre ha stimolato un antropocentrismo spinto, con tutte le problematiche storiche, ma anche i vantaggi, che questa elevazione di homo sapiens ha comportato. Le radici di questa esaltazione dell’uomo e della sua civiltà attivate dal cristianesimo le troviamo in Agostino, ma Hegel si è spinto forse oltre. L’idealismo filosofico che ha esaltato l’umano pensiero fino a negare l’esistenza autonoma della realtà, è germinato e ha attecchito nel milieu religioso della tradizione cristiana. Karl Löwith, lucidissimo al riguardo, così illustra ed elabora la tematica:

«Nella filosofia della religione di Hegel, in realtà, si tratta innanzitutto di concepire la dottrina dell’incarnazione di Dio, poiché questo dogma si tocca direttamente con la metafisica hegeliana dello spirito finito e infinito. Dio è spirito e solo nello spirito può essere concepita la sua verità; per essenza l’uomo è parimenti spirito e perciò si trova in una relazione essenziale con Dio. Dio e uomo sono in relazione l’uno con l’altro, laddove la natura non ha un proprio rapporto con lo Spirito concepito come Assoluto. […] Ad una simile visione dello spirito quale “vertice” della soggettività, ad un simile far culminare l’universale, infinito Spirito divino in un unico soggetto, è giunto, però, solamente il cristianesimo. […] Il “rovesciamento” rivoluzionario operato dal cristianesimo consiste nel fatto che l’uomo non è considerato più come un essere che fa parte del cosmo e che, a differenza degli dèi immortali, è un essere mortale, piuttosto: è proprio il divino ad essere collocato al vertice della soggettività e Dio stesso ad assumere una natura umana». […] Dal momento che Dio si è rivelato in un singolo uomo storico, è diventato palese l’immane paradosso che non solo Gesù Cristo, ma l’uomo in generale ha una natura divina, che natura divina e natura umana nella loro essenza sono identiche: una identità dialettica, in cui Dio trova nell’uomo la propria autocoscienza»[1].

Potente (forse troppo) anabolizzante dell’io umano, roba pericolosa che potrebbe fare male. Ma, sul punto, la singolarità del cristianesimo rispetto alle altre religioni e spiritualità mi sembra, nel bene[2] e nel male[3], inoppugnabile.

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1 Karl Löwith, “Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche”, Curatore Orlando Franceschelli, Donzelli, pagg. 93-94.
2 Ci sarebbe scienza senza una quota di antropocentrismo?
3 Lasciamo il giudizio a Löwith: "Palese immane paradosso".

Ultima modifica il Martedì, 04 Giugno 2019 10:15

2 commenti

  • Link al commento Bruno Vergani Mercoledì, 20 Novembre 2019 16:37 inviato da Bruno Vergani

    Caro Germano nel "divenire" che evidenzi scorgo una certa contiguità col pensiero di Congar. Tu più tosto, lui più soft . Incollo sotto quanto avevo scritto a riguardo.

    Sappiamo che la cultura occidentale è caratterizzata, e in gran parte strutturata, da una miscela di sacro e profano, una mescola di paganesimo, illuminismo, tecnica, tradizione giudaico-cristiana, ecc. ecc. . Utile al riguardo, e per certi versi inaspettata, l’analisi del cardinale e teologo francese Yves Marie-Joseph Congar (1904 –1995), espressa nel terzo capitolo del saggio teologico ecclesiologico «Per una teologia del laicato» scritto nel 1956, edito in Italia da Morcelliana. Capitolo che provo a condensare chiedendo venia, al lettore ancora qui, per la grossolanità espositiva.

    Congar, fedele al credo cattolico, analizza il piano di Dio dettato nella rivelazione, dal «facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» all’ultimo capitolo dell’Apocalisse, dove Dio «assumendo lui stesso la carne della nostra umanità» vuole costruire il suo tempio di comunione attraverso Gesù Cristo «capo della Chiesa, ma anche di tutta la creazione»; Regno di Dio universale nel quale Congar dettaglia differenti e complessi aspetti, tra questi quello escatologico dell’ultimo giorno e quello «dinamico o progressivo» del tempo della Chiesa, tempo intermedio del già, dove «Gesù stesso è, in un certo senso, il Regno di Dio» e il non ancora della Parusia, dove Cristo alla fine del piano salvifico ritornerà sulla terra.

    Dunque due tappe e in mezzo un tempo intermedio. A che scopo tale tempo? Iddio onnipotente senza indugiare avrebbe potuto terminare il suo piano con l’Ascensione concludendo con la Pentecoste. Congar vede in tale indugio uno scopo preciso: Dio o il Cristo o la Chiesa non sono i soli artefici di tale piano, per giungere a meta è necessario il libero agire degli uomini nella storia perché senza tale cooperazione il Regno di Dio rimarrebbe incompiuto. In tale interpretazione «La regalità di Cristo resta, di diritto, universale» mentre la Chiesa sarebbe un regno spirituale della fede distinto dal «mondo naturale degli uomini e della storia», entrambi differenti coprotagonisti della realizzazione del Regno, «Rendete a Cesare quel che è di Cesare…».
    Nel piano unitario di Dio la Chiesa e il mondo sono entrambi finalisticamente ordinati al Regno di Dio, «ma per vie e titoli differenti», così «la regalità universale di Cristo non corrisponde a quella di una regalità ugualmente universale della Chiesa». Ne consegue per il cristiano che il profano sviluppo umano storico non è un processo antagonista e nemico, o nella più misericordiosa interpretazione mero accadimento subalterno da tollerare, ma in quanto forza indispensabile all’accadimento del Regno evento da valorizzare e col quale allearsi. Sacro non contrapposto al profano, quindi non «Resistenza del Mondo ma Resistenza nel Mondo». Tralasciando il possibile effluvio di concezioni hegeliane, riguardo un supremo Principio regolatore della storia avvertibile in Congar, quello che mi sembra puntuale è l’intelligente sintesi, dal punto di vista cattolico, della complessa realtà in una concezione aperta che ricapitola e unifica universalmente.

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  • Link al commento germano federici Martedì, 19 Novembre 2019 20:30 inviato da germano federici

    certo, la singolarità del pensiero cristiano è evidente, come è evidente che la filosofia occidentale, che ne è derivata o che ne è stata ispirata, non ha preso sul serio il concetto di "divenire", valido sia per l'uomo che per Dio. "Divenire" che per l'uomo implica il maturare progressivamente anche (soprattutto?) con l'errore (l'errare, l'andare qua e là, a tentoni, sperando di non sbattere la testa) e la sofferenza che ne deriva e che per Dio - se c'è ed è Dio - implica l'assumere su di sè la responsabilità prima di quell'errare e di quella sofferenza nella promessa di una buona riuscita - per sè e per tutte le sue creature - tutta da costruire insieme.

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