BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Domenica, 19 Maggio 2019 11:04

Ieri Oggi

Io alla loro età esprimevo davvero di peggio, ma il video degli studenti di Palermo è tanto naif nel mostrare un’implicita analogia tra il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza e l’ideologia che aveva prodotto le leggi razziali da non dimostrarla, riuscendo però ad anestetizzare il tragico passato.

C’era la loro professoressa per stimolarli allo studio ragionato della storia, era lì proprio per quello e quello faceva, ma sospettandola di essere stata lei ad aver imbeccato gli studenti sui contenuti del video la sospendono[1]. Circostanza che sancisce che c'è del vero in quel video e quello naif sono io.

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1 Sarebbe interessante sapere quanti docenti e per cosa sono stati sanzionati dal provveditore di Palermo nel corso del suo incarico. Visti lo zelo e la severità mostrata la statistica indica una possibile strage.

 

Pubblicato in Attualità
Venerdì, 17 Maggio 2019 18:38

Il salto della fede

 

Non serve molto coraggio per saltare con fede verso Dio se si sta già precipitando.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Mercoledì, 15 Maggio 2019 10:55

Archè e Physis

Per rifuggire miti e religioni e immergersi nel potente pensiero presocratico dell’onnipervadente Natura che tutto origina e fa, non ci resta che andare a messa la domenica mattina, così da ascoltare:

«Un uomo […] getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga». (Marco 4, 26-28).

Pubblicato in Sacro&Profano
Martedì, 14 Maggio 2019 17:58

Corpo-mente esistente in atto

Da Spinoza[1] alle neuroscienze è ormai appurato che l'aver ritenuto corpo e mente irrelati (Cartesio) sia stato un errore, perché sono tutt’uno.

In questa unitarietà resta però da chiarire l’inversamente proporzionale tra corpo e mente dato dallo scostamento qualitativo fra i concetti che estrudeva il cervello di un balilla mentre il suo apollineo corpo si dimenava gagliardo ai saggi ginnici, e quelli costruiti da Leopardi che febbricitante e con doppia gobba produceva immobile alla sua scrivania.

 

 

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1 ‘La Mente umana è atta a percepire moltissime cose, e tanto più è adatta quanto più il suo Corpo può essere disposto in molti modi’.
‘La Mente non conosce se stessa, se non in quanto percepisce le idee delle affezioni del Corpo’.
‘La Mente umana non percepisce alcun corpo esterno come esistente in atto se non mediante le idee delle affezioni del suo Corpo’. (Proposizioni 14, 23, 27, Parte Seconda, Etica, Spinoza).

Silvano Tagliagambe così sintetizza le tre proposizioni: “ Le idee della mente sono rappresentazioni degli eventi che hanno luogo nel corpo”

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Venerdì, 10 Maggio 2019 18:00

Il ginepraio dell’imputabilità

Nell’ammettere un Dio creatore trascendente e unico (teismo), il libero arbitrio dell’uomo è un’ovvia verità, perché siamo creati liberi di scegliere a immagine e somiglianza del Creatore, e così con tavole di pietra scritte da Dio o appiccicando al muro dell’aula del tribunale un crocefisso è agevole tracciare una mappa morale, fatwa che faccia da riferimento narrativo giudicante.

Nell’ateismo il libero arbitrio è, invece, evento più nebuloso e problematico visto che nella natura, causa di sé medesima, ogni evento poggia e muove obbedendo a leggi determinate da necessità -“necessario” «è  ciò che non può non essere; o che non può essere.» (Dizionario di Filosofia, Abbagnano)- . Ne consegue che di fronte a qualsiasi atto umano, da quelli operati da Sant'Antonio di Padova a Pol Pot, si dovrà prenderne semplicemente atto, appurato che nel funzionamento naturale, che include anche la mente umana, ogni moto scaturisce da un impulso necessario che non intende e vuole, quindi annientante qualsivoglia imputabilità, amorale come quello che muove il grave o produce la reazione chimica dove non ci attardiamo in giudizi di valore.

L’ipotesi di tale meccanicismo (tecnicamente: prepotenza) è in parte confermata dalla sociologia che certifica l’importanza dei condizionamenti sociali, dalla psicoanalisi che spiega quelli inconsci, dalla genetica che illustra quelli ereditati e anche dalla fisiologia che afferma (vedi Libet) che ciò che ci sembra di decidere nei movimenti corporei è già accaduto anticipatamente nel cervello. Dopotutto appare meno dogmatico il darwinismo che evitando forzature di salti ontologici e di singolari umane sporgenze rispetto alla natura, offre ancora ipotesi di lavoro sul libero arbitrio: non possiamo escludere che come l’evoluzione naturale ha prodotto la mente, abbia formato con essa ciò che chiamiamo Io, coscienza, intendimento e volontà e dunque la possibilità e il potere, seppur condizionato, di scegliere.

Ma com’è possibile che dalla necessità sia prodotta libertà? Libero funzionamento è un ossimoro. Un bel nodo e non solo per il naturalismo filosofico ma anche per il teismo: mica è facile affermare senza contraddirsi una divina Potentia absoluta che si manifesta come Potentia ordinata se non gli ficchi dentro, di tanto in tanto, qua e là, il racconto di un qualche miracolo che se ne impipa delle leggi naturali.

O si afferma la realtà del funzionamento negando in toto l’imputabilità personale con tutte le conseguenze morali del caso, oppure se la ammettiamo occorrerà, in un mondo sprovvisto di creatore e anime -sotto certi aspetti dire anima è un modo antiquato di dire Io-, spiegare cos'è l'imputabilità, come è e perché è. Insomma una sua metafisica, ricordando che la metafisica non indaga solo Dio, l’aldilà o un ipotetico soprannaturale, ma l’universale fondamento (cause prime) dell’al di qua (intrafisica), senza per questo equivocarla con l'ontologia che si limita ad inventariare l'esistente. Leibniz ci aveva provato ad uscire dal ginepraio dell’incompatibilità del libero arbitrio col meccanicismo di Cartesio e il monismo panteistico dello spinozismo, attraverso la dottrina delle monadi, sorta di atomi spirituali, di nuclei con vita propria, circoscritti potentati e signorie che spiegherebbero il complesso e problematico rapporto del particolare nell'universale. Non so se le monadi ci siano davvero o se siano solo un’invenzione per far tornare le cose.

Nella storia moderna la problematica dell’imputabilità individuale, in un mondo senza Dio (e senza la dea Iustitia della mitologia romana), è stata risolta pragmaticamente separando la problematica in due regni distinti. Il regno scientifico e parte di quello filosofico dove le tesi che il libero arbitrio sia nient’altro che una credenza -vedi Spinoza, Schopenhauer e Voltaire- permangono piuttosto solide anche se in giro se ne parla poco, e il regno del diritto dove invece siamo tutti imputabili, così, per convenzione condivisa. Qualcosa non torna e non sarebbe male che sull’imputabilità si compisse il come in cielo così in terra, il problema è che il cielo stellato sopra di me se sprovvisto di Padre non è imputabile (libero), tanto glaciale e inorganico che non so fino a che punto sia conveniente collegarlo a ciò che è in me visti i possibili rischi di assideramento. Compito della filosofia del diritto unificare i due regni raccordando natura e cultura, amoralità (della natura) e etica. Può farlo?

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Nell’immagine sopra il dipinto ottocentesco di Jean-Paul Laurens raffigura il «Sinodo del cadavere» o «Concilio cadaverico». Processo post mortem a carico di papa Formoso (891-896), con tanto di riesumazione dell'imputato presente in carne (poca) e ossa (tutte). La storia della Chiesa non si è fatta mancare proprio nulla.

Pubblicato in Filosofia di strada
Mercoledì, 08 Maggio 2019 11:02

Della stessa sostanza del Padre

« Guardate gli uccelli  del  cielo... Osservate come crescono i gigli del campo »:

nell’immagine a sinistra [un click sopra per ingrandirla] la formule di struttura dell’emoglobina e della clorofilla. A parte lo ione ferro nell’emoglobina sostituito da quello di magnesio nella clorofilla dove manacano due gruppi funzionali -OH, la quasi identicità delle due formule sentezia che il sangue che ci scorre nelle vene è come la linfa che scorre negli alberi.

 

 

Sotto la formula di struttura di una molecola di mescalina, quella del peyote che ti va vedere dio, seguita dalla molecola della caffeina del bar sotto casa. Stessi atomi di Carbonio, Idrogeno, Azoto e Ossigeno disposti e legati in modo differente, dove la potenza e l'impotenza non alberga nei mattoni che costituiscono la sostanza ma dal come sono posizionati e interagiscono.

Pubblicato in Erbario
Domenica, 05 Maggio 2019 09:19

I molti volti della sofferenza

In questo mio terzo, stringatissimo, resoconto del FESTIVAL DELLA FILOSOFIA D’A-MARE, preavvisando il lettore di proteggersi dal rischio di crampi mentali procurati dall’oggettiva difficoltà degli argomenti potenziata dalla mia dappocaggine espositiva, elaboro la relazione del filoso Giorgio Gagliano, che digredendo dal titolo dell’incontro «I molti volti della sofferenza» ha, invece, sviluppato un excursus -per certi aspetti più utile- sul come risolvere la sofferenza.

Gagliano ha seguito un flusso concettuale non una mappa, da qui l’impossibilità di ridirlo senza tradirlo, quanto segue è pertanto un resoconto di quanto l’incontro mi ha evocato. La relazione ha operato su due livelli, uno più speculativo con rimandi al neoplatonismo e alle elaborazioni filosofico-teologiche del monaco cristiano altomedioevale Scoto Eriugena, proponendo nel contempo una ortoprassi nel solco della tradizione buddhista. Va ricordato che anche se per Eriugena Dio è, mentre il buddhismo risulta sprovvisto di Dio, le due concezioni sono più contigue di quanto possa sembrare, basta ricordare che Eriugena concependo Dio superiore sia all'essere che al non-essere lo collocava in sfere di indicibilità (in tali sfere permane sostanza?) squisitamente orientali.

In tali tradizioni la sofferenza (duḥkha) deriva dall’equivocare la realtà nella sua totalità con nostre parziali ed errate interpretazioni di essa. Il punto è che per emanciparci dalla confusione urge oltrepassare le ortodossie logiche che abbiamo appreso (stiamo ancora qui ottemperando lo statuto filosofico?) e introiettato, così da abbracciare senza paura il Caos. Nel Gioco di Brahma L’Uno (neoplatonico) si frammenta in pezzi che si riaggregano nell’Uno, un fiume che scorre (impermanenza), dove ogni goccia d’acqua è il fiume e il fiume è ogni goccia. In questo continuo infinito presente dove tutto è interconnesso, dove il particolare è l’universale e viceversa, “la sofferenza contiene [necesariamente] in sé la soluzione”. Il dovere (Dharma) si esplica, dunque, nel raggiungere la precisa visione delle cose per quello che davvero sono nel sempiterno qui e ora, permanendo in tale consapevolezza.

Va da sé che per dire tali concetti il linguaggio arranca e ogni parola che li esprime già li tradisce. Nella tradizione buddhista per raggiungere e permanere in tale consapevolezza sono pertanto indicati dei percorsi pratici. Gagliano ha quindi illustrato la pratica meditativa dell’osservazione (contemplazione) dei "Quattro Pilastri":

‪Corpo, Sensazioni, Mente, Oggetti della mente.‬

Più precettistici e dualistici rispetto a quanto suesposto, i quattro ‪modi o stili di vita,‬ combinazioni temporali di bene e male che partono dalla più dannosa per arrivare alla più proficua:

1 male presente male futuro (uccidi una persona e andrai in prigione);
2 bene presente male futuro (mangio troppo perché mi piace ma poi sto male);
3 male presente bene futuro (atteggiamento della formica rispetto alla cicala);
4 bene presente bene futuro (questo è raro, ma lo si può ottenere se il sacrificio fatto nel presente per ottenere un futuro migliore lo si fa con piacere);

Così ho udito e così, per quanto sono stato capace, ho scritto.

Pubblicato in Filosofia di strada

Nell’ultima edizione, la VI, del FESTIVAL DELLA FILOSOFIA D’A-MARE di fine aprile a Castellamare del Golfo (Trapani), il filosofo Orlando Franceschelli ha affrontato la tematica-problematica “Natura umana, biotecnologie e poteri economico-politici”, che provo a condensare liberamente e commentare in scioltezza.

Homo faber ha modificato radicalmente i connotati del mondo apportando modifiche territoriali, strutturali e climatiche, operando una così potente e onnipervadente trasformazione da determinare un’inaspettata epoca geologica: l’antropocene. La scienza e la tecnica hanno indubbiamente aiutato enormemente la civiltà ma nel contempo la minacciano. Di quali nuovi strumenti necessitiamo per decifrare e affrontare queste nuove sfide? Siamo già attrezzati, e da tempo, se socraticamente sappiamo “condurre l’indagine ancora meglio, sul modo per cui bisogna vivere”, in questo solco socratico sorge spontanea una domanda (La domanda) logica ed etica: “ Tecnologia: per fare cosa?”

La Problematica è evidentemente nuova ma ha radici antiche. Come non rammentare l’incipit di Genesi, quando Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra», snodo operativo di tale concezione la troviamo nel tardo medioevo quando Bacone, Prometeo 2.0, prese il fuoco agli dei senza necessità di rubarlo perché autorizzato dal Dio giudaico-cristiano. Ed eccoci ora qui con Dio che è morto e noi col fuoco in mano, poderosi i vantaggi nondimeno i possibili scenari da incubo.

Grazie alle biotecnologie la vita organica dei singoli durerà di più e meglio e forse colonizzeremo altri pianeti se nel nostro le cose si metteranno male. Ma se così sarà (lo sarà?), sarà per tutti o solo per qualcuno? Le tecnologie sono progredite ma la natura umana è sempre la stessa. Non pochi gli indizi profetizzano masse di schiavi che edificheranno, spezzandosi la schiena e lo spirito, piramidi a beneficio di élite di sacerdoti detentori del biopotere, novelli san Pietro con in mano le chiavi del Regno. Il problema non risiede, dunque, nella scienza e neppure nella tecnologia ma nell’uso che ne facciamo:
«Beato chi possiede l'apprendimento della ricerca, non slanciandosi a danneggiare i suoi concittadini né a compiere azioni ingiuste, ma contemplando l'ordine infinito della natura immortale, come si è formato, in che modo; a persone così non si accosterà mai la pratica di azioni turpi.» (Euripide, frammento 910)[1].

Gli astrofisici sentenziano che il mondo sicuramente finirà e di Homo sapiens non rimarrà segno, tutto sommato un motivo in più per non pestarci in piedi nel tempo che ci è dato. Sono e saranno le scelte etiche e politiche che determinano e determineranno il mondo, il progresso della scienza e delle tecnologie, di per sé neutre[2], amplificano e catalizzano nel bene e nel male le conseguenze delle nostre opzioni etiche. Tutto dipende dal nostro personale scegliere per la volontà di potenza così da sopraffare i nostri simili o per l’amore che ne cura le ferite, ed è cruciale implementare una pedagogia che dimostri la ragionevolezza e il vantaggio di volere e sapere curare, fino al coraggio di affrontare la tragicità del dolore irredento, della sofferenza del giusto e dell'innocente.

Concludo con una mia annotazione. Osservando la nostra civiltà con il metro e i tempi degli astrofisici, consideravo che, dato che di Homo sapiens non rimarrà segno, risulta irrilevante sia la volontà di potenza che schiaccia l’altro, sia l’amore per il prossimo e che una pedagogia che qui poggia insegnerebbe che la vita non ha alcun senso. Nel frattempo (qualche miliardo di anni) è comunque conveniente implementare narrazioni (la religione è una di queste, la Costituzione italiana anche) preferibilmente non bislacche, che resistano alla gloria dell’inorganico. Se senso non c’è lo costruiremo noi con correlate pedagogie.

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1 Improbabile che Rotblat, lo scienziato che rifiutò di collaborare nel progetto nucleare Manhattan, conoscesse l’antico frammento di Euripide, ma dopo Hiroshima lo riaffermò con precisione: “Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto.”

2 Per alcuni versi anche scienze e tecnologie sono prodotti culturali, quindi non neutri: «I fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni» (Nietzsche); «I fatti sono carichi di teoria» (Popper); «Così come un popolo sceglie i propri governanti, la teoria conferisce autorità all’osservazione, affinché governi la giustificazione delle teorie» (P. Kosso). Tuttavia tra le tante storie che implementiamo per comprendere il mondo naturale le scienze e le tecnologie permangono tra le più affidabili ed efficienti.

Pubblicato in Filosofia di strada
Giovedì, 02 Maggio 2019 13:35

Filosofia d’a-mare. La passione amorosa.

Le conferenze sono agilmente trascrivibili e le lezioni condensabili in bigini, ma se si vuole raccontare l’ultima edizione del FESTIVAL DELLA FILOSOFIA D’A-MARE di fine aprile, svoltosi a Castellamare del Golfo (Trapani), non si ha dove posare il capo. Tutto poggiava sul dialogo filosofico e il dialogo come il pesce è meglio mangiarlo fresco in presa diretta. 

Le quattro giornate sono state architettate in una proficua sinergia di relazioni di filosofi seguite, a caldo, da gruppi di lavoro dei con-filosofanti, partecipanti non filosofi di professione come me, che indagano e pensano autorizzandosi da sé, moderati maieuticamente da altri filosofi. Gruppi di lavoro nei quali i filosofi che avevano precedentemente relazionato stimolando la tematica, partecipavano come semplici con-filosofanti mischiati ai partecipanti. Situazione rara, forse unica nel panorama dei festival filosofici, dove i filosofi relatori il più delle volte si limitano, poco laicamente, a pontificare ieratici dal palco senza interagire con i partecipanti.

Evitando il surgelato della trasmissione in differita provo a scrivere in libertà frammenti del mio diario spirituale di partecipante, una sorta di stream of consciousness che il Festival mi ha attivato, riportando mie comprensioni ed elaborazioni che potrebbero scostarsi dall’originale quanto si discosta, per dirla alla Montaigne, il miele prodotto dalle api dal nettare dei fiori che bottinano.

In questo articolo dirò della tematica affrontata dal filosofo Alberto Giovanni Biuso, notevole per contenuti ed esposizione, argomento “La passione amorosa”, stiamo parlando dell’innamoramento estremo; se è innamoramento è estremo altrimenti è un’altra cosa. Nella passione amorosa irrompono elementi e moti naturali (corpo, leggi di riproduzione) nelle dinamiche culturali (storia, civiltà). Tale irrompere pur favorendo relazioni intraspecifiche le perturba alla radice, la passione amorosa è avvenimento anarchico ed eversivo del socialmente costituito che il potere sociale istituito guerreggia. Come l’angoscia di piombare nel baratro del nulla è risolta kierkegaardianamente dall’inserzione dell'eternità nel tempo operata da Cristo, nell’innamoramento accade esattamente l’opposto: l’irrompere del dio sconvolge il risolto e apre baratri. Nell’abbandonarci all’Altro si svolge un “dramma ermeneutico”, nell’innamoramento l’Altro non è più un individuo con la sua biografia ma entità sacra, separata, irraggiungibile nella sua assolutezza. Per comprendere i territori estremi e tragici che provo ad indicare ognuno può attingere dalla propria esperienza esistenziale, per maggior chiarezza invito a rammentare “I dolori del giovane Werther” del primo Goethe, per chi non lo conoscesse può, in subordine, leggere il testo della canzone “Pugni chiusi” quella dei Ribelli che, rischiando certamente la grossolanità ma favorendo forse la comprensibilità della tematica, riporto:

«Occhi spenti nel buio del mondo
per chi è di pietra come me […]
Perduto per sempre! Non ha più ragione la vita.
La mia salvezza sei tu […] Pugni chiusi non ho più speranze
in me c'è la notte più nera […]
Io come un albero nudo senza te
senza foglie e radici ormai […];
Mi manchi come quando cerco Dio
il dolore è forte come un lungo addio […]
E l’assenza di te è un vuoto dentro me […]
In ogni lacrima tu sarai per non dimenticarti mai.
E mi manchi, amore mio così tanto che ogni giorno muoio anch’io […]
Grido il bisogno di te perché non c’è più vita in me.»

Nell’innamoramento L’Altro ci sconvolge, proiettandoci in una “utopia temporale” un “Sempre” dove amore e morte, freudianamente, si fondono. Ricordo lo psicoanalista Giacomo Contri che aveva implementato la puntuale definizione di “Cielo Infernale”. L’Altro, unico e assoluto, è oggetto ermeneutico dal quale ci rimbalzano addosso le immense forze che gli proiettiamo sopra: “dramma della solitudine”.

Annoto l’importanza di affrontare il dramma dei femminicidi evitando impotenti moralismi, consapevoli dei territori che Biuso additava, così da essere, per quanto possibile, attrezzati nel decifrarli e allenati nel transitarli. Sulla falsariga della lettera di Paolo agli Efesini bonificata dagli effluvi gnostici, si potrebbe qui affermare:

«La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro gli spiriti che abitano nelle regioni celesti».

Nei successivi gruppi di lavoro dei con-filosofanti sulla tematica si è perlopiù virato verso l’affermazione degli aspetti positivi dell’amore, inclusi gli amori amicali e quelli agapici. Divagazioni lecite per i non filosofi di professione quanto è stato lecito, anzi doveroso, per Biuso il suo dire senza digredire. Plausibile che nei con-filosofanti e nei filosofi moderatori si sia attivata una sorta di legittima difesa, quella consigliata nel Libro Dodicesimo dell’Odissea:

«Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D'ossa d'umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s'alza.
Tu veloce oltrepassa».

Pubblicato in Filosofia di strada

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