BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Giovedì, 16 Ottobre 2025 16:45

Segrete contiguità

Quando mi imbattei in Spinoza, la tessitura del suo procedere mi era difficile e insieme misteriosamente nota.


Non so perché mi sentissi a mio agio nella sua ontologia blindata e deterministica: la Sostanza, gli attributi, i modi — un ordine di esseri necessari, in cui ogni cosa è ciò che è perché incardinata nella sostanza infinita che costituisce ogni cosa.
 Mi era familiare anche la sua etica non prescrittiva: non vincoli morali, ma descrizioni dell’essere, dove la libertà è conoscere l’ordine naturale che ci precede e ci costituisce.

Poi un’improvvisa chiarezza: l’ontologia spinoziana aveva analogie di metodo con l’ecclesiologia cattolica integralista che, peccato di gioventù, avevo frequentato da ragazzo.
 Spinoza e l’integralismo cattolico, opposti nel merito, rivelavano una somiglianza di forma, una grammatica contigua.
 In entrambe le concezioni, il porsi eterno e infinito di una potenza ordinata precede la libertà del singolo e la costituisce: il “bene” coincide con tale ordine, non con l’intenzione o la coscienza individuale.

Anche nelle ecclesiologie integraliste è così: l’ordine di ogni essere è dato da Dio, che istituisce differenze di potere e di ruolo all’interno della Chiesa. 
L’autorità non è una funzione, ma una forma d’essere.
 L’ordine sacramentale imprime un carattere indelebile che colloca il soggetto nel corpo ecclesiale come elemento strutturale, non contingente.
 La morale consiste nel conformarsi a questo ordine; la disobbedienza è disgregazione ontologica prima ancora che morale.

In Spinoza il rovesciamento dell'integralismo religioso è totale.
 L’uomo non è più grande del mondo che lo contiene; ogni gerarchia è azzerata, perché ogni essere umano è un modo di Dio.
 Eppure la forma logica resta paradossalmente simile: anche qui l’essere precede e fonda ogni dover-essere; la realtà è una necessità ontologica, non un campo di decisioni morali.
 La virtù è la conoscenza adeguata della propria essenza nella totalità del tutto.

Questa improvvisa chiarezza mi ha ricordato Hans Jonas che, studiando lo gnosticismo, notò una contiguità formale con l’esistenzialismo moderno.
 Si accorse che entrambi nascono dall’esperienza di estraneità al mondo: per lo gnostico, il cosmo è opera di un demiurgo ignorante o malvagio; per l’esistenzialista, è il luogo dell’angoscia e dell’abbandono.
 Le radici metafisiche divergono, ma la forma dell’esperienza — un mondo percepito come estraneo — è sorprendentemente simile.

Scoprendo ciò, ho capito che certe concezioni ecclesiologiche che avevo introiettato erano rimaste in me come una polvere sottile: non la vedevo, ma c’era.
 Quando incontrai Spinoza, il suo ordine limpido e coerente mi diede un senso di sollievo, come se una nostalgia segreta avesse trovato forma.

Il pensiero non è solo ciò che pensiamo, ma anche ciò che ci abita: eredità carsiche, morfologie concettuali, risonanze di struttura.
 Forse, talvolta, l’attrazione o la repulsione verso un autore nasce non dal contenuto, ma dalla somiglianza di forma interiore. È un bel problema: ogni pensiero profondo è anche una risposta affettiva alla forma dell’essere?
 Sto facendo metafilosofia o psicologia? Non lo so.
 Ma so che pensare bene richiede anche questo: riconoscere, per quanto possibile, le strutture segrete che ci abitano.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Martedì, 14 Ottobre 2025 13:15

Prima d’ogni morale

Tempo fa avevo scritto di un’infermiera che, finito il turno in ospedale, percorreva sette chilometri per venirmi a fare le iniezioni. Non la conoscevo quasi, e lei non ne ricavava nulla. Veniva.

Consideravo che sono quelle così che, nonostante i disastri, fanno andare avanti la società, e su questo non c’è dubbio. Poi aggiungevo che “producono mondi”, come se l’ontologia fosse conseguenza dell’etica — per “etiche” intendo i diversi modi in cui l’uomo interpreta il bene e il male, mentre per “morale” l’insieme delle regole e dei valori condivisi da una cultura in un certo periodo.

Oggi mi accorgo che quell’affermazione era forse segnata da un riflesso antropocentrico: l’idea che il bene umano fondi la realtà, che il senso nasca dall’agire morale.
 Affermare la centralità dell’umano come luogo in cui il senso dell’essere viene fondato potrebbe anche essere una forma raffinata di egocentrismo, una sublimazione del desiderio di centralità personale: il bisogno di pensare che il mondo non sussista per suo conto, ma dipenda, in ultima istanza, da noi.

Certo, una quota di antropocentrismo rimane fisiologica: è inevitabile che ogni specie viva il mondo dal proprio punto di vista, va da sé che il grillo veda il mondo da grillo. La differenza è che, per quanto se ne sappia, solo l’uomo tende ad assolutizzare la propria prospettiva, a farne verità universale.

Il gesto dell’infermiera non “creava” un mondo: ne manifestava un aspetto, mostrava una delle innumerevoli modulazioni della realtà naturale.
 Forse il compito etico più profondo non è fondare l’essere sul bene, ma lasciare che l’essere ci insegni cos’è il bene: come fa la quercia, come fa il grillo e forse come faceva quell’infermiera, nel loro armonico esistere secondo la loro natura senza volere più di ciò che sono. 

Certo la natura non è fatta solo di gesti generosi o di meraviglie: è anche, per noi, indifferente, crudele, orribile.
 Anche queste realtà ci parlano e ci insegnano, perché ci costringono a riconoscere che il mondo non è costruito a nostra misura.
 Nell’indifferenza della natura impariamo il limite, nella sua durezza la necessità, nell’orrore la potenza che tutto comprende — anche ciò che ripugna al nostro senso morale.
 Accettare questo è difficile, ma forse è l’inizio di una conoscenza più sobria e più vera.

Del resto, la natura è ontologicamente e temporalmente precedente a ogni morale umana.
 L’universo esiste da circa 13,8 miliardi di anni, la Terra da 4,5 miliardi, la vita da 3,5 miliardi, e l’uomo comparve appena 300.000 anni fa.
 L’etica — intesa come riflessione consapevole sul bene e sul male — ha forse diecimila anni di storia, e l’idea del Bene come principio assoluto, da Platone in poi, appena duemilacinquecento: un battito di ciglia rispetto all’età del cosmo. Prima d’ogni morale, la natura era già.

Questo non significa che l’etica sia irrilevante.
 Per l’uomo, è ciò che rende possibile la convivenza, la cultura, la civiltà.
 Ma da un punto di vista assoluto, l’etica è solo una delle forme che la natura assume in noi: non un principio universale che fonda l’essere. Quando l’etica dimentica la propria origine naturale e la sua essenza circoscritta, si fa moralistica e assoluta; quando la riconosce, ritrova la sua chiarezza e la sua necessità umana.

Pubblicato in Filosofia di strada
Domenica, 12 Ottobre 2025 17:10

Angoscia da prestazione (esistenziale)

Spinti per natura a essere e perdurare, ci organizziamo per mantenere a oltranza la nostra incolumità, come se il mondo fosse un meccanismo difettoso che, con un’accurata prevenzione, possiamo in qualche modo controllare e correggere.

Certo, un po’ di controllo è alla nostra portata: nel votare un politico capace invece di un deficiente, nella medicina preventiva, nell’osservare il codice della strada e in contingenze del genere.

Ma quando si tratta delle grandi questioni dell’esistere, le cose si complicano: nessuno decide di nascere, di respirare, di invecchiare. Il cuore batte da sé, le cellule si moltiplicano per conto loro. Manco sappiamo come abbiamo fatto a svegliarci questa mattina o a digerire la cena di ieri sera. E poi c’è la morte, l’estremo dell’incontrollabile.

Non ci siamo fatti, e non ci facciamo da soli.
 La naturale pre-potenza che ci precede e contiene, che ci costituisce e “fa”, è la forma stessa della realtà.

La controprova è semplice: più ci impegniamo nel monitoraggio preventivo di eventi che possono nuocerci, più montano ansia e paura. Più lasciamo andare, più accettiamo e ci affidiamo al naturale corso delle cose, più siamo sereni.

Probabile che questa angoscia da prestazione esistenziale derivi da un sospetto profondo verso noi stessi: nel momento in cui tentiamo di controllare la realtà, percepiamo — sotto sotto — che essa si muove già secondo un incontenibile ordine suo proprio.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Giovedì, 09 Ottobre 2025 16:15

Il mondo come potenza di sé

Tutto ciò che è, è natura. Ma è necessario distinguere due livelli: quello ontologico universale, in cui ogni cosa e ogni pensiero sono modi della stessa sostanza cioè della natura unica e necessaria, e quello etico umano, in cui la natura riflessa in noi diventa esperienza consapevole, giudizio, responsabilità.
Nel primo livello vale il pluralismo assoluto dell’essere — tutto ciò che è, è natura, in quanto tale non può non essere ed è giusto che sia; nel secondo vale la nostra distinzione di specie — non tutto ciò che è, è per noi giusto e bello.
 
Case e nidi, due forme della stessa realtà naturale. Se le cose stanno così, anche le costruzioni ideologiche, filosofiche e politiche dell’uomo sono espressioni particolari della natura. Dall’animismo all’illuminismo, dal monoteismo all’umanesimo, dall’esistenzialismo al nazionalsocialismo (sì, anche questo): tutte appartengono alla stessa potenza naturale che si modula in forme diverse. Ontologicamente hanno tutte il diritto all’esistere per il semplice fatto che esistono — come i cerbiatti, le ghiande, l’azoto e il cobra.
 
Ma la natura che ci fa — non ci siamo fatti e non ci facciamo da soli — nel suo vivificarci è per noi mirabile e insieme difficile, perché funzionamento necessario impersonale che dà e toglie senza ragione apparente. Dice la natura al poeta: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo […] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.» (Leopardi, Dialogo della Natura e di un islandese)
 
Riconoscere l’appartenenza ontologica a un sommo funzionamento amorale non significa sospendere il nostro giudizio etico, perché anch’esso è espressione — particolare modulazione — dello stesso funzionamento naturale.
Sul piano universale tutto è necessario; sul piano umano, la necessità si traduce in valore, e il valore nasce dal nostro modo di abitare il mondo. Le ideologie nefaste — come il nazionalsocialismo — vanno combattute non perché siano contro la natura, ma perché sono contro di noi, contro la possibilità di esistere insieme.
 
Di solito, però, non vi è consapevolezza del livello ontologico, che vede nel mondo come è, ogni cosa espressione della potenza naturale. Ci si muove soltanto nell’ambito dell’etica umana, abbracciando differenti concezioni che dialogano, confliggono, trovano compromessi. Anche il pluralismo e la tolleranza si attuano all’interno di questo stesso livello: è la morale del “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”, come se ognuno fosse delimitato da una striscia gialla da non oltrepassare. La tolleranza etica è così uno sforzo di accettazione dell’altro, anche quando non la pensa come noi, perché si obbedisce a un imperativo morale, o si ottempera una norma civica. 
 
Ben diversa sarebbe una tolleranza ontologica, che non nasce dallo sforzo ma dalla constatazione: l’altro non è un limite da sopportare, ma la prosecuzione di me stesso, poiché entrambi siamo modi della stessa potenza naturale. Certo, anche la tolleranza etica è, in fondo, una modulazione della potenza naturale — il modo in cui Homo tenta di convivere con sé stesso. Ma la tolleranza ontologica è più prossima al funzionamento reale della natura: non nasce da un dovere, ma da una comprensione. Spinoza direbbe che è un grado più adeguato della conoscenza.
 
La difficoltà sta nel pensare e vivere entrambi i livelli senza confonderli, senza ridurre la necessità ontologica a giustificazione morale e senza dimenticare che anche il male, come ogni eccesso, è una forma della natura.

Pubblicato in Filosofia di strada
Mercoledì, 08 Ottobre 2025 13:36

Nido di gazza

È caduto dal pino un nido di gazza.
 Quei rametti intrecciati sono un artefatto o sono naturali?
 Se li intreccia la gazza li chiamiamo natura, se li intrecciamo noi li chiamiamo artefatto.
 Re Mida: non appena ci mettiamo mano, tutto diventa téchne?

Più plausibile che siamo natura, e che, come la gazza, costruiamo i nostri nidi — seppure smisurati, complessi, planetari. Se è così, dobbiamo concludere che l’antropocene è un processo naturale, anche se ci riesce difficile ammetterlo. Il punto è che vi sono livelli differenti.
 Dal nostro limitato punto di vista etico ed estetico, per certi versi anche scientifico, l’antropocene appare come un’anomalia, una deviazione dal funzionamento naturale. Ma sul piano ontologico siamo natura che, con elementi naturali, realizza altra natura.

Se si affermasse ontologicamente che l’antropocene è contro natura, si introdurrebbe una distinzione fra noi e la natura stessa: come se la natura agisse per necessità, mentre noi per deliberazione personale, eccedendo e deviando dal suo corso. Premesse che aprono la via all’idealismo e al teismo, dove l’uomo trascende la natura — come spirito che la fonda o come immagine di un Dio che la domina.

E anche un naturalismo che considerasse l’antropocene un evento ontologicamente anomalo condividerebbe le stesse premesse: per i teismi e gli idealismi l’uomo trascende la natura, per il naturalismo ingenuo -che fa di ontologia, etica e esteica un tutt'uno- la distrugge, ma in entrambi i casi Homo è pensato come altro dalla natura.

La distinzione fra naturale e artificiale non è ontologica, ma prospettica: è un nostro modo di vedere il mondo, non una frattura del mondo stesso.
 La natura non è ciò che esclude la téchne, ma ciò che la contiene e la eccede — come include la gazza, l’uomo e i loro nidi diversi, rami intrecciati di una stessa necessità.

Pubblicato in Erbario
Domenica, 05 Ottobre 2025 11:17

Disgrazie

Se ci capitasse la disgrazia di conoscere la Verità, ci ergeremmo per annunciarla al mondo.
Se, ancor peggio, conoscessimo il Bene, passeremmo il tempo a stilare elenchi di divieti e obblighi.

La verità non si conosce: accade. Il bene non si fissa: fluisce e fluttua. E la natura non tollera discepoli.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Giovedì, 02 Ottobre 2025 15:27

Achillea ligustica

C’è un odore che, all’improvviso, ti fa sospendere il tempo. Passeggiando con gli amici nel giardino, tra centinaia di piante aromatiche, ho constatato che il profumo di Achillea ligustica produce proprio questo effetto: non un semplice piacere olfattivo, ma una piccola estasi. Tre su quattro fanno “Wow” e chiudono gli occhi in un accenno di orgasmo cosmico.

Si potrebbero dare spiegazioni neurofisiologiche: molecole aromatiche che stimolano recettori olfattivi collegati a specifiche aree del cervello. Lettura corretta nondimeno parziale. Ciò che accade non è solo stimolo e risposta, è anche rivelazione di appartenenza. L’odore che ci avvolge lo percepiamo piacevolissimo perché non è “altro da noi”, ma parte dello stesso ordine che ci costituisce.

Spinoza lo aveva visto con chiarezza: corpo — i nostri corpi e tutta la materia che fa il mondo — e mente non sono due sostanze, ma due modi di espressione della stessa realtà. L’odore che percepiamo e ciò che suscita in noi sono un unico processo immanente, colto da due prospettive. Non c’è un dentro e un fuori, un prima e un dopo: c’è la sostanza eterna e infinita che, attraverso i suoi modi, si manifesta e circola.

Il mondo naturale è fatto di trasformazioni e passaggi: materia, energia, informazioni, affetti. Eppure non basta descrivere il gioco dei flussi e le trasformazioni: ciò che sfugge è la sostanza stessa, la potenza che sostiene e attraversa l’essente. Essa non ha fine, né volontà, né intelletto; genera modi che si dispongono secondo necessità, dai quali talvolta emerge volontà e intelletto. La gioia che può dare l’Achillea ligustica non è un dono benevolo della natura — che produce anche miasmi, veleni, malattie — ma un modo in cui corpo e mente accolgono un evento. È cifra, segno tra infiniti segni.

Qui sorge la domanda: se ogni modo esprime simultaneamente la potenza della sostanza, percependone uno faccio forse esperienza della sostanza stessa? L’Achillea ligustica non è infinita né eterna, ma è parte di ciò che lo è. Possiamo risalire dal frammento al fondamento? Oppure il fondamento resta sempre celato, accessibile solo attraverso i modi che lo manifestano?

Da millenni parte della filosofia interroga questa via. I presocratici hanno cercato l’arché: acqua, illimitato, fuoco, essere. In seguito Spinoza ha insegnato che la sostanza, che egli chiama Dio o natura, è ciò che sussiste in sé e per sé, eterna e infinita; i modi sono le manifestazioni particolari della sostanza, cioè ciò che percepiamo e viviamo; comprendere i modi attraverso la ragione e l’intuizione significa partecipare alla comprensione della sostanza stessa, senza mai possederla, ma accogliendone la necessità immanente.
Come esseri umani non avremo una risposta definitiva: non contatteremo faccia a faccia il mistero della sostanza. Ma è la domanda che ci fonda, è il cammino che ci costituisce. Ciò che conta non è afferrare il fondamento, ma abitare la ricerca.

Pubblicato in Erbario
Domenica, 28 Settembre 2025 17:28

Filosofi senza metafisica?



Alcuni pensatori si concentrano esclusivamente su politica, etica o questioni pratiche, dichiarando superflua ogni indagine sui principi ultimi della realtà, dell’essere o della totalità del mondo naturale con le sue leggi necessarie. Per loro, metafisica, ontologia e cosmologia sono mere astrazioni, pseudo-problemi privi di utilità.


Storicamente, però, queste posizioni hanno prodotto pochi risultati utili. Omettendo l’essere, il fondamento e la totalità, la filosofia rischia di ridursi a un orizzonte che coincide con il soggetto e le sue pratiche immediate, perdendo la profondità e l’ampiezza che la riflessione richiede.

E non è detto che un mondo limitato alle contingenze e ai fenomeni percepiti da chi lo pensa possa chiamarsi ancora mondo.

Pubblicato in Filosofia di strada
Venerdì, 26 Settembre 2025 15:48

La mente non basta

Durante l’emergenza Covid, anche tra amici filosofi si sono create spaccature profonde. C’erano quelli che difendevano la comunità scientifica, i vaccini, il green pass, e quelli che denunciavano un regime di emergenza, sospensioni delle garanzie costituzionali, derive autoritarie. Fin qui, pluralismo e dissenso sarebbero stati fisiologici. Ma le divergenze hanno spezzato legami umani consolidati.

Confesso che mi ha colpito. Ho visto menti abituate al dialogo e alla mediazione cedere alla polarizzazione. Solo ripensandoci a freddo ho capito: la filosofia non nasce solo nella mente. Nasce anche dal corpo, dalle emozioni, dalla biografia. Paure, temperamenti, storie personali e valori profondi filtrano ogni argomento. I bias cognitivi, inevitabili e universali, estremizzano le posizioni, anche tra chi in tempi normali avrebbe discusso serenamente.

Quell’esperienza mi ha cambiato. Da allora leggo le biografie dei filosofi con estrema cura, non come curiosità, ma come parte integrante del loro pensiero. La vita vissuta plasma le idee, ne orienta le priorità, ne condiziona la forma. La lezione che ne traggo è semplice e netta: la filosofia è sempre incarnata. La mente, la lingua, la storia emotiva personale non sono dettagli accessori, ma strumenti con cui il pensiero prende forma. Le verità astratte possono esistere, ma la loro percezione e difesa sono sempre situate.

Filosofare non significa solo pensare: significa vivere il pensiero, fare i conti con il corpo, le emozioni, il passato. Solo riconoscendo questa incarnazione possiamo sperare di ricucire legami, accettare l’altro nonostante le divergenze, comprendere che l’amicizia è più antica delle idee. Ma forse lo è anche l'inimicizia.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Giovedì, 25 Settembre 2025 09:25

Sul discorso della Meloni al Meeting di CL

Dalla redazione di MessinaToday, qui l’articolo originale

Meeting di Rimini, il Dna dei ciellini nelle parole della Meloni ma non c'è molto da applaudire

Il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini è stata una sorta di celebrazione incrociata. La Premier, diligentemente, leggeva sul gobbo un discorso scritto da altri, palesemente. Questo può starci, avrà bene un ufficio stampa e lei non può fare tutto. Ci vogliono le idee. Il punto è che la sua è sembrata una vera e propria omelia, una celebrazione del Movimento scritta dal medesimo. Un’impressione, certo, così abbiamo telefonato a Bruno Vergani ex memor Domini di Comunione e liberazione, che conosce benissimo le logiche che attraversano la creatura di don Giussani, girando a lui l’onere di chiarirci il dubbio. Ecco cosa ha detto:

Un capolavoro di tecnica retorica

Ho letto il discorso, devo ammettere che la parte che esalta il “carisma” ciellino è un vero capolavoro di tecnica retorica, costruito con l’intento di creare una perfetta coerenza simbolica e culturale tra la Meloni e la visione di CL. Verosimile che sia stato scritto con il contributo di membri storici di CL, nelle parole scelte si avverte un DNA inconfondibile. La Premier parla come fosse una ciellina di lungo corso, pur non avendo mai avuto alcun legame con quell’esperienza. Ecco un passaggio emblematico:
 
«Voi, che siete rimasti fedeli al carisma del vostro fondatore, non avete mai disprezzato la politica. Anzi. Non vi siete rinchiusi nelle sacrestie nelle quali avrebbero voluto confinarvi, ma vi siete sempre “sporcati le mani”. Declinando nella realtà quella “scelta religiosa” alla quale mezzo secolo fa altri volevano ridurre il mondo cattolico italiano, e che San Giovanni Paolo II ha ribaltato, quando ha descritto la coerenza, nella distinzione degli ambiti, tra fede, cultura e impegno politico».

La cosa singolare è che i ciellini presenti, ascoltando queste parole, invece di riconoscere l’evidente distanza storica e personale fra loro e la Premier – “Questa arriva da tutt’altra storia”, “Questa racconta dinamiche ecclesiali di quando non era ancora nata” – applaudono senza riserve, con un’intensità quasi imbarazzante. Ma non applaudono davvero la Premier: applaudono sé stessi, riflessi nelle parole che ascoltano.

Consiglierei ai ciellini un po’ più di misura sul punto. Perché lo “sdoganamento” da parte di Giovanni Paolo II della concezione politica giussaniana – che si potrebbe sintetizzare con le parole di Giussani:

«La posizione nell’impegno culturale è quella di un popolo [cattolicesimo, nella fattispecie Comunione e Liberazione] che approfondisce la coscienza di portare in se stesso il principio risolutivo della crisi per tutti; noi portiamo la salvezza» (Dall’utopia alla presenza, L’Equipe),

ha avuto conseguenze non trascurabili. L’idea di essere prescelti e eletti “in missione per conto di Dio”, come i Blues Brothers, ha portato molti ciellini a passare col rosso per “salvare il mondo”. Quel programma salvifico planetario teorizzato da Giussani si è tradotto in politica nell’azione del gruppo dei prescelti, ma la promessa di “salvezza universale” si è incarnata in forme ben poco evangeliche e molto da cronaca giudiziaria.
E su questo, davvero, non c’è molto da applaudire.

Pubblicato in Attualità
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