BLOG DI BRUNO VERGANI

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Sabato, 10 Dicembre 2016 12:22

Uno mangia l’altro guarda

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Hans Küng nella sua autobiografia ricorda quando ragazzo faceva il bagno nel lago freddo e profondo della sua cittadina svizzera, descrivendo quelle nuotate percepiva: «l’io perdersi in una totalità più grande e onniabbracciante, senza con questo diventare una goccia d’acqua, ma restando me stesso.»

Una sorta di naturalismo che non precludendo l’ipotesi di un possibile logos artefice dell'universo offre, di rimando, la possibilità per l’io - “D(Io)” - di non essere annichilito fagocitato dalla Natura, forza mastodontica quanto incosciente e cieca; una affinità della Natura con la persona non solo biologica ma psichica e di pensiero. Posizione per il naturalismo filosofico evidente eretica - anzi questo non è naturalismo - ma, almeno per me, di cruciale interesse.
Quel «senza diventare una goccia d’acqua, ma restando me stesso» - ecoappartenenza non esautorante il soggetto - mi sembra una buona sintesi tra parte delle filosofie orientali e i monoteismi rivelati, dove le prime vedono l’Io una inutile illusione da affogare il prima possibile nel grande funzionamento cosmico, i secondi invece interpretano l’Io come reale, unico e irripetibile, che così a immagine e somiglianza del Creatore sottometta la natura alla sua gloria: «Crescete e moltiplicate e riempite la terra, e rendetevela soggetta, e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra» (Genesi).

Ne ho parlato con il caro amico Fabio Pacini il quale mi ha fatto presente che per le filosofie orientali non è sempre e solo così, ricordandomi i due “Io” che secondo alcuni filoni del pensiero vedico ci costituiscono: quello che percepisce e vive il mondo, va alla posta e al supermercato e quello che osserva questo nostro agire personale contemplando imperturbabile la realtà. Roberto Calasso nel suo saggio «L'ardore» illustra puntuale la dinamica:

«Dal Ṛgveda alla Bhagavad Gītā si elabora un pensiero che non riconosce mai un soggetto singolo, ma presuppone al contrario un soggetto duale. Così è perché duale è la costituzione della mente: fatta di uno sguardo che percepisce (mangia) il mondo e di uno sguardo che contempla lo sguardo rivolto al mondo. La prima enunciazione di questo pensiero si ha con i due uccelli dell'inno 1, 164 del Ṛgveda: «Due uccelli, una coppia di amici, sono aggrappati allo stesso albero. Uno di loro mangia la dolce bacca del pippala; l'altro, senza mangiare, guarda». Non c'è rivelazione che vada oltre questa, nella sua elementarità. E il Ṛgveda la presenta con la limpidezza del suo linguaggio enigmatico. La costituzione duale della mente implica che in ciascuno di noi abitino e vivano perennemente i due uccelli: il Sé, ātman, e l'Io, aham.» (p. 157)

Certo si può anche vivere tutta un’esistenza arrabattandosi in vicende e faccende nelle circostanze, ma se ci osserviamo ci sarà pur accaduto, specialmente in situazioni dolorose spiazzanti, che ci scopriamo a osservare con chiarezza noi e il mondo con uno strano, potente, distacco.

I due uccelli… Singolare che nella sua biografia Küng una pagina dopo il voler «diventare una goccia d’acqua, ma restando me [sé] stesso» ricorda che nel nuotare aveva incontrato nel lago coppie di martin pescatori, uccelli monogami: « tento […] di separarli l’uno dall’altro, ma perdo regolarmente.» Strana coincidenza quanto scrive Küng, davvero sincronica con quanto scritto qui. Sto virando al New Age, meglio chiudere.

Ultima modifica il Domenica, 11 Dicembre 2016 11:05
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