BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Giovedì, 12 Novembre 2009 20:12

In missione per conto di Dio

Scritto da  Bruno Vergani

 

L’apertura all’altro, l'accoglienza del diverso è tema rilevante. Nei gruppi religiosi cruciale. Accoglienza è una parola un po' buonista quindi insidiosa. Contiene subdolo un giudizio implicito di subalternità e di inadeguatezza di chi viene accolto e di presunta superiorità e verità di chi accoglie. Incontro è una parola meno ambigua. Nell’incontro con l’altro c’è un tu che non dovrebbe essere interpretato ma rispettato nella sua alterità unica e imprevedibile. Persone forti e sane che curiose incontrano l’altro, senza il desiderio di salvare chicchessia, escono rafforzati e migliorati dall’esperienza per salutare contaminazione.

 

Sovente nei gruppi religiosi le cose stanno in modo diverso. Gli appartenenti militanti si attivano organizzati ad accogliere l’altro, ad andarlo a cercare con singolare urgenza per “amarlo spiritualmente” e salvarlo miticamente. Missione e apostolato come necessità per occultare a loro stessi d’essere persone fragili, tenute insieme con lo scotch di concetti e preconcetti validi solo nel gruppo, ma assolutamente incongrui per tutti gli altri. Così il cercare e l’accogliere l’altro, il diverso che sta nel mondo, diventa una vera e propria dipendenza, alibi necessario per autogiustificare, nel suo assioma incontestabile e ammirabile, che non sono nell'errore ma nel giusto, che non sono fragili ma forti. Di fatto, in questo apostolato, non accolgono nessuno se non le idee del gruppo e così si autosostengono in un circolo vizioso che rafforza la dipendenza degli appartenenti al gruppo aumentando nel contempo la fragilità personale e la chiusura al diverso. Missione per esasperata difesa personale e del gruppo religioso potenzialmente minacciata dall'altro per il semplice fatto che c'è, che esiste con la sua diversità pericolosamente destabilizzante, specialmente se tutto sommato non sta poi tanto peggio dei missionari anche se miscredente. Il fragile attivista, in missione per conto di Dio, nell'accogliere l’altro per inglobarlo nel suo pseudomondo si metterà un po’ al sicuro dalle insidiose critiche e ironie del diverso, pericolosi grimaldelli alla sua presunta forza incapace di autocritica e autoironia. Se l'altro, cercato e accolto con sommo amore, non si adegua ai salvatori, per il semplice fatto che rimane sé stesso, viene allora inopinatamente combattuto e se persiste negato. Consiglio di visitare il blog di Gigi Cortesi, davvero interessante, che mi ha stimolato quanto suesposto: http://polisethoslogos.wordpress.com/Bruno Vergani

Ultima modifica il Venerdì, 28 Ottobre 2011 23:45
Altro in questa categoria: Deriva tribale »

2 commenti

  • Link al commento  bruno vergani moderatore Domenica, 22 Novembre 2009 13:26 inviato da bruno vergani moderatore

    Rispondo a dioamore. Sono con te, con tutti quelli che per scelta personale rischiano in proprio per emanciparsi da una condizione sociale e culturale tristissima. Oggi più che mai. Il post rendiconta delle posizioni strumentali di chi consolida e difende ad oltranza il gruppo religioso di appartenenza. Di chi vive la fede sfogliando il dizionario delle idee comuni invece che costruire nuove cattedrali del pensiero.

    Rapporto
  • Link al commento  dioamore Sabato, 21 Novembre 2009 21:19 inviato da dioamore

    Bruno, io sono un esemplare di militante che va in missione per conto di Dio, per scelta personale, come credente in Gesù.

    La missione di Dio è una sola: la salvezza dell'uomo. Non sono io che salvo, ma è Dio per mezzo di Gesù che salva. Io porto soltanto una testimonianza di salvezza perché credo in Gesù.

    In questo mondo mi sento prigioniero e schiavo del sistema giuridico, burocratico, politico in cui vivo e non so che fare. Mi alzo la mattina e mi sento come uno straniero in una terra non mia, con l'obbligo di pagare le tasse allo Stato, di non poter andare in vacanza perché devo andare a lavorare, altrimenti lo stipendio non arriva e se lo stipendio non arriva, io non vivo.

    In questo mondo non mi sento libero, perché come ti muovi, calpesti il territorio di qualcuno che non ti vuole e ti manda via perché violi la sua proprietà. Per farmi una casa dove vivere devo chiedere il permesso ad un signore che ama cingersi i fianchi con una fascia tricolore. E se non faccio come questo signore comanda, cioè non mi adeguo ai suoi dettami, perché voglio rimanere me stesso e costruire la casa come piace a me, allora lui non mi dà il permesso per costruire la casa e io vengo inopinatamente combattuto e se persisto negato.

    La casa la devo quindi costruire abusivamente, se la voglio, ma poi questo signore mi manda le ruspe a demolirmela o mi riempie di sanzioni.

    Poi non finisce qui. Devo cercare un pezzo di terra dove costruirla. Ma la terra è tutta privatizzata e bisogna comperarla da qualche altro signore che mi chiede pezzi di carta che io non ho. Per comperarla occorre andare a lavorare e guadagnare dei bei pezzi di carta. Per lavorare bisogna essere forti e in buona salute, altrimenti non si riesce a lavorare.

    Gesù invece dice di non pensare al cibo, ai vestiti, alla casa, ecc. ecc. perché ci pensa Dio Padre. Per questo io credo in Gesù e vado in missione per conto suo. Gesù mi fa sentire libero.

    Rapporto

Lascia un commento

Copyright ©2012 brunovergani.it • Tutti i diritti riservati