BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Domenica, 02 Maggio 2021 13:49

Elementare, Watson ?

Scritto da 

Apprendo dal saggio di Vito Mancuso I quattro maestri, la storia del monaco buddhista Sangamaji. Il venerabile durante la meditazione venne avvicinato dalla donna che era stata sua moglie che con in braccio il loro figlio gli chiese aiuto, ma il venerabile impipandosene di entrambi tirò dritto continuando la sua meditazione[1]. Vito Mancuso, commentando la cosa, afferma che il suo imprinting è diverso da quello di Sangamaji e che, dunque, mai potrebbe diventare buddhista, pur manifestando affetto e stima per quella tradizione sapienziale. Ci sarebbe da specificare che non tutto il buddhismo è riducibile al permanere assorti in una così disumana atarassia, chi ha frequentato monaci o lama buddhisti sa quanto siano umanamente compassionevoli e gioviali, ma il nocciolo filosofico che differenzia le concezioni orientali dalle nostrane, evidenziato da Mancuso, è innegabile[2].

Rischiando un eccesso di sintesi e non poca grossolanità, possiamo dire che a Oriente l’accadimento di essere una specifica persona in questo mondo è interpretato come un problema, anzi è Il problema, mentre noi lo vediamo un vantaggio. Il discorso orientale, semplice quanto radicale, è che la vera realtà non è il divenire delle cose distinte, ma un ingenerato, immobile, immutabile, immortale, indivisibile, auto-fondante, sempiterno e onnipervadente tutt’Uno. Essere all’interno del quale non sussistono entità separate individuate. Non sussistendo alcuno né a maggior ragione qualcuno, nessuno nasce e nessuno muore, quindi nessuno soffre… Elementare, Watson. Se tu non esisti chi mai soffre e muore? In tale concezione il grande equivoco che produce la sensazione della personale finitudine e del conseguente sgomento deriverebbe dall’erroneo auto-identificarsi con l’apparato psicosomatico individuale in divenire; io-persona che sarebbe nient’altro che una falsa apparenza di fatto inesistente ma che equivochiamo per reale, mentre noi saremmo L'Essere impersonale, il Supremo Assoluto.

La prospettiva orientale è innegabilmente vantaggiosa nel permettere di raggiungere una istantanea liberazione dalla sofferenza psichica e dalla paura della morte, grazie ad una semplice operazione concettuale: quella di auto-ometterci da noi medesimi. A operazione conclusa saremo asettici testimoni del Supremo indifferenti allo scorrere delle apparenze dell'io e del mondo. Ma appaiono subito evidenti anche gli svantaggi dell'operazione: che senso ha morire da vivi per sentirci liberi? Ne val davvero la pena? Il problema sta nella premessa che genera la strategia difensiva dalla sofferenza, se la premessa cambia muta pure la strategia: che il male serpeggi ovunque, che soffriamo e che siamo mortali è certo, ma pur con tutto questo è davvero sempre e comunque svantaggioso essere individui di questo mondo? Svantaggio tanto estremo da saltar giù dal mondo e da noi stessi per mezzo di una ascesi radicale, ma fino a che punto è vera l’affermazione portata da Schopenhauer per giustificare tale ascesi, a suo dire generata da «L'orrore dell'uomo per l'essere di cui è espressione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l'essenza di un mondo riconosciuto pieno di dolore»?[3].

Se Schopenhauer avesse ragione sarebbe davvero necessaria e urgente una ascesi che ci liberi alla svelta da questo terribile teatro dell’assurdo nel quale siamo precipitati, ma visto che in questo teatro, oltre a olocausti e oncologie infantili, di tanto in tanto può anche capitare d’incontrare sotto un sole che regolarmente risorge bella gente per la via, non è vero che siamo messi così male. L’epilogo personale accadrà spontaneo senza necessità di forzate anticipazioni, nel frattempo perché non apprezzare ciò che specificatamente siamo[4] e personalmente possiamo, aiutando e dispiacendoci di qualcuno che va e rallegrandoci di qualcuno che viene? Anch’io buddhista non mi faccio.

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1 Riporto il brano estrapolato da Udana, 1,8, ed. it. A cura di Francesco Sferra, in La rivelazione del Buddha, vol I, cit., pp. 604-605, nel saggio I quattro maestri di Vito Mancuso viene citato pag. 208: « Nelle scritture buddhiste si legge la storia di un monaco di nome Sangamaji, che mentre era seduto in meditazione venne raggiunto da una donna che era stata sua moglie con il loro figlioletto. Per tre volte la donna disse: “Asceta, prenditi cura di me, ho un figlio piccolo”, ma egli neppure la guardò. Ella allora lasciò il bambino dicendo: “Questo è tuo figlio, asceta! Abbine cura!” ma, continua il testo”: “Il venerabile Sangamaji né guardò il bambino, né gli parlò”. La donna allora, che si era allontanata solo di poco, venne a riprendersi il bambino e andò via. Conclusione del sutra: “Con l’occhio divino che è puro e sovraumano il Beato vide tale comportamento scorretto dell’antica moglie del venerabile Sangamaji. Alla luce di ciò in quella occasione il Beato pronunciò i seguenti versi ispirati” “Non si rallegra di lei che viene, né si dispiace di lei che va. Sangamaji, libero da legami, è colui che io chiamo brahamana" ».

2 L’essere nati, albergare in un corpo, disporre di individualità, dalle religioni e dalle filosofie orientali è generalmente considerato un handicap, un ruzzolone dove l’unico vantaggio del momentaneo soggiornare in questa valle di lacrime, che chiamiamo mondo, è quello di voler liberamente rinunciarvi con ferma volontà, per approdare a un nirvana dove l’io scompare fondendosi con l’Assoluto. Viceversa nella tradizione giudaico-cristiana assistiamo al colpo di scena della divinità assoluta che sceglie di diventare uomo. Kenosis dicono i teologi, Iddio che riduce sé medesimo per entrare corporalmente nel mondo, così da salvare i disperati che ci vivono sopra. Riduzione di Dio che eleva all’istante, per effetto speculare, l’individualità di ogni uomo e dunque della storia e della civiltà a Dio. Per certi versi il cristianesimo è l’unica religione che afferma la convenienza, finanche il privilegio, di essere uomini, per l’evidenza che Dio ha voluto esserlo. Non a caso la visione cristiana, a differenza di quelle orientali, ha stimolato un antropocentrismo spinto, con tutte le problematiche storiche, ma anche i vantaggi - ci sarebbe scienza senza una quota di antropocentrismo?- che questa elevazione di Homo sapiens ha comportato. Le radici di questa esaltazione dell’uomo e della sua civiltà attivate dal cristianesimo le troviamo in Agostino, ma Hegel si è spinto forse oltre. L’idealismo filosofico che ha esaltato l’umano pensiero fino a negare l’esistenza autonoma della realtà se sprovvista di noi che la pensiamo, è germinato e ha attecchito nel milieu religioso della tradizione cristiana. Karl Löwith, lucidissimo al riguardo, così illustra ed elabora la tematica: «Nella filosofia della religione di Hegel, in realtà, si tratta innanzitutto di concepire la dottrina dell’incarnazione di Dio, poiché questo dogma si tocca direttamente con la metafisica hegeliana dello spirito finito e infinito. Dio è spirito e solo nello spirito può essere concepita la sua verità; per essenza l’uomo è parimenti spirito e perciò si trova in una relazione essenziale con Dio. Dio e uomo sono in relazione l’uno con l’altro, laddove la natura non ha un proprio rapporto con lo Spirito concepito come Assoluto. […] Ad una simile visione dello spirito quale “vertice” della soggettività, ad un simile far culminare l’universale, infinito Spirito divino in un unico soggetto, è giunto, però, solamente il cristianesimo. […] Il “rovesciamento” rivoluzionario operato dal cristianesimo consiste nel fatto che l’uomo non è considerato più come un essere che fa parte del cosmo e che, a differenza degli dèi immortali, è un essere mortale, piuttosto: è proprio il divino ad essere collocato al vertice della soggettività e Dio stesso ad assumere una natura umana». […] Dal momento che Dio si è rivelato in un singolo uomo storico, è diventato palese l’immane paradosso che non solo Gesù Cristo, ma l’uomo in generale ha una natura divina, che natura divina e natura umana nella loro essenza sono identiche: una identità dialettica, in cui Dio trova nell’uomo la propria autocoscienza». Potente (forse troppo) anabolizzante dell’io umano, roba pericolosa che potrebbe fare male. Male o bene che sia questa singolarità del cristianesimo rispetto alle altre religioni e spiritualità è dato inoppugnabile.

3 Il mondo come volontà e rappresentazione, vol. 1, pag. 68.

4 Dalle nostre parti dove piuttosto che apparenze preferiamo vedere realtà specifiche e individualità irrepetibili, abbiamo inventato termini come quiddità che dice l'indagine e l'affermazione della specifica singolarità di qualcosa e ecceità che dice e conferma la realizzazione insostituibile e univoca della realtà ultima di un determinato ente.

Ultima modifica il Lunedì, 03 Maggio 2021 16:38

1 commento

  • Link al commento germano federici Domenica, 02 Maggio 2021 18:35 inviato da germano federici

    Sono entrato nella lettura del capitolo su Budda con un pregiudizio e ne sono uscito con una conferma. La salvezza del Budda è essenzialmente solipsistica, senza significativa portata sul piano sociale. Diversamente il cristianesimo, certo grazie anche alle sue radici ellenica (ipogea) e musulmana (epigea e avventizia), è riuscito a produrre una forte contestazione sul piano sociale e, addirittura, un pensiero laico/ateo dirompente le strutture dell'ingiustizia annidate nello stesso movimento.

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