BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Domenica, 28 Settembre 2025 17:28

Filosofi senza metafisica?



Alcuni pensatori si concentrano esclusivamente su politica, etica o questioni pratiche, dichiarando superflua ogni indagine sui principi ultimi della realtà, dell’essere o della totalità del mondo naturale con le sue leggi necessarie. Per loro, metafisica, ontologia e cosmologia sono mere astrazioni, pseudo-problemi privi di utilità.


Storicamente, però, queste posizioni hanno prodotto pochi risultati utili. Omettendo l’essere, il fondamento e la totalità, la filosofia rischia di ridursi a un orizzonte che coincide con il soggetto e le sue pratiche immediate, perdendo la profondità e l’ampiezza che la riflessione richiede.

E non è detto che un mondo limitato alle contingenze e ai fenomeni percepiti da chi lo pensa possa chiamarsi ancora mondo.

Pubblicato in Filosofia di strada
Venerdì, 26 Settembre 2025 15:48

La mente non basta

Durante l’emergenza Covid, anche tra amici filosofi si sono create spaccature profonde. C’erano quelli che difendevano la comunità scientifica, i vaccini, il green pass, e quelli che denunciavano un regime di emergenza, sospensioni delle garanzie costituzionali, derive autoritarie. Fin qui, pluralismo e dissenso sarebbero stati fisiologici. Ma le divergenze hanno spezzato legami umani consolidati.

Confesso che mi ha colpito. Ho visto menti abituate al dialogo e alla mediazione cedere alla polarizzazione. Solo ripensandoci a freddo ho capito: la filosofia non nasce solo nella mente. Nasce anche dal corpo, dalle emozioni, dalla biografia. Paure, temperamenti, storie personali e valori profondi filtrano ogni argomento. I bias cognitivi, inevitabili e universali, estremizzano le posizioni, anche tra chi in tempi normali avrebbe discusso serenamente.

Quell’esperienza mi ha cambiato. Da allora leggo le biografie dei filosofi con estrema cura, non come curiosità, ma come parte integrante del loro pensiero. La vita vissuta plasma le idee, ne orienta le priorità, ne condiziona la forma. La lezione che ne traggo è semplice e netta: la filosofia è sempre incarnata. La mente, la lingua, la storia emotiva personale non sono dettagli accessori, ma strumenti con cui il pensiero prende forma. Le verità astratte possono esistere, ma la loro percezione e difesa sono sempre situate.

Filosofare non significa solo pensare: significa vivere il pensiero, fare i conti con il corpo, le emozioni, il passato. Solo riconoscendo questa incarnazione possiamo sperare di ricucire legami, accettare l’altro nonostante le divergenze, comprendere che l’amicizia è più antica delle idee. Ma forse lo è anche l'inimicizia.

Pubblicato in Frammenti Autobiografici
Giovedì, 25 Settembre 2025 09:25

Sul discorso della Meloni al Meeting di CL

Dalla redazione di MessinaToday, qui l’articolo originale

Meeting di Rimini, il Dna dei ciellini nelle parole della Meloni ma non c'è molto da applaudire

Il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini è stata una sorta di celebrazione incrociata. La Premier, diligentemente, leggeva sul gobbo un discorso scritto da altri, palesemente. Questo può starci, avrà bene un ufficio stampa e lei non può fare tutto. Ci vogliono le idee. Il punto è che la sua è sembrata una vera e propria omelia, una celebrazione del Movimento scritta dal medesimo. Un’impressione, certo, così abbiamo telefonato a Bruno Vergani ex memor Domini di Comunione e liberazione, che conosce benissimo le logiche che attraversano la creatura di don Giussani, girando a lui l’onere di chiarirci il dubbio. Ecco cosa ha detto:

Un capolavoro di tecnica retorica

Ho letto il discorso, devo ammettere che la parte che esalta il “carisma” ciellino è un vero capolavoro di tecnica retorica, costruito con l’intento di creare una perfetta coerenza simbolica e culturale tra la Meloni e la visione di CL. Verosimile che sia stato scritto con il contributo di membri storici di CL, nelle parole scelte si avverte un DNA inconfondibile. La Premier parla come fosse una ciellina di lungo corso, pur non avendo mai avuto alcun legame con quell’esperienza. Ecco un passaggio emblematico:
 
«Voi, che siete rimasti fedeli al carisma del vostro fondatore, non avete mai disprezzato la politica. Anzi. Non vi siete rinchiusi nelle sacrestie nelle quali avrebbero voluto confinarvi, ma vi siete sempre “sporcati le mani”. Declinando nella realtà quella “scelta religiosa” alla quale mezzo secolo fa altri volevano ridurre il mondo cattolico italiano, e che San Giovanni Paolo II ha ribaltato, quando ha descritto la coerenza, nella distinzione degli ambiti, tra fede, cultura e impegno politico».

La cosa singolare è che i ciellini presenti, ascoltando queste parole, invece di riconoscere l’evidente distanza storica e personale fra loro e la Premier – “Questa arriva da tutt’altra storia”, “Questa racconta dinamiche ecclesiali di quando non era ancora nata” – applaudono senza riserve, con un’intensità quasi imbarazzante. Ma non applaudono davvero la Premier: applaudono sé stessi, riflessi nelle parole che ascoltano.

Consiglierei ai ciellini un po’ più di misura sul punto. Perché lo “sdoganamento” da parte di Giovanni Paolo II della concezione politica giussaniana – che si potrebbe sintetizzare con le parole di Giussani:

«La posizione nell’impegno culturale è quella di un popolo [cattolicesimo, nella fattispecie Comunione e Liberazione] che approfondisce la coscienza di portare in se stesso il principio risolutivo della crisi per tutti; noi portiamo la salvezza» (Dall’utopia alla presenza, L’Equipe),

ha avuto conseguenze non trascurabili. L’idea di essere prescelti e eletti “in missione per conto di Dio”, come i Blues Brothers, ha portato molti ciellini a passare col rosso per “salvare il mondo”. Quel programma salvifico planetario teorizzato da Giussani si è tradotto in politica nell’azione del gruppo dei prescelti, ma la promessa di “salvezza universale” si è incarnata in forme ben poco evangeliche e molto da cronaca giudiziaria.
E su questo, davvero, non c’è molto da applaudire.

Pubblicato in Attualità
Martedì, 23 Settembre 2025 13:36

Epifania dell’immanenza

Vi sono cose che più cerchi di afferrare, più ti sfuggono nella loro totalità. La volontà personale, anche quando si veste da “attenzione” proietta l’io sulla realtà e la deforma. Gli artisti lo sanno: per percepire la gloria del sasso di fiume o del fiore di tiglio occorre un’attenzione passiva.

Ma è possibile guardare senza io?
A Oriente è normale parlare di vuoto che è pienezza, di non-agire che è il più alto agire, di non-sé che libera. Dalle nostre parti indicazioni precise per percorrere questa via ci sono arrivate da Simone Weil e Jiddu Krishnamurti.

Per Weil, l’attenzione pura non è concentrazione, ma attesa silenziosa. Non è mettere l’io su un oggetto, ma toglierlo, così che l’oggetto – l’altro, la natura, Dio – possa mostrarsi:
«L’attenzione, nella sua purezza più alta, è attesa. Il soggetto si svuota, come un recipiente, e lascia che l’oggetto venga a colmarlo» (Quaderni). E ancora: «Non è la persona ciò che è sacro. È l’impersonale.» (La persona e il sacro).
Krishnamurti parla nello stesso modo: vera attenzione è “vedere puro”, osservazione senza osservatore:
«Osservare senza giudicare, senza scegliere, senza desiderare cambiare ciò che si osserva.» (Freedom from the Known); «L’osservazione senza l’osservatore è la vera percezione.» (The First and Last Freedom)
Spinoza porta questo movimento alla sua forma filosofica più rigorosa. Liberata dalle passioni e dall’io, la mente conosce intuitivamente la necessità universale: «Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni.»

Il paradosso è netto: più l’uomo si attacca all’io, più resta esposto alla finitudine; più vi rinuncia, più partecipa all’eternità impersonale della natura.
Legge tragica e liberante insieme.
 


Pubblicato in Filosofia di strada
Sabato, 20 Settembre 2025 11:25

La fiamma della candela

L’altro giorno, passeggiando nel giardino, mi è venuto un pensiero: morendo lascerò questo luogo — poi subito ho pensato che, morendo, diventerò il giardino.

Dove “va” la fiamma della candela quando l’abbiamo spenta?
 (Tradotto: che fine facciamo quando moriamo?)
Non lo so. Chiediamolo a Parmenide e a Spinoza.

Possiamo azzardare che entrambi avrebbero accettato la legge di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, trasponendola dalla chimica all’ontologia.
Allora, dove va la fiamma?
 Né Parmenide né Spinoza direbbero che “vada nel nulla”.
    •    Parmenide (e con lui Severino) direbbe: la fiamma continua a essere, ma è occultata al nostro percepire.
    •    Spinoza direbbe: non è andata da nessuna parte, perché in quanto modo della sostanza (Dio, Natura) era e sarà in essa, indipendentemente dal suo manifestarsi.

Bisogna, però, ricordare che in Spinoza c’è una differenza modale: la sostanza è infinita e necessaria, mentre i modi sono le sue variazioni finite. La Natura, o Dio, non coincide con l’albero, la fiamma o il corpo che siamo, ma li comprende e li esprime. Dimenticarlo significa addomesticare Spinoza, trasformandolo in un panteismo a misura cristiana.

Se prendiamo la legge di Lavoisier come metafora ontologica, possiamo dire che la fiamma non “scompare” mai. Quando diciamo che “si spegne”, in realtà cambia la modalità in cui appare all’interno del cerchio dell’apparire, ma il suo essere rimane, non va nel nulla. Da notare che anche per Spinoza la fiamma non “va nel nulla”: era espressione della sostanza e resta compresa nell’infinità della sostanza, anche se non si manifesta più sotto quella determinata forma.
 In altre parole, non c’è un “occultarsi” dell’ente (come in Parmenide), ma un “ricomporsi” nell’unità infinita della sostanza.
    •    Parmenide salva l’identità del singolo ente nella sua eternità (questa fiamma non può non essere).
    •    Spinoza salva l’identità della sostanza, all’interno della quale i modi mutano senza mai uscire dalla sua necessità infinita.
In Spinoza, la fiamma “era e sarà sempre” come modo della sostanza, ma il suo “esserci per noi” dipende dalle concatenazioni causali.

Se le cose stanno suppergiù così, allora con l’epilogo personale cadiamo in piedi. Probabilmente saremo tutt’altro da ciò che siamo.
 Nel sistema di Parmenide forse in qualche modo integri, forse addirittura coscienti di ciò che saremo, in quello di Spinoza no, ma comunque in qualche modo saremo.

"Essere" il profumo dell'Achillea ligustica invece che limitarmi a percepirlo non è poi male.

Pubblicato in Filosofia di strada
Mercoledì, 17 Settembre 2025 11:05

Eterno presente

Abituati a riconoscere sequenze e scopi, pensiamo il mondo come passaggio da potenza ad atto, nel progressivo susseguirsi di cause che generano eventi.

Eppure potremmo vederlo come pura espressione di necessità intrinseca: senza latenza né divenire, in un eterno presente simultaneo.

Senza un perché, un quando, un dove: tre coordinate provinciali con cui cerchiamo di stringere l’universo.

Pubblicato in Pensieri Improvvisi
Giovedì, 11 Settembre 2025 17:20

Ontologia fluida

Nonostante il naturalismo di Spinoza, l’eco delle filosofie orientali e le evidenze della fisica quantistica — concezioni che propongono un’ontologia fluida, plurale e interconnessa —, imperversa ancora il pensiero binario. Questo è un problema perché popoli eletti, fascismi e guerre possono prodursi solo in un paradigma ontologico On/Off.

Alcuni imputano ad Aristotele la responsabilità di questo dualismo, riferendosi al suo principio di non contraddizione: “A e anche non-A” è falso. Da qui sarebbe nata la proliferazione dei rigidi dualismi¹. In realtà, Aristotele scriveva:

«È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo». La contraddizione, dunque, data da "A che non può essere non-A" non è legge assoluta, ma si verifica solo a parità di soggetto, tempo e riguardo, per tutto il resto "A può anche essere non A". In teoria, questo avrebbe potuto aprire a una visione del mondo più elastica, rispettosa delle differenze di contesto e di prospettiva.

Invece, sono arrivati i monoteismi con le loro verità uniche, in opposizione radicale al diverso da sé: Dio vero vs falsi dèi, fede retta vs eresia, bene vs male. Questa matrice ha alimentato una cultura della contrapposizione, invece che prospettive caleidoscopiche e fluttuanti.

Nella modernità, i monoteismi hanno in parte perduto il loro predominio, ma l’intrinseca logica binaria permea ancora l’immaginario collettivo: “morto Dio” il dualismo binario è migrato nell’Io. Il principio di individuazione occidentale afferma che un ente esiste solo e sempre nella sua individualità². Il binarismo religioso diventa ideologico: “noi/loro”, “amico/nemico”. Di tanto in tanto riprende forza attingendo dalla matrice religiosa che lo ha prodotto.

Perché prevale questa assolutizzazione del binario? È verosimile che l’essere umano cerchi sicurezza in schemi elementari e rassicuranti, e il binarismo offre questa illusione.

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Note

¹ Esempi di dualismi occidentali architettati per spiegare il mondo: Essere / Nulla; Vita / Morte; Anima / Corpo; Spirito / Materia; Ideale / Reale; Universale / Particolare; Sostanza / Accidente; Eterno / Temporale; Uno / Molteplice; Bene / Male; Libertà / Necessità; Ordine / Caos; Razionalità / Irrazionalità; Autenticità / Inautenticità; Puro / Impuro; Salvezza / Dannazione; Verità / Errore; Apparenza / Realtà; Luce / Tenebra; Conoscenza / Ignoranza; Oggettivo / Soggettivo; Fenomeno / Noumeno (kantiano); Maschile / Femminile; Cultura / Natura; Mente / Corpo; Persona / Cosa, ecc.

La diffusione di tali dualismi mostra come il naturalismo di Spinoza e le filosofie orientali non siano riusciti a contenere il pensiero binario, il problema che sono state spesso interpretate con codici binari occidentali. I primi a tradurre testi buddhisti e induisti in Europa furono missionari cristiani — menti già strutturate dal dualismo Dio/Nulla — e ancora oggi termini come Māyā e śūnyatā vengono resi come “illusione” o “negazione”, invece che come ciò che gli orientali intendono: il vuoto come respiro stesso della forma. Là dove l’Oriente vede interdipendenza, noi leggiamo dissoluzione. Eppure, i testi orientali sono chiari:

•          “La forma è vuoto, il vuoto è forma” (Sūtra del Cuore).

•          “Ogni fenomeno è vuoto, ma ogni fenomeno è anche pieno di significato” (Avatasaka Sūtra).

Da tenere ben presente che il “vuoto” nelle filosofie orientali non è il nulla nichilistico, ma il nome dell’interdipendenza di tutte le cose: non assenza, bensì apertura, spazio relazionale in cui le forme sorgono e si trasformano.

² Per l’Oriente — e, sotto certi aspetti, anche per Spinoza — l’Io simultaneamente è e non è. Esiste come modalità della Natura, ma non come sostanza causa di se stessa. È un intreccio di memorie, immagini, affetti: un piccolo vortice che la mente scambia per centro. Detronizzarlo non significa dissolverlo, ma rimetterlo al suo posto: funzione e non regno, strumento e non trono. E tuttavia anche il mondo è e non è. Esiste nella necessità delle sue forme, ma nessuna di esse possiede esistenza autonoma. Tutto è relazione, transitorietà, dipendenza reciproca.

Lo spinozismo e il buddhismo, pur lontani per linguaggio, convergono in un punto: non c’è un Io sovrano né un mondo di sostanze autosufficienti. Spinoza dice: ogni cosa è modo della Sostanza, priva di autonomia assoluta. Il buddhismo dice: ogni cosa sussiste in interdipendenza. 

Pubblicato in Filosofia di strada
Lunedì, 08 Settembre 2025 12:40

Risveglio d'autunno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pubblicato in Erbario

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