È verosimile che siamo il risultato di processi: prodotti di relazioni e interazioni di potenza, reti causali che, nel tempo, ci portano a essere ciò che siamo. Non sostanze autosufficienti, ma configurazioni temporanee dell’immenso funzionamento della natura. In questa prospettiva, il sentirsi qualcuno è reale come esperienza, non come sostanza.
Eppure quasi tutti avvertiamo di essere costituiti da un nucleo stabile, da una essenza individuale che sembra precederci e attraversarci lungo tutta la vita, quasi appartenesse a una dimensione trans-biografica. Da qui nasce l’idea che il senso dell’esistere consista nel diventare ciò che, in fondo, siamo sempre stati. Ma forse questo “io” profondo, questo privilegio metafisico che sembra emergere dal funzionamento naturale, non è altro che un effetto dell’immaginazione e della memoria: una costruzione necessaria, psicologicamente utile, ma metafisicamente dubbia. Se è così, allora espressioni come “essere se stessi”, “ritrovare se stessi” o “essere fedeli a se stessi” cambiano completamente significato. Perché non esiste un “me stesso” che mi precede e attenda di essere realizzato.
Esiste piuttosto un processo continuo di individuazione: siamo forme in divenire, non essenze da compiere. E tuttavia gli esseri umani non possono vivere soltanto in termini di metafisica geometrica. Viviamo inevitabilmente anche dentro il simbolico, il narrativo, il poetico, perché siamo animali che organizzano l’esperienza come racconto. Forse una vita completamente anti-narrativa sarebbe più corretta filosoficamente, ma invivibile.