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Mercoledì, 21 Gennaio 2026 14:34

Come i castori

Scritto da 
San Giuseppe falegname, Georges de La Tour San Giuseppe falegname, Georges de La Tour

Parto da un’osservazione personale.
 L’identificazione spinoziana di Dio con la natura mi appare coerente, convincente, filosoficamente ineludibile. E tuttavia, nel mio vissuto — e non solo nel mio — permane un’ambiguità psicologica di fondo. Questa ambiguità non nasce da un difetto teorico, ma da una metafisica della trascendenza introiettata: non più creduta, ma ancora operante. Forse irriducibile, perché costitutiva della nostra formazione affettiva e simbolica.
Ciò che osservo in me non è un’eccezione, ma una condizione diffusa dell’Occidente moderno, profondamente segnato dall’eredità cristiana. Anche quando la trascendenza è stata concettualmente superata, continua a riemergere come abito mentale, come riflesso immaginativo, come bisogno di senso.

Forse non abiteremo mai del tutto il coincidere della realtà con l’immanenza della natura. La psiche occidentale continua a produrre immagini, attese, letture della realtà che riattivano la trascendenza sotto nomi diversi.
La grande “lotta fra giganti” della storia della filosofia — trascendenza contro immanenza — non si è svolta solo nei sistemi teorici. Si svolge ancora dentro di noi.

Alcuni esempi di tale ambiguità:

l’esperienza di essere superati da una natura che ci eccede può essere facilmente equivocata come un “oltre”. L’eccedenza immanente viene letta come trascendenza.
Quando, pensando al futuro, affermiamo: “Andrà come deve andare”, non è affatto chiaro se stiamo accettando un ordine naturale necessario o confidando, inconsapevolmente, in un ordine provvidenziale superiore.
La sofferenza può essere concepita come evento naturale e tuttavia vissuta come prova dotata di significato metafisico.
 La pietà può essere comprensione lucida degli affetti oppure residuo di compassione salvifica. 
Il determinismo stesso può essere accolto come espressione del funzionamento naturale, oppure vissuto come surrogato della volontà divina.
La distinzione non è teorica. È interamente psicologica. Probabilmente, nell’Occidente cristiano, questa ambiguità è strutturale.

Come i castori costruiscono dighe obbedendo ai propri decreti biologici, noi costruiamo narrazioni obbedendo ai nostri decreti simbolici.
 Siamo portati a romanzare la realtà quando ci appare insoddisfacente, opaca, indifferente.
Tuttavia non è possibile sorvegliare continuamente l’immaginazione che apre al trascendente.
 Non possiamo intercettare ogni appiglio consolatorio che inventiamo e ricondurlo, uno per uno, all’immanenza.
 Pretenderlo significherebbe cadere in un nuovo precettismo, in una forma di moralismo.
Non resta che convivere lucidamente con l’ambiguità che ci costituisce.

 
Ultima modifica il Mercoledì, 21 Gennaio 2026 16:59
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1 commento

  • Link al commento Pietro Venerdì, 30 Gennaio 2026 16:24 inviato da Pietro

    Ma forse l'ambiguità è più feconda rispetto a convinzioni unilaterali rigide e impenetrabili, meglio rimanere aperti al possibile, all'immaginazione, ai simboli e ai sogni, sia pure con un maturo scetticismo...

    Rapporto

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