Talvolta ciò che riteniamo “universale” ha poco a che fare con l’universo naturale reale. È, più semplicemente, un’inconsapevole estensione del nostro orizzonte culturale. L’esperienza individuale si dilata fino a coincidere con quella condivisa da un milieu: un linguaggio comune, una generazione, un insieme di letture, di categorie interpretative, di sensibilità emotive.
L’io si espande in un noi, ma questo noi non è l’universo: è solo un cerchio umano più ampio. È la personalità che si allarga fino a comprendere e a conformarsi a ciò che un gruppo di uomini, in un certo tempo, riesce a dire di sé e del mondo.
In questo passaggio può esserci comunque un guadagno. Decentrare l’io relativizza i drammi privati e attenua il peso dell’esperienza personale. A condizione, però, di ricordare che l’universo del discorso di una collettività non è l’universo naturale.
Come venirne fuori? Come universalizzarci per davvero? Forse attraverso un contatto più diretto, meno mediato, con il mondo naturale. Non per abbandonare il pensiero, ma per ricordargli il suo limite.