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Venerdì, 26 Dicembre 2025 16:47

Livelli di realtà

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La fisica teorica ci mostra che, a livello subatomico, la realtà si dà come interazione, relazione, evento dipendente dal contesto. A quel livello il ruolo dell’osservatore è costitutivo: il punto di vista contribuisce a determinare ciò che accade, e parlare di realtà relazionale ha un senso preciso e rigoroso.
Ma le cose cambiano al mutare di scala. A livello atomico e biologico del nostro vivere quotidiano la realtà funziona diversamente. In più di quarant’anni di lavoro come erborista preparatore non mi è mai accaduto che una pianta tossica, osservata da un altro punto di vista o collocata in un contesto diverso, diventasse curativa. Identificare una pianta, raccoglierla nel tempo giusto, trasformarla rispettandone le proprietà significa confrontarsi quotidianamente con un ordine naturale che ci precede, un ordine che non negozia e non relativizza, o lo si riconosce, oppure si sbaglia. E lo sbaglio non è teorico, ma reale: inefficacia, danno, talvolta pericolo.

Questa esperienza elementare, ovvia e reiterata per decenni, costituisce un’evidenza empirica incontestabile: esiste un fondamento naturale, una physis, un logos physikos, che non dipende dal nostro sguardo, ma al quale il nostro sguardo deve adeguarsi. Non si tratta di un fondamento teologico né di un principio idealistico: nessuna mente lo costituisce, nessun Dio lo garantisce. È la natura stessa, nella sua necessità immanente.

La natura è in realtà così autoevidente che dovrebbe essere semplice riconoscerla come potenza fondante. Non è la fisica dei quanti a offuscarne l’evidenza, ma la confusione dei livelli: l’estensione indebita di categorie valide a un piano della realtà a tutti gli altri. Il disagio che proviamo di fronte ai concetti controintuitivi della fisica quantistica è probabilmente un disagio sano, perché segnala proprio questo slittamento.

Se la realtà fosse soltanto relazione, se le proprietà emergessero dal punto di vista, l’erboristeria sarebbe impossibile — come ogni sapere pratico fondato sulla natura. Lo stesso vale per il lavoro dei contadini, che vedono germogliare ciò che seminano. Non a caso physis, per i Greci, rimanda all’idea di crescere e nascere, e i Romani la tradussero con natura: ciò che sta per nascere, ciò che viene alla luce secondo un ordine proprio.

In questo senso, l’esperienza mi ha condotto, prima ancora che al naturalismo filosofico, a una conoscenza diretta della physis: una forma elementare ma robusta di naturalismo empirico. Oggi mi è chiaro che molta filosofia contemporanea non nega la natura perché l’abbia confutata, ma perché ha smesso di incontrarla. Quando la conoscenza si separa dalla pratica e il concetto si distanzia dall’esperienza, il mondo diventa fragile, reversibile, opinabile. E allora il nichilismo non è una scelta: è un esito.

Ultima modifica il Venerdì, 26 Dicembre 2025 16:59

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