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Martedì, 16 Dicembre 2025 17:01

Sull’eguaglianza di tutte le cose, bis

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Ho terminato la lettura del libro di Rovelli Sull’eguaglianza di tutte le cose. La tesi dell’autore può essere riassunta in poche parole. Richiamandosi alla fisica quantistica, Rovelli rifiuta le concezioni filosofiche, religiose e metafisiche che postulano un fondamento ultimo di ciò che esiste. In particolare, pur senza mai citarlo prende le distanze dal concetto classico di “sostanza” della tradizione occidentale: l’idea di una realtà che esiste in sé, causa di sé, la cui essenza implichi necessariamente l’esistenza.

All’opposto, Rovelli concepisce la “realtà” come un fluttuare di complessità caleidoscopiche, in cui le cose sono ciò che sono solo nell’interazione reciproca. Un intreccio di enti ed eventi che noi, in quanto osservatori, cogliamo e condividiamo ciascuno dalla propria angolazione parziale. E tuttavia per Rovelli non si tratta di illusioni: sono enti ed eventi esistenti e comunicabili, a loro modo “reali” e “veri”, sebbene intrinsecamente circoscritti, incompleti e provvisori.

Il punto, a mio avviso, sta nel chiarire che cosa intendiamo quando parliamo di “fondamento” e di “sostanza”. Se con questi concetti intendiamo costruzioni culturali che pretendono di porsi come spiegazione ultima del mondo, ma che in realtà sono mere invenzioni umane senza riscontro nella realtà, allora Rovelli ha ragioni da vendere nel giudicarle fuorvianti. Ma il discorso cambia se li intendiamo in chiave naturalistica: come termini che dicono semplicemente che non ci siamo fatti da soli, che apparteniamo a una natura che ci precede, ci contiene e ci costituisce.

In questo senso, un’ontologia della sostanza e un’ontologia dell’interazione non devono necessariamente escludersi. Una possibile sintesi è offerta dalla relazione che Spinoza istituisce tra la sostanza eterna e infinita, causa di sé, e i suoi modi finiti, mutevoli e provvisori. Come il mare che produce le sue onde: metaforicamente eterne ed effimere insieme. Eterne perché fatte della stessa natura del mare; effimere perché circoscritte, parziali, destinate a comparire e a sparire.

Il problema di fondo del pensiero di Rovelli non è scientifico, ma filosofico: egli fa fisica senza physis [1]. La natura non è più un ordine che autosussiste, un principio immanente di generazione e necessità, indipendente da noi e dalle nostre teorie, ma diventa l’esito sempre rivedibile di relazioni, interazioni e descrizioni. Ciò che è non vale più in sé, ma solo per qualcuno o per qualcosa. In questo slittamento silenzioso la fisica cessa di essere scienza della natura e si trasforma in un’epistemologia radicalizzata.

Quando Rovelli afferma che le cose “esistono e non esistono”, che tutto è relativo a un sistema, a un’interazione, a un osservatore, egli non sta più facendo soltanto fisica teorica, sta assumendo, senza dichiararlo, una metafisica. Ed è una metafisica debole, perché priva di physis. Fra Dio che garantiva il senso e il nulla che lo dissolve, non viene considerata l’evidenza dell’ordine autosussistente della natura, il logos physikos (come per esempio suggerisce un filosofo naturalista del calibro di Karl Löwith)Il risultato è un nichilismo educato, espresso con il linguaggio del rigore scientifico e mascherato da sobrietà concettuale. Non è la fisica quantistica a condurre a questi esiti, ma la rinuncia filosofica a pensare e interrogare la physis

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1 L’espressione paradossale e illuminante di “fare fisica senza physis” l’ho appresa nel dialogo con Orlando Franceschelli; sulla problematica si vedano le introduzioni al suo saggio La natura dopo Darwin e Il cosmo e le sfide della storia (Donzelli). La “perdita dei fondamenti” che conduce al nichilismo va qui intesa in senso strettamente naturalistico: come rimozione dell’ordine autosussistente (logos physikos) della natura: in questo quadro resta imprescindibile il riferimento a Franceschelli, Karl Löwith Le sfide della modernità tra Dio e nulla (Donzelli).

Ultima modifica il Martedì, 23 Dicembre 2025 12:17
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