Sto leggendo l’ultimo libro di Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose. Parla dell’universo come di una grande rete dinamica, dove ogni cosa esiste solo perché è in rapporto con le altre. Per Rovelli non ci sono enti che una volta costituiti, poi si relazionano: sono invece le relazioni a costituire gli enti.
A prima vista, questa visione sembra opposta a quella di Spinoza. Spinoza parla di una sostanza unica, causa di sé e di tutto ciò che esiste. Tutto ciò che accade — corpi, pensieri, desideri, stelle — sono modi di questa sostanza. Rovelli nega ogni causa prima; Spinoza la afferma.
Ma ciò che Spinoza chiama “Sostanza” non è un dio-persona né un fondamento immobile. Non vuole, non decide, non crea: è semplicemente la potenza infinita dell’essere; la spontanea potenza della necessità naturale.
In questo, Spinoza e Rovelli si incontrano. Entrambi vedono la realtà come immanente, senza un principio esterno o trascendente che la governi. Ma per Spinoza vi è una differenza: la sostanza è l’unica realtà assoluta, mentre gli infiniti modi ne sono le espressioni circoscritte, come l’onda rispetto al mare. In Rovelli, invece, le relazioni stesse costituiscono entità e enti, senza un fondamento unico sottostante.
Due linguaggi diversi eppure, in entrambi si può riconoscere una forma di monismo immanente: un solo tessuto dell’essere che si manifesta in infiniti modi e relazioni. Spinoza lo chiama Dio o Natura; Rovelli lo descrive come rete di relazioni. Spinoza la pensa come unità logica e necessaria; Rovelli come unità dinamica e relazionale.