Tutto ciò che è, è natura. Ma è necessario distinguere due livelli: quello ontologico universale, in cui ogni cosa e ogni pensiero sono modi della stessa sostanza cioè della natura unica e necessaria, e quello etico umano, in cui la natura riflessa in noi diventa esperienza consapevole, giudizio, responsabilità.
Nel primo livello vale il pluralismo assoluto dell’essere — tutto ciò che è, è natura, in quanto tale non può non essere ed è giusto che sia; nel secondo vale la nostra distinzione di specie — non tutto ciò che è, è per noi giusto e bello.
Case e nidi, due forme della stessa realtà naturale. Se le cose stanno così, anche le costruzioni ideologiche, filosofiche e politiche dell’uomo sono espressioni particolari della natura. Dall’animismo all’illuminismo, dal monoteismo all’umanesimo, dall’esistenzialismo al nazionalsocialismo (sì, anche questo): tutte appartengono alla stessa potenza naturale che si modula in forme diverse. Ontologicamente hanno tutte il diritto all’esistere per il semplice fatto che esistono — come i cerbiatti, le ghiande, l’azoto e il cobra.
Ma la natura che ci fa — non ci siamo fatti e non ci facciamo da soli — nel suo vivificarci è per noi mirabile e insieme difficile, perché funzionamento necessario impersonale che dà e toglie senza ragione apparente. Dice la natura al poeta: «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo […] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.» (Leopardi, Dialogo della Natura e di un islandese)
Riconoscere l’appartenenza ontologica a un sommo funzionamento amorale non significa sospendere il nostro giudizio etico, perché anch’esso è espressione — particolare modulazione — dello stesso funzionamento naturale.
Sul piano universale tutto è necessario; sul piano umano, la necessità si traduce in valore, e il valore nasce dal nostro modo di abitare il mondo. Le ideologie nefaste — come il nazionalsocialismo — vanno combattute non perché siano contro la natura, ma perché sono contro di noi, contro la possibilità di esistere insieme.
Di solito, però, non vi è consapevolezza del livello ontologico, che vede nel mondo come è, ogni cosa espressione della potenza naturale. Ci si muove soltanto nell’ambito dell’etica umana, abbracciando differenti concezioni che dialogano, confliggono, trovano compromessi. Anche il pluralismo e la tolleranza si attuano all’interno di questo stesso livello: è la morale del “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”, come se ognuno fosse delimitato da una striscia gialla da non oltrepassare. La tolleranza etica è così uno sforzo di accettazione dell’altro, anche quando non la pensa come noi, perché si obbedisce a un imperativo morale, o si ottempera una norma civica.
Ben diversa sarebbe una tolleranza ontologica, che non nasce dallo sforzo ma dalla constatazione: l’altro non è un limite da sopportare, ma la prosecuzione di me stesso, poiché entrambi siamo modi della stessa potenza naturale. Certo, anche la tolleranza etica è, in fondo, una modulazione della potenza naturale — il modo in cui Homo tenta di convivere con sé stesso. Ma la tolleranza ontologica è più prossima al funzionamento reale della natura: non nasce da un dovere, ma da una comprensione. Spinoza direbbe che è un grado più adeguato della conoscenza.
La difficoltà sta nel pensare e vivere entrambi i livelli senza confonderli, senza ridurre la necessità ontologica a giustificazione morale e senza dimenticare che anche il male, come ogni eccesso, è una forma della natura.
2 commenti
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Sabato, 11 Ottobre 2025 17:32
inviato da Salvatore Fricano
Caro Bruno, mi sfugge la logicità della premessa con quella delle tue conclusioni. Parti dal presupposto che tutto ciò che è deve essere naturale (quindi giustificato). Poi alla fine dici che non bisogna confondere i due piani, quello ontologico da quello morale. Certo, Spinoza ti aiuta in questo, quando dice che il male non è dato in natura (così come il bene). Kant invece demarca questi confini in modo molto netto dicendo che il mondo morale è quella idealità che non può dipendere dal mondo fenomenico. Il mondo morale è necessariamente metafisico. Il mondo fenomenico (chiamalo natura) non lo è. E obbliga l'uomo, in modo stringente, a obbedire alla sua idealità morale (le nostre azioni devono far parte di una legislazione universale, accettabile razionalmente). Io continuo a pensare, con Kant, che dobbiamo pensare la natura come qualcosa di essenzialmente diverso dall'uomo (o meglio, diverso da qualsiasi essere razionale). Spinoza mi dice solo che devo capire le mie passioni, che devono fluire naturalmente. Kant mi dice che forse il legno storto dell'umanità possiamo raddrizzarlo solo con la legge morale (ergo, dobbiamo andare contro la natura). La volontà è necessaria per Kant, e quindi deve ammettere il libero arbitrio. Il dovere non deriva da una comprensione (sto utilizzando i tuoi termini). Spinoza non ammette il libero arbitrio, ma ammette la conoscenza, però mi sfugge come fa l'uomo a diventare saggio, se non impone a se stesso di deviare dalle sue passioni. Lo stesso varrebbe per quello che propone Schopenhauer che vuole combattere la Volontà opponendo il non volere (noluntas) ma cadendo in una chiara contraddizione, dato che devo volere il non volere. Insomma, il problema di fondo, mi pare, sia la liceità o meno del libero arbitrio. Spero di essere chiaro (il mio primo intento era quello di essere breve :-)).