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Martedì, 23 Settembre 2025 13:36

Epifania dell’immanenza

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Hasegawa Tōhaku, Pini nella nebbia, dettaglio Hasegawa Tōhaku, Pini nella nebbia, dettaglio

Vi sono cose che più cerchi di afferrare, più ti sfuggono nella loro totalità. La volontà personale, anche quando si veste da “attenzione” proietta l’io sulla realtà e la deforma. Gli artisti lo sanno: per percepire la gloria del sasso di fiume o del fiore di tiglio occorre un’attenzione passiva.

Ma è possibile guardare senza io?
A Oriente è normale parlare di vuoto che è pienezza, di non-agire che è il più alto agire, di non-sé che libera. Dalle nostre parti indicazioni precise per percorrere questa via ci sono arrivate da Simone Weil e Jiddu Krishnamurti.

Per Weil, l’attenzione pura non è concentrazione, ma attesa silenziosa. Non è mettere l’io su un oggetto, ma toglierlo, così che l’oggetto – l’altro, la natura, Dio – possa mostrarsi:
«L’attenzione, nella sua purezza più alta, è attesa. Il soggetto si svuota, come un recipiente, e lascia che l’oggetto venga a colmarlo» (Quaderni). E ancora: «Non è la persona ciò che è sacro. È l’impersonale.» (La persona e il sacro).
Krishnamurti parla nello stesso modo: vera attenzione è “vedere puro”, osservazione senza osservatore:
«Osservare senza giudicare, senza scegliere, senza desiderare cambiare ciò che si osserva.» (Freedom from the Known); «L’osservazione senza l’osservatore è la vera percezione.» (The First and Last Freedom)
Spinoza porta questo movimento alla sua forma filosofica più rigorosa. Liberata dalle passioni e dall’io, la mente conosce intuitivamente la necessità universale: «Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni.»

Il paradosso è netto: più l’uomo si attacca all’io, più resta esposto alla finitudine; più vi rinuncia, più partecipa all’eternità impersonale della natura.
Legge tragica e liberante insieme.
 


Ultima modifica il Martedì, 23 Settembre 2025 17:21

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