Vi sono cose che più cerchi di afferrare, più ti sfuggono nella loro totalità. La volontà personale, anche quando si veste da “attenzione” proietta l’io sulla realtà e la deforma. Gli artisti lo sanno: per percepire la gloria del sasso di fiume o del fiore di tiglio occorre un’attenzione passiva.
Ma è possibile guardare senza io?
A Oriente è normale parlare di vuoto che è pienezza, di non-agire che è il più alto agire, di non-sé che libera. Dalle nostre parti indicazioni precise per percorrere questa via ci sono arrivate da Simone Weil e Jiddu Krishnamurti.
Per Weil, l’attenzione pura non è concentrazione, ma attesa silenziosa. Non è mettere l’io su un oggetto, ma toglierlo, così che l’oggetto – l’altro, la natura, Dio – possa mostrarsi:
«L’attenzione, nella sua purezza più alta, è attesa. Il soggetto si svuota, come un recipiente, e lascia che l’oggetto venga a colmarlo» (Quaderni). E ancora: «Non è la persona ciò che è sacro. È l’impersonale.» (La persona e il sacro).
Krishnamurti parla nello stesso modo: vera attenzione è “vedere puro”, osservazione senza osservatore:
«Osservare senza giudicare, senza scegliere, senza desiderare cambiare ciò che si osserva.» (Freedom from the Known); «L’osservazione senza l’osservatore è la vera percezione.» (The First and Last Freedom)
Spinoza porta questo movimento alla sua forma filosofica più rigorosa. Liberata dalle passioni e dall’io, la mente conosce intuitivamente la necessità universale: «Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni.»
Il paradosso è netto: più l’uomo si attacca all’io, più resta esposto alla finitudine; più vi rinuncia, più partecipa all’eternità impersonale della natura.
Legge tragica e liberante insieme.