Nel moto eterno della natura accadono nascere e morire. Per noi sono eventi supremi, esperienze capitali. Per l’eternità anonima della natura non hanno alcun peso.
Ma ha senso parlare di “eternità anonima” o di “natura impersonale”?
Può qualcosa essere senza coscienza d’esserlo?
L’esperienza umana lega l’essere al soggetto.
Pensiamo che esistere significhi sapere di esistere, farne esperienza, essere qualcuno.
Di ciò che è fuori da noi ammettiamo l’esistenza anche senza coscienza, ma appena ci rivolgiamo a noi stessi, “essere” e “sapere di essere” ci appaiono inseparabili.
È come se in noi vigesse una legge segreta, un peccato d’origine: esistere equivale a saperlo.
Eppure l’esistenza in sé è proprietà ontologica, non psicologica. I processi naturali sono reali ed eterni indipendentemente da ogni percezione, umana o divina che sia. Il primato della coscienza è forse solo una fissazione provinciale. La coscienza è un passaggio: dall’infinito necessario al limitato determinato. Non aggiunge nulla all’essere: lo circoscrive, lo rende fragile, lo consegna al tempo. Con essa sopraggiungono nascita e morte, la misura dei giorni, la nostalgia dell’eterno. La Natura è eterna finché non sa di essere. Quando si conosce, diventa mortale.
Forse occorre una pedagogia dell’impersonale:
prendere distanza dalla commedia umana,
frequentare le grotte, osservare le piante,
scrutare il cielo, ascoltare il suono dei ghiacciai.