La natura decide il nostro nascere e il nostro finire, e tra questi due eventi ci dona e ci sottrae di continuo. È un flusso che non possiamo controllare, ma che possiamo accogliere, stringendoci con esso in un’alleanza. In questo “ometterci” per conformarci al funzionamento naturale, i problemi si sciolgono.
Non è facile, forse neppure del tutto possibile questo conformarsi, perché come individui siamo portati a volere il nostro bene personale, che non sempre coincide con i movimenti della natura che ci determinano. Si tratta piuttosto di un atteggiamento di fondo: se accade come io desidero, bene; se va diversamente, bene lo stesso. Si continua a desiderare e ad agire, ma senza l’illusione di poter forzare l’ordine delle cose.
Chi non convinto che la potenza dell’individuo cresca nella misura in cui si accorda alla potenza infinita della Natura, può sempre tentare la via opposta: affrontare, alla maniera di Nietzsche, un corpo a corpo con il funzionamento naturale. È la volontà di potenza che gioca con le stesse forze che ci costituiscono, forzandole a generare forme nuove.
Allearsi al flusso naturale porta a non aggrapparsi troppo a ciò che ci piace, e saperlo lasciare andare. È un non rifiutare in modo assoluto ciò che non ci piace, e saperlo accogliere. Alla fine, si tratta di non trattenere neppure se stessi: riconoscere che la nostra individualità, sorta spontaneamente, allo stesso modo cesserà.
(Excursus: il paradosso del ridimensionare l’io) Una cosa è l’atto ragionato che conduce al decentramento ontologico di sé; altra cosa è l’imperativo categorico di rinunciare a sé. Il primo nasce dalla comprensione, il secondo da uno sforzo volontaristico — e qualsiasi sforzo, anche quello di ridimensionarsi, alimenta l’io. Da un punto di vista filosofico, il paradosso è inevitabile: ogni distacco dal sé parte comunque dal sé. È la mia ragione che coglie la necessità universale, è la mia esperienza che constata il valore del lasciare andare. Il soggetto non può abolirsi, ma può trasformare il proprio modo di esistere. Così, anche il distacco diventa un modo del sé: un atto che, pur nascendo dall’io, ne muta la natura.
Permane la differenza fra etica prescrittiva e descrittiva, tra lo sforzo morale di rinuncia (che potenzia l’io proprio mentre lo combatte) e il decentramento ragionato di sé, che nasce dalla consapevolezza del funzionamento naturale. È quest’ultimo che ci fa capire che la mente non è il centro del reale, ma parte di una necessità infinita. Quando questa necessità è intuita con chiarezza, il reale appare come non-poteva-essere-altrimenti: ciò che accade è espressione di essa. È una contemplazione razionale che “molla l’osso”, lasciando cadere l’asfittico tentativo di controllare il mondo.
L’accettazione abbraccia un orizzonte più ampio, che include la nostra connessione necessaria con tutto. In questo modo l’io si amplia, si armonizza con la natura e diventa parte di un ordine più vasto.
Ognuno a suo modo può giungervi, anche solo constatando, empiricamente, che lasciare andare le cose fa vivere meglio che restarci aggrappati.