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Domenica, 27 Ottobre 2019 14:07

Internet ha ucciso il rock

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Una cosa è vedere altra è osservare, una è sentire tutt’altra ascoltare, vale per la parola e ancor di più per la musica. Un conto è la figura dell’utente tutt’altra quella dell’ascoltatore, perché ascoltare esige tempo, chiede silenzio interiore e focalizzazione, non consumo. Se la musica è degna nell’atto dell’ascolto possono svelarsi direzioni di corpo e pensiero verso ciò che davvero siamo e possiamo, con gli altri, in questo mondo. Tecnicamente “vocazione”, vocatio: chiamare, dunque stimolare.

L’attuale tecnologia che produce, veicola e diffonde musica, quanto favorisce e quanto preclude -sia per gli artisti che per gli ascoltatori- questo processo vocazionale? Il libro «Internet ha ucciso il rock» di Giancarlo Caracciolo, Les Flâneurs Edizioni, affronta la problematica attraverso dei condensati racconti che scandiscono temporalmente la storia della musica rock, intervallati da note divulgative e fotografie evocative. Storie di vite che si dipanano dagli anni ’50 dello scorso secolo -per essere precisi l’Autore ipotizza, argutamente, origini preistoriche del rock- al primo decennio del nostro.

Nel titolo del libro viene anticipata la sentenza: man mano che la tecnologia è avanzata si è via, via, implementato un connubio tra media e tecnica che ha favorito l’apparire rispetto all’essere, la velocità epidermica sul ponderato ascolto, la dozzinalità sulla qualità valoriale. Come profetizzato da Pasolini è lo strumento stesso, a quei tempi si parlava di TV, che inquina il messaggio indipendentemente dalle intenzioni di chi lo utilizza. Con Internet il colpo di grazia tecnocratico, che Caracciolo evitando manicheismi dettaglia. La musica, tutta e subito, che attraverso internet viene gratis a noi, senza che sia attivato un consapevole moto da parte nostra, senza che guardiamo in faccia l’artista in carne e ossa, senza che lo ripaghiamo riconoscendogli valore, orfani di ascoltatori a nostro fianco, è processo che anestetizza invece di rivoluzionare e se il rock anestetizza non è più rock.

Disimpegno che inevitabilmente condizionerà gli artisti. Per ricordarci l’arte come fuoco, invece che come apparire narcisistico sostenuto da follower, like, tweet e condivisioni, come non citare Rainer Maria Rilke nelle sue Lettere a un giovane poeta: «Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a sé stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità.»

Possiamo altresì osservare che avere a immediata disposizione tutto è avere niente, in "Homo Deus, breve storia del futuro" dello storico Yuval Noah Harari, viene offerta una preziosa indicazione per difenderci dal “datismo”, la nuova religione algoritmica dello scibile assoluto, incosciente e acentrica, che sta soppiantando ogni umanesimo: «Oggi avere potere significa sapere cosa ignorare».

Il libro di Caracciolo è ben riuscito perché ricco di stimoli per iniziare un percorso di legittima difesa e forte proposta, insomma è rock.

Internet ha ucciso il rock,
Giancarlo Caracciolo,
Les Flâneurs Edizioni


Ultima modifica il Domenica, 27 Ottobre 2019 14:56

1 commento

  • Link al commento armando caccamo Domenica, 27 Ottobre 2019 15:04 inviato da armando caccamo

    io che amo profondamente da sempre la musica jazz e posseggo centinaia di "vinili" e un giradischi, delle buone casse acustiche e un buon amplificatore, io che regolarmente eseguo il rito della "puntina sul primo solco del disco" e mi metto ad ascoltare musica, come non pensare che internet ha quanto meno snaturato il saper ascoltare la musica? Oggi l'ascolto si associa alle immagini che "you tube" ti sa regalare, ieri si ascoltava a occhi chiusi ed era sublime raccoglimento.

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