BLOG DI BRUNO VERGANI

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Venerdì, 10 Maggio 2019 18:00

Il ginepraio dell’imputabilità

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Nell’ammettere un Dio creatore trascendente e unico (teismo), il libero arbitrio dell’uomo è un’ovvia verità, perché siamo creati liberi di scegliere a immagine e somiglianza del Creatore, e così con tavole di pietra scritte da Dio o appiccicando al muro dell’aula del tribunale un crocefisso è agevole tracciare una mappa morale, fatwa che faccia da riferimento narrativo giudicante.

Nell’ateismo il libero arbitrio è, invece, evento più nebuloso e problematico visto che nella natura, causa di sé medesima, ogni evento poggia e muove obbedendo a leggi determinate da necessità -“necessario” «è  ciò che non può non essere; o che non può essere.» (Dizionario di Filosofia, Abbagnano)- . Ne consegue che di fronte a qualsiasi atto umano, da quelli operati da Sant'Antonio di Padova a Pol Pot, si dovrà prenderne semplicemente atto, appurato che nel funzionamento naturale, che include anche la mente umana, ogni moto scaturisce da un impulso necessario che non intende e vuole, quindi annientante qualsivoglia imputabilità, amorale come quello che muove il grave o produce la reazione chimica dove non ci attardiamo in giudizi di valore.

L’ipotesi di tale meccanicismo (tecnicamente: prepotenza) è in parte confermata dalla sociologia che certifica l’importanza dei condizionamenti sociali, dalla psicoanalisi che spiega quelli inconsci, dalla genetica che illustra quelli ereditati e anche dalla fisiologia che afferma (vedi Libet) che ciò che ci sembra di decidere nei movimenti corporei è già accaduto anticipatamente nel cervello. Dopotutto appare meno dogmatico il darwinismo che evitando forzature di salti ontologici e di singolari umane sporgenze rispetto alla natura, offre ancora ipotesi di lavoro sul libero arbitrio: non possiamo escludere che come l’evoluzione naturale ha prodotto la mente, abbia formato con essa ciò che chiamiamo Io, coscienza, intendimento e volontà e dunque la possibilità e il potere, seppur condizionato, di scegliere.

Ma com’è possibile che dalla necessità sia prodotta libertà? Libero funzionamento è un ossimoro. Un bel nodo e non solo per il naturalismo filosofico ma anche per il teismo: mica è facile affermare senza contraddirsi una divina Potentia absoluta che si manifesta come Potentia ordinata se non gli ficchi dentro, di tanto in tanto, qua e là, il racconto di un qualche miracolo che se ne impipa delle leggi naturali.

O si afferma la realtà del funzionamento negando in toto l’imputabilità personale con tutte le conseguenze morali del caso, oppure se la ammettiamo occorrerà, in un mondo sprovvisto di creatore e anime -sotto certi aspetti dire anima è un modo antiquato di dire Io-, spiegare cos'è l'imputabilità, come è e perché è. Insomma una sua metafisica, ricordando che la metafisica non indaga solo Dio, l’aldilà o un ipotetico soprannaturale, ma l’universale fondamento (cause prime) dell’al di qua (intrafisica), senza per questo equivocarla con l'ontologia che si limita ad inventariare l'esistente. Leibniz ci aveva provato ad uscire dal ginepraio dell’incompatibilità del libero arbitrio col meccanicismo di Cartesio e il monismo panteistico dello spinozismo, attraverso la dottrina delle monadi, sorta di atomi spirituali, di nuclei con vita propria, circoscritti potentati e signorie che spiegherebbero il complesso e problematico rapporto del particolare nell'universale. Non so se le monadi ci siano davvero o se siano solo un’invenzione per far tornare le cose.

Nella storia moderna la problematica dell’imputabilità individuale, in un mondo senza Dio (e senza la dea Iustitia della mitologia romana), è stata risolta pragmaticamente separando la problematica in due regni distinti. Il regno scientifico e parte di quello filosofico dove le tesi che il libero arbitrio sia nient’altro che una credenza -vedi Spinoza, Schopenhauer e Voltaire- permangono piuttosto solide anche se in giro se ne parla poco, e il regno del diritto dove invece siamo tutti imputabili, così, per convenzione condivisa. Qualcosa non torna e non sarebbe male che sull’imputabilità si compisse il come in cielo così in terra, il problema è che il cielo stellato sopra di me se sprovvisto di Padre non è imputabile (libero), tanto glaciale e inorganico che non so fino a che punto sia conveniente collegarlo a ciò che è in me visti i possibili rischi di assideramento. Compito della filosofia del diritto unificare i due regni raccordando natura e cultura, amoralità (della natura) e etica. Può farlo?

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Nell’immagine sopra il dipinto ottocentesco di Jean-Paul Laurens raffigura il «Sinodo del cadavere» o «Concilio cadaverico». Processo post mortem a carico di papa Formoso (891-896), con tanto di riesumazione dell'imputato presente in carne (poca) e ossa (tutte). La storia della Chiesa non si è fatta mancare proprio nulla.

Ultima modifica il Domenica, 12 Maggio 2019 18:54
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