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Mercoledì, 13 Febbraio 2013 19:10

Paradisi & Fogne

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Lo stesso giorno che la Procura di Milano chiude le indagini sulla sanitopoli lombarda, accusando il governatore uscente Roberto Formigoni di associazione per delinquere con altre 16 persone molte delle quali vicine a Comunione e Liberazione, il cardinale arcivescovo di Milano Angelo Scola, nell’omelia dell’anniversario del Riconoscimento Pontificio di Comunione e Liberazione, ricorda il «pensiero sorgivo» di Mons. Giussani - fondatore di CL - e invita i presenti a testimoniare il carisma ciellino dell’incarnazione cristiana «dentro le situazioni vocazionali quotidiane quali la scuola, il lavoro, i quartieri, la società, l’economia, la politica». Testimonianza di «largo respiro» che documenti «la bellezza della fede.»

Lo scostamento tra le gravissime accuse dei magistrati inquirenti su un pezzo importante di CL – due degli indagati appartengono al gruppo monastico dei Memores domini, quintessenza di CL -  e le parole del Cardinale appare imbarazzante nella sua enormità. Come è possibile che tale cristiana testimonianza di bellezza sociale si possa declinare, nel caso di specie, in una potenziale associazione per delinquere? Macroscopico errore degli inquirenti? Indagati ciellini traditori di alti ideali perché schegge impazzite? L’alta probabilità di rinvio a giudizio per tutti gli indagati aiuterà a fare chiarezza a beneficio della stragrande maggioranza degli appartenenti a CL che, estranei a associazioni a delinquere, si vedono impegnati a testimoniare la «bellezza della fede» nel sociale come invita l' Arcivescovo di Milano.

Riteniamo che per meglio comprendere e ridimensionare l’enormità dello scostamento tra le ipotesi accusatorie dei giudici e quelle ieratiche del Cardinale occorra prendere distanza dal codice penale per analizzare la concezione ecclesiologica di CL, specialmente dei Memores, in quanto non esente da rischi potenzialmente capaci di far incontrare paradisi d’intenti con fogne reali: don Giussani definiva la comunione tra Memores con l’affermazione: «Io sono Tu che mi fai», con quel “Tu” intendeva Dio e nel contempo, riferendosi al mistero dell’incarnazione cristiana, ogni confratello aderente al gruppo. In questa concezione il nome di ogni memor è ritenuto sacramentalmente unificato all’origine con quelli degli aderenti gruppo. Comunità giudicata dagli appartenenti segno sacramentale di Dio stesso e “ontologicamente” costitutiva (farebbe essere, esistere) l’“Io” di ogni singolo componente. Nella concezione interna dei Memores ogni nome è, dunque, fuso nel gruppo; un “Noi” corporazione mistica, coincidente la presenza di Dio nella storia e strutturante alla radice ogni partecipante al gruppo.

All'interno di questa esaltazione unitaria oltre la carne e il sangue, con vincoli di riservatezza e di fiducia molto più stretti di quelli di una famiglia, la gestione dei beni obbedisce - indifferente alle norme del diritto privato - a regole proprie: ogni singolo aderente nel professare promessa di povertà al gruppo rinuncia ad ogni possesso personale offrendolo alla corporazione ma, dato che la comunità dei Memores è composta dall'insieme indivisibile dei partecipanti stessi, di fatto ogni aderente (pur non possedendo personalmente nulla) usufruisce dei beni di tutti gli altri, nella forma e misura dettate dal Direttivo responsabile del gruppo nei confronti del quale ogni memor deve assoluta obbedienza. In concreto a quel "Noi" ogni singolo partecipante dà tutto e prende tutto: ciascun patrimonio personale è donato a tutti e l'intero patrimonio del gruppo viene dato ad ognuno, così all'interno dell'associazione - pur usufruendo appieno del patrimonio collettivo - ogni singolo partecipante non possiede personalmente nulla come esige il voto di povertà, condizione inderogabile per l’ammissione alla corporazione. Riguardo la povertà la descrizione ufficiale dei Memores afferma: «Distacco da un possesso individuale del denaro e delle cose.» Non dall’utilizzo personale nel possesso di gruppo.

In questa concezione autoreferenziale il confine d’imputabilità di ogni memor in relazione al patrimonio dei Memores (e viceversa) diviene nebuloso: i nomi e cognomi personali si confondono, commutano tra loro, si mischiano, si  interpongono vicendevolmente, si unificano indistinti nell’idea di quel “Noi”, “Ente” umano ritenuto dagli aderenti sovrumano e divino che tutto ricompone, ingloba, copre, giustifica, salva. Una concezione unitaria che conduce a con-fusione riguardo i patrimoni dei singoli fra loro, nella corporazione e nella società, dove la povertà intesa come rinuncia al possesso personale ma non all'utilizzo dei beni potrebbe favorire meccanismi ambigui e derive tribali nella gestione, possesso ed uso, del patrimonio personale e associativo, e all’interno del gruppo, e con il mondo esterno. Don Giussani indicava di far proprie le ragioni dell’autorità dei Memores da cui l'informazione di fondo doveva essere individuata, accolta e consapevolmente ri-eseguita. Per obbedire quindi non basta l’accondiscendenza, l’accettazione e neppure l’identificazione con il superiore, ma si esige interiorizzazione: l’appropriarsi dei contenuti, dei giudizi e delle opinioni dell’autorità per farle diventare intimamente proprie sentendone il valore. In questa concezione la morale personale coincide con la sequela all’autorità del gruppo, con l’obbedienza al diretto superiore invece che alla propria coscienza.
La cronaca giudiziaria di questi giorni con esponenti di Comunione e Liberazione e di Memores indagati in vicende giudiziarie avvalora, di fatto, i rischi di tale concezione ecclesiologica che esautora il soggetto dal pensare fagocitandolo, indifferente al codice penale, al gruppo di appartenenza e alle sue regole autoreferenziali.

Ultima modifica il Giovedì, 14 Febbraio 2013 22:09
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