BLOG DI BRUNO VERGANI

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Lunedì, 03 Dicembre 2012 09:47

La fornace

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Per Clini, ministro dell'Ambiente, la relazione tra l'inquinamento prodotto dall'Ilva e l'incidenza di malattie mortali dei lavoratori del polo siderurgico e degli abitanti di Taranto è ancora da dimostrare. Tutta da dimostrare. Recentemente dichiarava: «Non c'è nessuno oggi che, sulla base dei dati disponibili, può dire che c'è una relazione causa-effetto in particolare tra le attività industriali attuali dell'Ilva e lo stato di salute della popolazione». I "dati disponibili" ai quali il ministro fa riferimento attingono da due differenti studi: il primo a cura dell'Istituto Superiore di Sanità "Sentieri" (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), indagine nota per aver portato all'abbattimento di animali  per concentrazioni elevate di diossine. Il secondo studio, più allarmante, si riferisce all'indagine epidemiologica svolta dai professori Maria Triassi, Annibale Biggeri e Francesco Forastiere, disposta dal gip dottoressa Todisco della procura di Taranto in sede di incidente probatorio del processo istruito a carico dell'Ilva, che riferisce: «L'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato fenomeni degenerativi di apparti diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e morte». Le indagini dei tre esperti specificano che nei quartieri limitrofi all'acciaieria si registra la più alta percentuale di malattie e decessi, eppure il ministro - sconfessando l'Istituto superiore di Sanità e i periti del Tribunale - non demorde manifestando sistematica perplessità sul nesso causale tra inquinamento e malattie.

Clini - laureato in medicina e specializzato in medicina del lavoro - ben conosce la difficoltà nel dare prova certa e univoca della relazione che lega l'atto dell'inquinare a specifici eventi di malattie e di morte. La storia processuale italiana dei reati ambientali, con i suoi processi intricati e interminabili, conferma la difficoltà di fornire prova del su esposto nesso di causa-effetto. Nella fattispecie tarantina la prova provata appare ancor più macchinosa per i ritardi e le incompletezze che hanno caratterizzato le indagini epidemiologiche; per le omissioni e le remore nella pubblicazione delle stesse; per insabbiamenti da parte di una certa stampa a seguito di presupposti pressioni e favori da parte dell'Ilva, oggetto di indagine della magistratura. Dammi la prova, chiedeva il ministro; la prova c'è, affermava la magistratura e a difesa della salute collettiva bloccava, di fatto, la produzione di Taranto e di conseguenza anche quella dei siti Ilva connessi: Genova, Novi Ligure e Racconigi. Con l'Ilva di Taranto inattiva il rischio di disoccupazione per migliaia di addetti era drammatico; se operativa peggio, perché killer non più disarmato. Nei rapporti di forza tra Poteri dello Stato si è imposto il governo vanificando per decreto l'operato della magistratura. Prevedibile. Già Montesquieu ricordava che il potere giudiziario è «per così dire invisibile e nullo». Tuttavia il decreto governativo è al limite della costituzionalità e non sono esclusi ricorsi alla Corte costituzionale. Gli operai di Genova hanno esultato al decreto. Posto di lavoro salvo. Mica tutti sono kantiani e nel conflitto tra la legge privata di poter comprare a Genova un paio di scarpe al proprio figlio e la legge generale di mandarlo a scuola coi buchi nelle suole per non far venire un cancro a un suo coetaneo a Taranto, si può anche scegliere la prima opzione. Balzac ce lo ricorda preciso nella "parabola del mandarino" quando lo studente Rastignac chiede all'amico Bianchon che cosa farebbe se potesse diventare ricco uccidendo un vecchio mandarino in Cina con la sola forza di volontà, senza allontanarsi da Parigi. Bianchon non vuole uccidere, ma poi considera che i cinesi sono numerosi e anche lontani, il mandarino è vecchio, il guadagno gli è necessario. Perché no? Operai Ilva di Genova, proprietari del Gruppo e governo nazionale alleati nella "parabola del mandarino".

L'Italia è una nazione patologicamente mitica, con altiforni biblici uguali a quelli del re Nabucodònosor, quello che aveva fatto costruire una statua d'oro colossale alla quale prostrarsi. Processo per direttissima per il non osservante: «In quel medesimo istante sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente».

Ultima modifica il Lunedì, 17 Dicembre 2012 12:16

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