Virtude e conoscenza
Dante ammoniva: “Fatti non foste per vivere come bruti ma per seguir virtude e conoscenza”, invito ad avvalorare quel desiderio indefinito d’infinito insito negli uomini. Dividere l’alto dal basso e mischiare la virtù alla conoscenza può però confondere. La virtù tende ad uniformarsi, mentre la conoscenza necessita di spregiudicatezza; il conoscere chiede il pensiero originale del singolo, la virtù conformazione. Le Chiese delle religioni e anche quelle ideologiche sono corporazioni dove sovente il singolo individuo viene disconosciuto: elemento insignificante in sé considerato solo in quanto cellula della corporazione, anima collettiva, di gruppo, come le api e le formiche. Omessa la persona vengono monitorati i suoi comportamenti, in quanto quelli classificati bruti apportano danno e quelli virtuosi meriti alla corporazione. Freud invece attento al singolo, sospettoso dell’infinito e allergico all’indefinito, dopo aver analizzato nella fattispecie, caso per caso, quel desiderio nebuloso e “alto” di infinito ci ha informati che le alte sfere, dei più da lui osservati, erano palloni gonfi di merda. Forse quello che chiamiamo superficialità contiene qualcosa di molto vicino alla verità. Profondità e altezze sono invece ingredienti per fiction, materia prima per commedia divina.
L'Ufficio
Nel diritto civile e penale sono catalogati i reati; nella dottrina della Chiesa i peccati.Reati gravi e meno gravi; peccati mortali e veniali. Sistemi giuridici che definiscono e misurano cos'è male e cos'è bene, cos'è buono e cos'è cattivo.Nella vita psichica le cose si complicano, bene e male sono confusi e difficilmente misurabili. Come identificare e quantificare l’amore e l'odio? Come misurare la codardia e il coraggio, la timidezza e il narcisismo? Come sentenziare che l'egotismo sia sempre un male o sempre un bene? Come determinare il punto preciso dove l'egotismo vira in egocentrismo o in egoismo? E nel caso egotismo, egocentrismo ed egoismo sia frullati e condensati insieme, quale scala scala di riferimento permette di quantificare la percentuale per ingrediente? Eppure da qualche parte c’è uno strano luogo dove la vita psichica è anche giuridica. La chiamano coscienza personale. La definizione non mi convince: le coscienze obbediscono alla morale suggerita dagli usi e costumi del tempo e le persone, per loro natura, seguono una giurisdizione fluida, confusa, autoreferenziale.Quello è invece un posto dove un ordinamento oggettivo opera di continuo: osserva, poi -senza misurare e neppure giudicare- emette sentenze e sanzioni. Non so dove sia quel posto, ignoro chi diriga quell'uffico e perché lo faccia e non mi è chiaro come riesca ad assolvere il compito senza ricorrere al giudizio di valore, eppure nell’osservare me e chi mi sta intorno constato che prima o poi il conto lo manda a tutti. Se la sanzione è ritenuta ingiusta non accetta ricorsi e neppure scrive la motivazione della sentenza, nella sanzione indica che l'imputato se la scriva, precisa e congrua, da sé.
Albertino da Giussano
Non mi hanno meravigliato le parole di Borghezio: «Buone idee, in qualche caso ottime» riguardo al "pensiero" dell' assassino norvegese Anders Behring Breivik, sono nato in Brianza dove ho trascorso la prima metà dell’esistenza, l’altra metà l’ho vissuta in Puglia, padre brianzolo, madre siciliana: sono un italiano. Il cognome da profondo nord ce l’ho ancora, mio bisnonno per decenni era stato segretario comunale di Giussano, il paese dell’ Alberto, guerriero con armatura, scudo e spada, “tormentone" simbolico storicamente mai esistito. Vengo da lì e so che, a differenza dell’Alberto, i leghisti sono invece sempre esistiti, anche se la Lega partito politico dovevano ancora inventarla.
Negli anni ’60 un suo ignaro militante mio vicino di casa, era stato informato che qualcuno entrava nottetempo nel suo laboratorio di tappezziere ubicato alla periferia del paese, zona rurale e di prostituzione. L’artigiano amava la caccia e collezionava armi. La sera stessa aveva indossato la tuta mimetica, quella che utilizzava ogni fine settembre per le battute di caccia ai cinghiali sloveni, e si era nascosto nel laboratorio per catturare l’intruso. Aveva portato due lampade ad acetilene, un fucile e due revolver. Il deposito era violato da un nano che entrava per guardare da una finestra, in prima fila e indisturbato, le ragazze lavorare. Il nano verso mezzanotte era arrivato in bicicletta, l’aveva nascosta nell’erba alta per entrare nel laboratorio strisciando sotto la recinzione. Lo sceriffo padano era lì ad aspettarlo. Gli aveva puntato addosso lampade e pistola, poi di scatto aveva acceso le luci urlando: “Non ti muovere sei circondato”. L’intimazione l’aveva pensata in dialetto ma proferita in italiano per renderla inequivocabile e solenne. Il nano scappava mentre il tappezziere gli sparava alle gambe. La mattina dopo lo sceriffo mi aveva portato sul posto per un sopralluogo. Avevo sei anni. Tronfio ostentava lo scalpo: tre gocce di sangue raggrumato sul pavimento di cemento. La bicicletta del nemico, un modello per bambini, era ancora lì. Dopo qualche giorno era stato convocato dai Carabinieri per chiarimenti, ma non c’era stato alcun seguito, tutto era andato avanti come prima, come sempre. Era l’anno 115 post Freud ma nel paese ci si limitava a borbottare con una punta d’ammirazione: “Quel lì al gà la cràpa internaziùnàl”, quello lì ha la testa internazionale: un po’ eccentrico e pittoresco. Ero un bambino immerso in quell’ambiente ma già capivo che qualcosa non andava non avrei però prospettato che, negli anni a venire, qualcuno avrebbe fondato un partito e raggiunto il potere nazionale soffiando sul fuoco di quella subcultura provinciale, di quei sentimenti bassi, di quella povertà di pensiero.