Diobo'
Tutti in chiesa per il funerale. Dentro il carrozzone religioso istituzionale ognuno per quello che è in intima e collettiva armonia, indifferenti ai ruoli sociali, emancipati da personali opinioni, reciprocamente noncuranti del sapere e del reddito personale. Rito collettivo autentico dove i partecipanti sperimentano fisicamente di appartenere a un popolo, all’umanità tutta e forse a qualcosa di più grande ancora.
La fragranza d’incenso si mischia all’odore ricinato degli scarichi delle moto da corsa messe lì davanti all’altare, liturgie di caschi e stole, pneumatici racing e turibuli.
Diaconi con ceri accesi insieme a piloti ragazzi così abili da fondersi con la moto, apparati psicomeccanici capace di sfidare il destino. Velocità: mix di morte e resurrezione, i suoi sacerdoti nell’affrontare le curve invece di frenare accelerano e piuttosto di seguire la traiettoria della curva controsterzano dalla parte opposta. Nel fare il contrario di quello che la logica suggerisce accade un derapare controllato che regala salvezza.
Veicoli a due ruote, che senza alcun motivo e con molto rumore girano con la manetta del gas al massimo dentro un cerchio, nel rito cristiano si trasformano in palloni aerostatici che conducono alle alte sfere, traghetti che trasportano da quaggiù a lassù e quel là misterioso dicono che sia il posto vero, quello giusto, quello bello. Riferiscono che lassù ci sono gli angeli e gli lanciano palloncini mentre la voce di Vasco Rossi copre sciatte canzoncine da oratorio. Diobo’! Ma è un sogno? No è l’Italia e milioni di italiani hanno assistito ai funerali in diretta trasmessi su due reti nazionali.
Primo Levi già spiegava: “Una singola Anne Frank detta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, la cui immagine è rimasta nell’ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere.”
Claudio Costa un esponente del circo motociclistico GP alla fine della celebrazione ha detto ai presenti in piazza:
"Marco oggi ha fatto un miracolo, tornare a casa con tutti voi che lo avrete sempre nel cuore…”
E’ proprio vero chi (ed io con loro) ha sofferto per la morte di una persona cara nel tempo ha sentito che era un po’ presente dentro di lui, percezione intima inequivocabile. Difficile farne esperienza se si mette in piazza, si spettacolarizza, se si eccede nell’ostentare, nel beatificare, se si entra nel tritacarne del luna park mediatico dove tutto inevitabilmente si conforma, banalizza. Così hanno desiderato i genitori o così hanno voluto i direttori televisivi?
E quando il palco della messa in scena è la chiesa cattolica, quella che nega i funerali a Piergiorgio Welby e fa funzioni solenni per Pinochet lo spettacolo assume connotazioni amare.
Sii te stesso?
“L’onestà fu il suo ideale, il lavoro, la sua vita, la famiglia, il suo affetto” .
Così recita l’incipit di un di necrologio prefabbricato, come un template di WordPress, che le agenzie funebri, quelle professionali, mettono a disposizione dei parenti a corto di idee che intendono sintetizzare vita e opere del caro estinto.
E pensare che da vivo, proprio chi da morto l’ha incorniciato in due righe standard, gli suggeriva di essere sempre sé stesso, di non indossare personalità a seconda del luogo e delle circostanze per tirar fuori quell’ ‘Io’ unico irripetibile, inequivocabile, che era.
Invece lui da vivo si percepiva in costante divenire e senza sentirsi impostore esprimeva pluralità complesse, dinamiche sempre differenti. Il suo io mutava velocemente con i suoi pensieri e talvolta coi suoi sentimenti e non sapendo chi era, invece d’essere chiunque, era proprio lui.

Volontà di potenza
Nel maggio del 1922 veniva pubblicato “Il banchiere anarchico” racconto di Fernando Pessoa.
Intervista immaginaria ad un anarchico che aveva realizzato i suoi ideali di libertà spezzando le catene delle regole sociali che ostacolavano la personale “realtà naturale” diventando banchiere. Racconto che dimostra come la retorica e i sofismi riescano a giustificare contraddizioni insostenibili.
Non sfugge l’attualità del racconto per la somiglianza antropologica tra chi, su versanti opposti, per liberarsi dall’onnipotenza dello Stato distrugge a capocchia quello che incontra sulla via e chi, per raggiungere il medesimo obbiettivo, ha fatto di tutto per diventare tanto ricco e potente da non subire condizionamenti.
Essere o divenire?
Nel Tetragramma biblico è rivelato il nome proprio di Dio: Yahweh "Io sono ciò che sono"; così, l’individuo fatto a immagine e somiglianza di quel Dio può affermare il “dato” che gli regala inequivocabile e stabile identità: “Io”.
Eppure, pur accorgendoci di essere noi stessi per deduzione immediata come suggerisce la Bibbia, osserviamo che la struttura dell’Io e le dinamiche che creano l’identità personale risultano complesse. Constatiamo che l’io è mutevole, inafferrabile, proteiforme, più vicino ad una costruzione narrativa, ad un processo in svolgimento, che a un dato oggettivo immodificabile ed inequivocabile.
La dialettica tra i due approcci ha caratterizzato la storia del pensiero e il rapporto conflittuale tra visioni religiose integraliste e umanesimo laico, fino a quando Yahweh - nome che nella tradizione ebraica è giudicato troppo sacro per essere pronunciato - è diventato, nella versione inglese "I Am What I Am", il motto della campagna pubblicitaria dell’azienda leader mondiale di scarpe da ginnastica. Il messaggio della multinazionale invita i giovani a riscoprire ed abbracciare la propria individualità unica e irripetibile perché test di laboratorio certificano che indossando le loro scarpe “... si genera un'attivazione dei glutei fino al 28% maggiore rispetto a una comune scarpa da ginnastica grazie ad un sistema di capsule di bilanciamento all’interno della suola della scarpa che crea una naturale instabilità ad ogni passo”.
Un 28% per cento in più di tono al culo che permette finalmente di affermare: "Io sono io". Potevano dirlo prima.
Ogni uomo è filosofo?
Una moglie aveva chiesto a Dio di guarire il marito gravemente malato, non esaudita era diventata atea. Vedova osservava in successione cronologica le foto del consorte: giovane garzone di bottega che votava a sinistra; libero imprenditore di mezz’età che votava a destra; anziano che ancora lavorava ma non votava più. Aveva deciso di disertare le urne dopo una sanzione per evasione fiscale, notificatagli proprio mentre il suo partito, che riteneva amico degli imprenditori e anche degli evasori, era al governo.
In certe biografie incontriamo conformazione, interrotta da reazioni prevedibili dettate da contingenze, da egoismi, da influssi involontariamente subiti e inconsapevolmente accettati, da carenza di pensiero originale.La storia del pensiero - la storia della filosofia – appare più interessante; pur talvolta stimolata dal caso e dalle necessità, pur inzuppata da influssi e reazioni, esprime nella complessità di pensiero dei suoi protagonisti evoluzione costante.
Ogni uomo è filosofo? Se pensa lo è. Agile verifica del nostro pensare la possiamo ottenere confrontando la personale biografia con la storia della filosofia. Quando l’atto del pensare è presente il riscontro con alcuni filosofi risulterà evidente, le personali biografie ricapitoleranno autori e passaggi cruciali della storia della filosofia. Nel dire “la nostra” esprimeremo, forse inconsapevolmente, il pensiero di chi ha pensato prima di noi, così da ritrovarci un po’ Protagora o Pascal, un po’ Popper o Epicuro, o un mix di Schopenhauer e Nietzsche. Ogni uomo è filosofo? Si. Più o meno.
Santonizzazione
I grandi della storia omaggiano Steve Jobs.
Obama: “Coraggioso a sufficienza per pensare fuori dagli schemi, audace abbastanza per credere di poter cambiare il mondo e con talento a sufficienza per farlo.” Eppure la storia dell’umanità è il prodotto, oltre che di qualche grande che omaggia un genio, di miliardi di uomini e donne con biografie ordinarie, non esaltate a tal punto da credere di poter cambiare il mondo e sprovviste del talento necessario per farlo, tra questi votanti di Obama e utenti Apple.
Albert Einstein nell’incipit de “Il mondo come io lo vedo” ben spiega l’assurdità di laiche santonizzazioni: “Se consideriamo la nostra esperienza e i nostri sforzi, rileviamo subito che tutte le nostre azioni e i nostri desideri sono legati all'esistenza di altri uomini e che, per la nostra stessa natura, siamo simili agli animali che vivono in comunità."
In buona compagnia
In un testo teatrale avevo scritto:
"Pietrificato scendo giù fino al lago di dolore, per contemplare i relitti che galleggiano nel silenzio";
esperienza che, di per sé, potrebbe essere condizione lapidea espressione di delirio personale, eppure nel momento che la si pensa e scrive ci si trova amici dell’esperienza umana universale: Eco che piange fino a rinsecchirsi e ridursi a un sasso in prossimità di uno specchio d'acqua; Medusa che trasforma in pietra chiunque la guardasse negli occhi; la moglie di Lot tramutata in una statua di sale.
Proficuo pensare e raccontarsi; utile leggere alcuni libri della Bibbia e le Metamorfosi di Ovidio come se parlassero ad ognuno di noi.
Forse un giorno
Nelle cose importanti quasi sempre avevo obbedito ai sentimenti, alle emozioni, e talvolta mi ero poi ritrovato a sprofondare in paludi dalle quali mi liberavo con l’atto del pensare. Avrei voluto vivere pensando invece avevo vissuto amando. Pensiero come istituzione fondante di me? Avrei voluto ma non riuscivo e ancora non riesco, forse un giorno guarirò e alla notizia del terremoto con migliaia di morti reagirò con un pensato e razionale: “Bene, eravamo in troppi”.
