BLOG DI BRUNO VERGANI

Radiografie appese a un filo, condivisione di un percorso artistico

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Bruno Vergani

Bruno Vergani

Radiografie appese a un filo. Condivisione di un percorso artistico, davanti al baratro con angoscia parzialmente controllata.

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Sabato, 07 Aprile 2012 12:09

L'Arconte celeste

Talvolta qualche Ente statale mi complica l’imprendere, disturbi di sottofondo non meritevoli di suicidio. Da tanti anni conduco una erboristeria con laboratorio di produzione, raccolgo le piante e le trasformo per realizzare rimedi. Se gli utili calano l’imputato è il sottoscritto titolare che consapevole si attiva a intraprendere.

Italia divisa: cittadini uccisi dall’Ente opposti ai furbi che se la godono benedetti dall'Ente, in una mostruosa progettazione e architettura del decorso storico decisa da un qualche Arconte celeste che nel mischiare le carte elargisce ai primi due di picche e agli altri Jolly.

Entrambi pedine di Teorie fatalistiche irrevocabili, entrambi non imputabili, entrambi dunque miserabili. Destino predeterminato? Quale? Stabilito da chi? Enti statali, Enti economici, Enti divini, palloni vuoti che agiscono se gli si crede. Non servono eroi per combattere Teorie.

Chi nel quotidiano vive la laicità ne conosce il significato per immediata evidenza, eppure quando intende definirla sa di avventurarsi in territori insidiosi.
La laicità non è riducibile ad una negazione: chi non appartiene al clero religioso, ma anche professionale o partitico. Anche definirla in positivo è operazione delicata perché la laicità rigetta sistematizzazioni, aggettivi e avverbi, mal tollera anche i sostantivi e non sopporta attributi.
Camminando sulle uova potremmo definirla così: la laicità è l’atto del pensare con la propria testa. Se la testa del soggetto è sana la definizione, nella sua elementarità, si rivela precisa e congrua: primato del pensiero e della persona.
Soggetto pensante e soggetto laico, dunque, coincidenti.

Accettata la definizione le insidie permangono quando dal pensiero del singolo si vuole implementare una laicità organizzata e militante che sia mordace nel sociale. Quando i laici, pensatori eremiti, scelgono di aggregarsi per incidere con più efficacia insorgono inevitabili problematiche e perplessità. Nel trasporre il pensiero del singolo all’interno del gruppo si tenderà, per forza di cose, ad inibirne l'originaltà con poco laiche e un po’ presbiteriali anestesie, compromessi, obbedienze e conformazioni onde evitare scismi, eresie e scomuniche. Olocausto del pensiero personale offerto per il buon funzionamento del gruppo a soddisfazione delle sue gerarchie.

Più i gruppi, laici e non, si caratterizzano ideologicamente più tendono inevitabilmente a clericalizzarsi, ad identificarsi nelle idee e nelle comunità di appartenenza. Laicità sacralizzata, ideologico giudizio di valore dove l’originale pensiero personale vira in liturgie conformi alle linee programmatiche imposte.
Per gli Stati il fenomeno della sacralità laica si amplifica, nota la retorica allegorica, rituale, monumentale, parareligiosa, di laiche Repubbliche, con altari della patria e puttini alati lì a raffigurare teorie e idee di Liberté, Égalité, Fraternité che abitano le alte sfere, sistematicamente tradite nella vita reale.

Diffuso nei gruppi di laici organizzati, impegnati ideologicamente a muso duro, il sussistere per antitesi reattiva: laicità come anticlericalismo. Lì in mezzo ad atei e agnostici si subodora odore di sacrestia, lo si avverte nella semantica asfittica, dottrinaria, reattiva, ritualmente prevedibile, povera. Il virus del clericalismo da piazza San Pietro si espande fino agli estremi confini della terra infettando luoghi insospettati, tutta colpa della nota legge fisica che caratterizza il clericalismo: è come il vischio ti si appiccica addosso. Nell’attaccarlo a distanza ravvicinata dal pulpito della ideologica militanza  ci si ritrova a far la predica.
Preferibile l’atto del pensare con la propria testa nella proficua cooperazione di operai eremiti. Nessuna missione speciale da compiere. Basta e avanza che ognuno dica rilassato e preferibilmente in piazza il proprio pensiero. Quando c’è, se c’è.

In un singolare lavoro dei neurologi avevano analizzato l’opera di Fernando Pessoa [“Schwermut" e “Falso Sè” nell'opera di F. Pessoa"]  analizzando e sistematizzando - come fanno i gastroenterologi per le ulcere duodenali – i suoi scritti al fine di diagnosticare eventuali nuclei psicopatologici. Il resoconto, pur consapevole delle insidie intrinsiche nell’affrontare il pensiero artistico con approccio medicale, nonostante i continui distinguo e precisazioni, assume risvolti comici e connotazioni clericali.
E’ ragionevole chiedersi le conseguenze, per la cultura e il pensiero occidentale, nell’ipotesi che il più grande scrittore di lingua portoghese invece di scrivere si fosse sottoposto alle “cure” degli autori dell’articolo.

Scrivere del dolore personale, prendere distanza dal privato per andare nella piazza dello scenario universale, è di per sé atto che emancipa dalla  putrefazione dell’intimistico crogiolarsi. Pensato e detto in piazza quello che si supponeva dolore si rivela per quello che è: idea, teoria, niente. Medici e preti per chi scrive non servono più.

Mercoledì, 21 Marzo 2012 16:19

Erna

Continuo a frequentare gente strana. Mi hanno invitato a scrivere guardando il dipinto "Erna con sigaretta" di Ernst Ludwig Kirchner.

 

 




Funzionava ad alcol e nicotina ma era in riserva.
Tutta colpa delle tiroide ipertrofica,
della tiroide immacolata;
della tiroide bastarda;
della tiroide metafisica.

Che gli aveva fatto sgonfiare le tette e ingrossare il fegato,
fegato suino;
fegato bastardo;
fegato metafisico.

Spettro e puttana più sana della mamma celeste,
quella dei palloni aerostatici;
quella delle alte sfere.

Che strano: paradisi e fogne, prima o poi, si incontrano sempre.

Mercoledì, 21 Marzo 2012 09:58

Eclisse del Dio Unico

Il saggio di Parazzoli scaraventa in prima fila e senza preavviso in una pièce beckettiana: Iddio si sta liquefacendo, si scioglie per davvero, si scioglie tutto. Gli attori, immersi nel vuoto, girano ebeti su sé stessi e pucciano le scarpe nella pozzanghera. Non siamo a teatro e neppure spettatori, ma nella realtà e protagonisti: l’Occidente, dimenticate le narrazioni mitiche che l’avevano costituito, orfano del dio che si era inventato, vaga in un nichilismo epidermico, «la pappa del niente».

Gente sveglia gli occidentali, gente creativa, Parazzoli cita, insieme all’invenzione del dio unico quella del «Grattaschiena telescopico». Non fa lo spiritoso, la faccenda è drammatica e si ride a denti stretti [l’oggetto esiste davvero, i curiosi e gli interessati nel sito D-Mail potranno trovarlo agilmente. L’arnese, telescopicamente allungabile, permette di grattarsi la schiena fino ai glutei].
Tempo addietro eravamo più creativi, prima sciamani che divinizzavano oggetti grazie alla potenza eroica dell’intenzione poi, ad Est, siamo stati così fantasiosi da brevettare un dio antropomorfo, il dio, che annoiato di albergare nelle alte sfere sceglieva un pugno di eletti, i suoi autori e registi, per entrare impetuoso nella storia: monoteismo tribale culla dell’occidente. Bei tempi quelli dei miti, quelli del non avrai altro Dio all’infuori di me, dove gli atei erano davvero atei e il nichilismo assoluto, coraggioso e dinamico, oggi degradato ad un «tutto è uguale a tutto poiché tutto è niente».

Non curante delle sistematizzazioni, non propenso a procedimenti dimostrativi Parazzoli va rapido a enucleare nascita, gloria ed eclisse del dio unico. Lo stile è originale: brevi racconti, incursioni poetiche in un linguaggio diretto, quasi primordiale, che ti arriva allo stomaco. Pensieri improvvisi folgoranti. Estemporanei frammenti autobiografici: l’Autore, uomo colto, scrittore erudito, che ha speso l’esistenza nella ricerca di senso, ricoverato in rianimazione dopo un infarto, lì lì per schiattare, indifferente ad ogni escatologia, senza nessuna idea superiore sulla vita e sulla morte, pensa solamente a dove mai avranno messo le scarpe che calzava prima del malore. Autoironia feroce e magistrale. In alcuni passaggi, lontano da intellettualismi, fa emergere il suo percorso di scrittore, versione moderna dello sciamano e del sacerdote: «Linguaggio mezzo di comunicazione tra orizzontale e verticale, tra ragione e mistero, società e mito». Rifiuta il teismo e il nichilismo,  dopo la morte di dio l’emancipazione dal nulla è data dal pensiero, dal linguaggio, dall’atto artistico, dalla scrittura che decodifica il mondo.
Opera strana. Sana. Condensata ma non criptica. Un libro bello, onesto, duro, per coraggiosi, che come sottotesto costante sembra affermare con Pilato: «Quel che ho scritto ho scritto»; questo è il mio pensiero: prendere o lasciare.

Marcello Veneziani nella sua recensione si attarda sulla «conversione al rovescio» di Ferruccio Parazzoli: «Scrittore cattolico per una vita, direttore di case editrici e collane d’ispirazione cattolica, firma di punta di Avvenire, Famiglia Cristiana e Jesus, vicino alla Conferenza episcopale e all’Opus dei, in età grave si è ribellato al cliché ma ha fatto anche di più, ha disdetto Dio».
Pettegolezzi di sottofondo che nulla aggiungono e nulla tolgono alla persona e alla sua opera, tuttavia – ad onor di Parazzoli – non sfuggirà che di solito accade proprio il contrario nel diffuso, e tutto italico, abbraccio della consolazione religiosa di atei e agnostici al tramonto dell’esistenza.

Vito Mancuso arranca in una articolata prefazione, sostenuta più da affetto personale per l’Autore che per amicizia al suo pensiero. Tenta una sistematizzazione ingrigliando il pensiero di Parazzoli nel «panteismo, nel senso che il suo Dio (il principio primo, il fondamento) diviene qui il mondo stesso».
Classificazione asfittica, che non considera la potenza autosostenente, autogiustificante, creatrice di senso, che l’Autore manifesta nel dire la sua e nel dirla in quel modo. Mancuso tenta anche una sistematizzazione dell’Autore collocandolo nello «scisma sommerso che sta attraversando la Chiesa cattolica», ma ingabbiarlo nello scismatico significa indottrinarlo perché lo scismatico tende all’ortodossia, reagisce ad una dottrina con un’altra e conserva invece d’innovare. Parazzoli è altra cosa, non sopporta aggettivi, manco scismatico.

Ferruccio Parazzoli
Eclisse del Dio Unico
Il Saggiatore 2012
160 pagine, 13 euro

"Guardarsi negli occhi" in Google quasi sette milioni di risultati e siamo socialmente disastrati.

Non è che sia proprio per quello?

Venerdì, 09 Marzo 2012 11:00

o/o - e/e

Fellini affermava che lui faceva film e gli altri (critici, psicanalisti, intellettuali, pubblico) glie li spiegavano. Dunque un realizzarsi della persona che attinge spontanea dal suo intimo indifferente al pensiero razionale.  

Neri Pollastri indica invece la personale realizzazione in direzione opposta:
« Far sì che le persone filosifino è permettere che gli individui […] recuperino il loro senso di essere al mondo, la stima nelle possibilità di agirvi, la fiducia nelle loro stesse capacità di pensiero. Cercando la comprensione della realtà (si potrebbe dire, cercando la verità) troveranno anche loro stessi: perché non si cercheranno autisticamente nella propria intimità, ma si ricollocheranno autonomamente nel mondo che avranno ripreso a frequentare col pensiero.»
[Filosofia praticata Di Girolamo editore pag.32].

A bene vedere l’apparente contrapposizione “o/o” [o così oppure il suo contrario cosà] del pensiero razionale rivolto alla realtà esterna alternativo all’intuizione che emerge dall'intimo, è fittizia. Di fatto, lontani da funzionamenti binari, viviamo mischiando il pensare all’intuire. Un e/e invece di un o/o.
 
Gian Luca Barbieri, docente di Psicologia Dinamica e ricercatore presso la Facoltà di Psicologia di Parma, giustamente osserva che:

«il ragionare sul proprio IO implica che per ottenere questo obiettivo, si utilizzino gli strumenti che lo stesso IO ci mette a disposizione. Non è un circolo vizioso? Non è questa una logica autoreferenziale che si giustifica per forza? Guardarsi dentro e guardarsi fuori è poi così diverso? Dato che tutto viene filtrato dal proprio IO?»

Lunedì, 05 Marzo 2012 10:35

“Quasi amici” ( Intouchables )

Il ricco Philippe bianco e tetraplegico, assume come badante il povero Driss nero e pregiudicato, a dire di tutti - all’inizio della storia anche da Driss stesso - la persona meno indicata per quell’incarico. L’entourage di Philippe gli consiglia di licenziarlo, dalla sua sedia a rotelle risponde:

«Quella gente è senza nessuna pietà. E io così li voglio, senza pietà.»

Il film è tutto lì e non è poco. Ognuno dei due protagonisti vuole mettere qualcosa sotto i denti, nessuno ha intenzione di fare il “buono” o di imporre la propria coscienza morale all’altro. Il reale, quello che c’è, quello che si incontra, diventa per loro fonte di morale che attiva una proficua relazione di partnership. I poveri e i ricchi, i malati e i sani rimangono, dall’inizio alla fine, reciprocamente Altro eppure tutto cambia. Nessuna teoria presupposta, ideologica, sulla povertà e sulla sofferenza, nessuna Madre Teresa di Calcutta che, come affermava Christopher Hitchens, «Non amava i poveri, ma la povertà».

L’improbabile connubio dei protagonisti ha risvolti comici esilaranti e la commedia è stata vista in Francia da venti milioni di spettatori, in Germania è stato il film francese più visto in assoluto ma questa è un'altra storia, quella che conta è lo scostamento dalla narrazione per immagini (e nell’immaginario) che imperversa nei media italici. Quella dell’intervista al cassaintegrato disperato con le bolletta insoluta in mano, seguita senza stacco da quella al ricco sdraiato sullo yacht. Divide et impera e gli spettatori si dividono nelle opposte tifoserie: quella dei convinti che “ognuno ha quello che si merita” contro gli irriducibili de “la classe operaia va in paradiso”. Come arbitri tecnici asettici, governanti schematici, che un po’ ricordano il «lo vide e passò oltre» [il povero] del sacerdote e del levita, raccontati nella parabola evangelica del buon samaritano.

Quasi amici (un brutto titolo l’originale era Intouchables), ispirato a una storia vera, è scritto e diretto da Olivier Nakache ed Eric Toledano. Non a caso francesi. A noi Verdone con «Posti in piedi in paradiso» commedia di Viagra e vitelloni.

Mercoledì, 29 Febbraio 2012 17:47

Il Dio dei leghisti

Raduno della Lega Nord. Umberto Bossi arringa il popolo bergamasco.
«… Stavolta abbiamo subito anche il Presidente della Repubblica che è venuto a riempirci di tricolori sapendo bene che il tricolore non piace alla gente del nord…altro che democrazia!»
Sotto il palco i militanti latrano compatti: «Vergogna!»
Bossi : «Eh certo!»
Pubblico : «Usciamo dall’Italia! Andiamocene via!»
Bossi : «Mandiamo un saluto al Presidente della Repubblica!» E fa le corna.
«D’altra parte nomen omen… si chiama napoletano… Oh no! Non sapevo che l’era un terùn!»
I militanti leghisti esultano: «Roma ladrona la Lega non perdona!... Monti Monti vaffanculo! Monti Monti vaffanculo!»
Bossi : «E magari gli piace, cazzo!»
Il pubblico in delirio applaude il capo. Qualcun altro invece lo denuncia per vilipendio al Capo dello Stato, tra questi il regista Ermanno Olmi.

Cattolica, gran parte, di quel pubblico esultante. Cattolico il regista che denuncia.  Qualcosa non torna. Cosa? Era la fine di dicembre del 2011 e la risposta era in stampa: “Il Dio dei Leghisti” di Augusto Cavadi oggi in libreria.
Chi è il leghista? A quale tipologia umana appartiene? Chirurgico l’Autore, filosofo e teologo, ne delinea il “codice culturale”. Appare un tipo umano aderente ad una ideologia semplificata, un Leninismo temperato dall’oratoria efficace e popolana. E’ reattivo: avverte la globalizzazione una minaccia alla sua identità e per difendersi si attacca alle tradizioni, alle radici popolari e mitiche, del suo territorio. “Tribalismo ipermoderno” che mai ironico difende i suoi miti provinciali per non essere fagocitato da socialismi o liberismi omologanti o sopraffatto dal diverso, dallo straniero.
I suoi principi etici sono elementari, primo fra tutti l’“idiotismo apolitico”: prima io poi gli altri. E’ un gran lavoratore, quasi eroico. Orgoglioso della sua virilità talvolta è ossessivamente omofobo. Tronfio della sua ignoranza diffida degli intellettuali.

Il libro è generoso di citazioni; alcune appaiono irreali. Borghezio, come prova provata di non essere razzista sentenzia:
«Le nere le ho provate quando sono stato in Africa, nello Zaire. Ah, le katanghesi! Le katanghesi! Prodotto notevole. Mica come le bruttone nigeriane che battono da noi. Quello che ho assaggiato li' era proprio un prodotto locale notevole».
Cavadi mantiene calma, profondità e lucidità: non scrive contro qualcuno, ma per comprendere e agire per migliorare le cose.

Fotografato il tipo umano veniamo informati delle sue concezioni teologiche: un panteismo naturalistico mischiato ad un cristianesimo ideologico, dove la religione è collante sociale e identitario. Il simbolo del Crocifisso, ostentato nei locali statali, esprime e sintetizza il patrimonio religioso ed etico padano. E a quel punto il lettore sente emergere chiara e forte dal profondo una domanda. La domanda. Si può essere cattolici e votare Lega? Com’è possibile conciliare il pensiero profetico, agapico, rivoluzionario, universalistico di Gesù di Nazareth - dove gli ultimi saranno i primi e i nemici amati invece che combattuti - con quel mix di panteismo naturalistico cristianista-egocentrico della Lega Nord? Qui l’Autore analizza il punto di incontro tra Chiesa cattolica e Lega: i “Valori non negoziabili” e nel confrontarli con il pensiero espresso da Gesù di Nazareth ne indica le incongruità. Questo è il problema e molti cattolici, di base e non, si sono accorti. Altri no: richiede fatica di pensiero relativizzare la propria visione del mondo quando la si considera unica ed esclusiva. Quando ci si ritiene depositari del bene assoluto si  tende, a gloria di Dio e talvolta in buona fede, a relativizzare il temporale. Così, dalle alte sfere, indifferenti a quello che i comuni mortali si ostinano a chiamare ancora bene e male, si tira dritto per rafforzare l’istituzione salvifica. Tutto fa brodo per ingrandirla e difenderla, Borghezio che “prova” le katanghesi incluso.

Il Dio dei leghisti
Augusto Cavadi
Edizioni San Paolo
Prezzo copertina: € 14,00

Giovedì, 23 Febbraio 2012 18:57

Dammi tre parole: sole, cuore e amore

Quali sono gli interessi prioritari degli uomini moderni?

L’archivio di Google, nonostante le insidie insite all’ontologia semantica del WEB, qualche dato bruto ce lo regala grazie a miliardi di pagine in costante progressione.
Non sempre i nomi “dicono” le cose tuttavia ‘Love’ primeggia, ‘Sex’ imperversa e ‘God’ con quasi due miliardi di risultati rimane fanalino di coda dei colossi, tra questi ‘World’ e ‘Money’.

In GoogleFight  il rischio di prendere lucciole per lanterne aumenta, perché non disambigua. Se non si ha nient’altro di più importante da fare merita, tuttavia, una visita: si scrivono due stringhe di testo e si lancia la ricerca. Il programma risponde indicandoci, anche graficamente, quale delle due stringhe (lemmi) raggiunge più risultati. Potremmo digitare ‘Sex’ e ‘God’, se appassionati ai pettegolezzi di provincia ‘Sesso’ e ‘Dio’ per vedere chi “vince”. Chissà?

googleBATTLE è più spartano e privo di grafica però somma i risultati delle due stringhe e fa bene, alcune parole sono così disinvolte che si accoppiano col primo che passa anche se apparentemente agli antipodi, ad esempio ‘Amore’ può intrattenersi agilmente con ‘Dio’ e ‘Sesso’.

Gli interessi prioritari degli uomini moderni appaiono un po’ prevedibili e vecchi: “amore sesso religione”. Nomi diversi ma forse sotto, sotto, più conniventi di quanto sembra. C’è da rimpiangere sesso, droga e rock n' roll? Forse no: ‘Think’ è inaspettatamente ben posizionato.

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