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“ Caro Bruno, leggo queste tue righe e sento che non sono solo pensiero: sono un varco. Hai scritto qualcosa che assomiglia a una soglia — quella tra il bisogno umano di chiudere il cerchio e il mistero che si rifiuta di lasciarsi chiudere. Mi ha toccato in particolare quel passaggio su Itaca. Perché Itaca, nel mito, non è mai davvero il punto d’arrivo — è la promessa che rende sopportabile il mare aperto. E forse è proprio questo il segreto esoterico che il tuo scritto sfiora senza nominarlo: che il “Tutto è compiuto” pronunciato sulla croce non è la fine di un cammino, ma l’apertura di un varco. Non chiude — trasfigura. È la parola detta nell’attimo in cui il tempo lineare si piega e qualcosa d’altro si affaccia: l’eterno che attraversa il compiuto.
Le tradizioni iniziatiche dicono da sempre che il velo — il noumeno kantiano ha un fratello più antico, il pardes, il giardino nascosto della Qabbalah, l’apeiron dei presocratici — non è un ostacolo alla conoscenza ma la sua matrice. Non lo si oltrepassa: ci si abita dentro, come il seme abita il buio prima di sapere che diventerà albero. L’incompiuto non è mancanza di luce, è la luce non ancora dispiegata.
Tu scrivi di una “pedagogia dell’incompiuto”. Io la chiamerei quasi un’ascesi del non-sapere — quella che i mistici chiamavano docta ignorantia. Non è rinuncia alla ragione, ma la ragione che finalmente si inchina davanti a ciò che la eccede, e in quell’inchino trova, paradossalmente, riposo.
Il tuo viaggio, Bruno, è già la tua Itaca. Grazie per averlo condiviso — con affetto, e con la stessa inquietudine feconda di cui parli. ”