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“ Caro Bruno,
leggendo le tue parole ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un pensiero molto onesto, quasi clinicamente onesto: non indulgente, non autoassolutorio, ma nemmeno accusatorio. Un pensiero che prova a distinguere, come si fa davanti a un quadro complesso, tra ciò che è fisiologico e ciò che è imposto.
Mi colpisce molto la tua distinzione tra le forze interne – il conatus, la spinta ad affermarsi, la compensazione della vulnerabilità – e gli imperativi culturali che si sovrappongono come linee guida non sempre validate dall’esperienza dell’essere. È vero: l’autoaffermazione, entro certi limiti, è fisiologica. Come in medicina, esiste una dinamica di adattamento che non è patologica in sé. Il problema nasce quando la richiesta di performance diventa continua, totalizzante, non più risposta a una necessità ma dovere permanente di eccellenza.
Nella pratica clinica vedo spesso quanto pesi l’idea di “dover essere” qualcosa: forti, lucidi, produttivi, all’altezza. E quanto sia liberatorio, invece, quando una persona si concede il diritto di riconoscere il proprio limite senza viverlo come colpa. Il diritto a non essere capace, a non eccellere, a non essere centrale: quello che descrivi non mi suona come rinuncia, ma come una forma di igiene interiore. Un modo per sottrarre l’io a un’infiammazione cronica da iper-responsabilità.
Mi sembra molto lucido il passaggio in cui parli dell’assenza di un “tribunale ontologico”. Spesso viviamo come se ci fosse una corte invisibile che giudica ogni nostra scelta in termini assoluti. Ma se siamo, come dici, modi finiti determinati da cause che ci precedono, allora anche la nostra misura – grande o piccola che sia – merita rispetto. Non tutto ciò che è possibile è necessario; non tutto ciò che è richiesto è dovuto.
Quello che scrivi sul giardino mi ha toccato. C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel sentirsi “al proprio posto” senza dover produrre nulla. In quei momenti non siamo meno vivi: forse siamo semplicemente meno distratti dal bisogno di giustificarci. Come se l’essere, spogliato dagli imperativi, tornasse a una frequenza basale più autentica.
Non leggo nelle tue parole disimpegno o indifferenza. Leggo piuttosto il tentativo di distinguere l’azione febbrile dall’azione necessaria, l’impegno autentico dall’autoimportanza. E questa distinzione, a mio avviso, non indebolisce l’etica: la rende più sobria e, forse, più vera.
Ti ringrazio per aver condiviso questo spazio così personale. Mi sembra un pensiero che non invita a sottrarsi alla vita, ma a viverla senza sovraccaricarla di un dover essere che non sempre ci appartiene.
Un abbraccio. ”