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“ Ho ricevuto questo commento da parte di Salvatore Porrovecchio. Le sue riflessioni nascono da una lunga esperienza di medico e si intrecciano con il vissuto della fragilità umana. Mi sembra un contributo prezioso perché mostra come il pensiero filosofico, quando è assunto con sincerità, possa illuminare la vita concreta.
Caro Bruno Vergani
ho letto con attenzione e piacere il tuo scritto su Spinoza, e mi ha colpito la chiarezza con cui metti in relazione il determinismo spinoziano con il nostro vissuto quotidiano. Mi permetto di aggiungere alcune riflessioni che nascono dalla mia esperienza di medico anziano e dall’incontro, spesso inevitabile, con la fragilità umana.
L’idea di Spinoza che tutto accada per necessità — che nulla potrebbe essere diverso da ciò che è — trova un’eco particolare nella pratica clinica, soprattutto quando ci confrontiamo con malattie croniche, degenerative o terminali. In quei momenti, la presunta sovranità del nostro io, così cara alla modernità cartesiana, si mostra per quello che è: un costrutto parziale, una funzione utile ma non assoluta.
Eppure, non possiamo ridurre l’esperienza umana a un puro meccanismo biologico o cosmico. Come ben dici, esistono due piani che coesistono:
- Il piano relativo, quello dell’io che sente, soffre, sceglie, ama, si ribella. Qui l’etica, la responsabilità e persino la colpa hanno un senso imprescindibile.
- Il piano assoluto, quello che Spinoza chiama sub specie aeternitatis, in cui le nostre identità individuali si dissolvono nel flusso infinito delle cause. Qui, la parola “colpa” perde significato: tutto ciò che accade è, semplicemente, necessario.
Nella mia esperienza con i pazienti, ho spesso notato che la consapevolezza di questa “doppia verità” può avere un effetto liberatorio. Quando una persona comprende — e non solo intellettualmente, ma emotivamente — che gran parte della sua vita è intrecciata con catene causali che la trascendono, a volte si apre uno spazio nuovo di serenità. È paradossale: accettare la propria non-libertà assoluta può generare una libertà più profonda.
Jaspers, che tu giustamente citi, parla delle situazioni-limite — malattia, dolore, morte — come momenti in cui il velo dell’illusione cade. In quei frangenti, la persona spesso si trova di fronte a una scelta esistenziale: ribellarsi disperatamente al proprio destino o lasciarsi attraversare da esso, riconoscendone la necessità. È proprio lì che, talvolta, emerge quel “va bene così” di cui parli: non come rassegnazione passiva, ma come comprensione profonda di essere parte di un ordine più grande.
In fondo, Spinoza non ci invita a negare l’io, ma a ridimensionarlo: non assoluto, non eterno, ma reale nel suo ambito. Per un medico — e forse per ogni essere umano che si confronta con la vulnerabilità — questa visione non è astratta. Ogni diagnosi infausta, ogni prognosi incerta, ogni remissione insperata ci ricordano che viviamo sospesi tra la responsabilità personale e la necessità cosmica.
Forse, come suggerisci, la resistenza maggiore al pensiero spinoziano nasce dalla paura di perdere consistenza, di dissolverci nell’infinito. Ma accettare questa prospettiva può trasformarsi in un atto di riconciliazione: con noi stessi, con il nostro destino, con la vita che ci attraversa. Non si tratta di annullare l’io, ma di riconoscerlo come un’onda dentro l’oceano.
In questo senso, dire “sì” alla necessità non è rinunciare alla nostra dignità, ma al contrario, abbracciarla in un orizzonte più vasto. Forse è proprio lì che Spinoza diventa sorprendentemente “umano”: non perché ci restituisce l’illusione del controllo, ma perché ci insegna a riconoscere la nostra finitudine senza disperazione.
Un caro saluto. ”